L’onda d’urto della guerra in Ucraina sta coinvolgendo anche altre regioni, dal Medio Oriente, all’Asia centrale fino all’Africa. Un arco di instabilità che l’Europa e l’Italia dovranno affrontare da protagoniste. Il punto di Andrea Manciulli

Dall’Asia centrale, alle ambizioni di Pechino, fino alle instabilità africane. La guerra in Ucraina ha contribuito a diffondere un arco di insicurezza globale che sta circondando l’Europa, e che richiederà l’intervento di tutto l’Occidente per arrivare a una soluzione di problemi complessi, che riguardano tutti da vicino. Airpress ne ha parlato con Andrea Manciulli, presidente di Europa Atlantica e responsabile delle relazioni istituzionali della Fondazione MedOr.

Da quanto si apprende dalle autorità ucraine, i russi starebbero impiegando nelle operazioni dei droni iraniani. Come si configura questo rapporto tra Mosca e Teheran?

Il legame tra Russia e Iran non va sottovalutato, e non soltanto per i droni forniti dalla Repubblica Islamica al Cremlino o per gli istruttori che secondo l’Intelligence americana Teheran avrebbe inviato per addestrare le formazioni separatiste filorusse. Il dato centrale è la postura destabilizzante che l’Iran sta assumendo in diversi ambiti globali, che non può essere separata dall’azione di Mosca e dal conflitto ucraino. Abbiamo assistito alle proteste nel Paese asiatico, con da una parte le aspirazioni di libertà e diritti delle donne iraniane e dall’altra la repressione del governo degli ayatollah. Ormai da mesi appare confermata la notizia che alcuni esponenti del gruppo dirigente di Al Qa’ida si trovino in Iran. L’azione internazionale di Teheran, alla luce di questi elementi, segnala la propria volontà di proiettare al di là del Medio Oriente una forma di instabilità che serva ad assecondare i propri obiettivi.

In che modo?

Dopo la morte di Qasem Soleimani abbiamo abbassato la guardia rispetto alla capacità dell’Iran di continuare a influenzare i Paesi-chiave della regione, dalla Siria all’Iraq, dal Libano alla Palestina. Siamo invece di fronte a un interventismo iraniano che rischia di destabilizzare l’intero Medio Oriente e, quindi, il Mediterraneo, e che contribuisce ad accrescere quella prospettiva di disordine globale che l’invasione dell’Ucraina ha aperto. Tutto questo, però, non si ferma soltanto all’Iran. L’emergenza ucraina ha aperto per la Russia un tema strategico centrale: è ancora capace di assicurare la sorveglianza dello spazio che la circonda, la sua sfera di influenza sui territori una volta parte dell’Unione sovietica.

Ci spieghi

Nel 2022, non dobbiamo dimenticarlo, il Cremlino è intervenuto in aiuto del regime del Kazakistan per reprimere le proteste sviluppatesi nel Paese. Era un momento, però, in cui la Russia appariva ancora forte, Ora, invece, dopo la coscrizione obbligatoria di 300mila riservisti, appare evidente la difficoltà di uomini e mezzi. Mosca appare meno capace di affrontare eventuali disordini ai propri confini e nella propria area d’influenza. E i disordini, infatti, stanno aumentando. C’è un aumento molto forte delle tensioni nel Caucaso, dal conflitto tra azeri e armeni nel Nagorno-Karabakh, alla tenuta interna dei governi delle repubbliche ex-sovietiche. Appare chiaro che il controllo della Russia in queste regioni è messo fortemente in discussione, e per questo dobbiamo rivolgere il nostro sguardo a queste dinamiche e impostare una riflessione strategica su questi territori.

Sono regioni importanti anche per un altro grande attore globale, la Cina. Come reagirà Pechino di fronte al crescere delle tensioni in Asia centrale?

Le tensioni in Iran, nel Caucaso e nelle ex-repubbliche sovietiche mettono a dura prova il grande asse sul quale Pechino sta costruendo la sua strategia economica: la Nuova Via della seta. Sia dal punto di vista geografico, sia da quello infrastrutturale, il progetto non riesce ad avanzare se quest’area è così instabile. Pechino non potrà tollerare un’esposizione troppo duratura di questo territorio alle problematiche che rischiano di scavalcare i suoi confini. Basti pensare alla vicenda uigura, e alle dinamiche del terrorismo e del fondamentalismo che, attraverso le repubbliche centro asiatiche, rischiano di saldarsi con quelle cinesi. Su questa prospettiva, l’Occidente deve in qualche maniera capire che c’è un orizzonte strategico del quale bisogna occuparsi, senza sottovalutare gli impatti che questo scenario potrà avere sul futuro della strategia della Repubblica Popolare.

In che modo?

A un certo punto si dovrà trovare una stabilità. L’Occidente, se vuole arrivare a una forma di dialogo negoziale, dovrà necessariamente considerare le complessità, oltre alle opportunità, che la regione centro-asiatica offre. Personalmente, ritengo che ci sia una parte del mondo che non è interessata a far ripiombare il pianeta in una logica di conflitto tra Occidente e Oriente, e su questa prospettiva c’è bisogno di intervenire. Su questo, uno dei grandi nodi sarà potenziare il rapporto con alcuni Paesi che hanno assunto una posizione di attesa rispetto alla vicenda ucraina.

A quali Paesi fa riferimento?

Penso innanzitutto ai Paesi del Golfo, ma anche all’India, l’altro grande protagonista del continente asiatico oltre alla Cina, che non si sono schierati automaticamente – come sarebbe forse successo nel passato – dalla parte dell’Occidente. Questi Paesi, sia chiaro, sono fondamentali, e hanno enormi interessi nella regione mediorientale, e indo-pacifica. L’Italia in questo può candidarsi, a mio avviso, a essere un elemento privilegiato di dialogo, cercando di ricucire il loro interesse a quello occidentale. Questo può aiutare ad affrontare con forza le tensioni regionali, invece di andare verso una proliferazione dei conflitti nello spazio euro-asiatico. A mio avviso, dunque, il grande asse di politica estera occidentale dovrebbe essere quello di ricucire i rapporti con questi Stati, fondamentali per la relazione Est-Ovest.

In che modo queste tensioni si riverberano anche su un’altra regione fondamentale per gli equilibri del futuro, l’Africa?

L’Africa è oggi la parte più fragile del pianeta, e per ragionare degli impatti che il dis-ordine mondiale sta avendo sul continente bisogna partire dalla presa di coscienza che temi centrali quali l’ambiente, il clima e la sicurezza alimentare e sanitaria non possono essere considerati elemento di “moda comunicativa”. Sono invece temi cardine dell’agenda del futuro, e sono il cuore dei problemi dell’area mediterranea e africana. L’Africa sta vivendo un momento di fortissima preoccupazione dal punto di vista della sicurezza, a partire dall’area subsahariana e del Sahel. Purtroppo ce ne stiamo occupando sempre meno, perché lo sguardo di tutti è giustamente concentrato sull’Ucraina. Ma, per fare un esempio, il lago Ciad si sta prosciugando sempre di più, e intere popolazioni nomadi, di pastori e di agricoltori spontanei presto non avranno più di che sfamarsi. Mancando l’economia legale, quella illegale diventa più appetibile, e sta crescendo un’enorme area dove l’illegalità diventerà la forma di sostentamento più redditizia. Si va replicando, in qualche modo, la stessa situazione che c’era in Afghanistan con il traffico di stupefacenti gestito dai talebani. Diversi Paesi africani hanno da tempo lanciato l’allarme, anche in sede Onu, su quella che rischia di diventare un’enorme area di instabilità per il mondo e per le sue aree più vicine, Europa in primis.

Cosa può fare l’Europa?

Le classi dirigenti europee e occidentali hanno il dovere di guardare a tutto questo nel suo insieme. Dall’artico, all’Ucraina, dall’Asia centrale, alla Cina fino al Golfo Persico, il Medio Oriente e l’Africa, abbiamo l’immagine plastica di un arco di instabilità che circonda il Vecchio continente, come si vede bene anche dalle belle cartine dell’ultimo libro di Maurizio Molinari. Queste crisi sono problemi innanzitutto dell’Europa, che diventano problemi dell’Occidente tutto. In questi mesi, purtroppo, abbiamo sentito la litania che recitava come l’Ucraina e la sicurezza del Mediterraneo fossero problemi degli americani, invece che europei. È un colossale errore. Sono questioni che riguardano l’Europa, e per ragioni anche pratiche.

Quali?

Se domani noi avessimo degli Stati Uniti meno attenti al quadrante europeo, ci ritroveremmo soli a fronteggiare tutto questo, senza avere sconti da nessuno. L’Europa ha però tre problemi che le rendono complicato intervenire a salvaguardia della sua stessa sicurezza. Primo, non possiede una forza strategica da poter impiegare efficacemente, con conseguente difficoltà nel regolare lo spazio intorno a sé. Secondo, in questi anni ci siamo illusi che bastasse la nostra forza economica per diffondere stabilità intorno a noi. Non è più così. Terzo, i rapporti transatlantici non possono essere meramente “una” delle opzioni sul piatto. Non possiamo separare le due sponde dell’Atlantico a meno di rassegnarci al declino dell’Occidente e a una sua minore forza attiva per il futuro del pianeta.

Quali sono, dunque, le contromisure da adottare?

Il rilancio dei Paesi occidentali passerà per la sfida tecnologica e per lo sviluppo di un soft power positivo che rilanci l’azione e il modello di società liberale e democratica. Questa sfida non può essere elusa da nessuno e il dibattito nostrano, che spesso la rappresenta invece come un elemento opzionale (come se si potesse scegliere di stare in un altro campo), è dal mio punto di vista un errore. Dobbiamo invece rilanciare questa prospettiva, perché il futuro non è semplice e le circostanze richiedono di agire da attori protagonisti.

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