Oggi quell’approccio non ha diritto di cittadinanza nella politica estera italiana. Domani, chissà. Ma solo con una Russia molto diversa da quella che invade Paesi indipendenti. Il commento dell’ambasciatore Stefano Stefanini, già consigliere diplomatico del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano; e rappresentante permanente d’Italia presso la Nato

Lo “spirito di Pratica di Mare” – l’accordo Nato-Russia del 2002, suggellato da una tripla stretta di mano tra George W. Bush, Vladimir Putin e Silvio Berlusconi – giace sepolto sotto le macerie di Mariupol e sotto i cadaveri di Bucha, sotto la pioggia russa di missili contro città ucraine e di irresponsabili minacce nucleari contro l’Europa e l’Occidente. Qualcuno, in Italia, non se n’è accorto. Che oggi, in Italia, se ne parli ancora con la nostalgia dei ricordi è comprensibile. Che oggi, in Italia, ci sia ancora chi pensi di farne politica estera è risibile. Se non pericoloso perché mina la credibilità di qualsiasi governo o ministro degli Esteri se ne faccia alfiere. Quindi la credibilità dell’Italia.

Pratica di Mare apriva una prospettiva di amicizia fra i due vecchi nemici della Guerra fredda. Doveva fronteggiare minacce comuni, dominante allora il terrorismo, oggi potrebbero essere i cambiamenti climatici. Era una bellissima cosa, e fu un successo della diplomazia italiana. Con un solo intoppo: non ha funzionato. Putin non l’ha fatto funzionare, da ben prima di invadere l’Ucraina. Il 24 febbraio 2022 è stato il colpo di grazia. A guerra finita, il quadro di sicurezza europea andrà ricostruito ex novo. Il coinvolgimento della Russia – accanto a quello dell’Ucraina – sarà indispensabile. Rimane un grande Paese europeo. Si può legittimamente dubitare del ritorno ad un rapporto collaborativo fra la Nato e Mosca, ma mai dire mai. Chi, nel 1944, avrebbe pensato a una Germania alleata di Francia, Regno Unito e Stati Uniti? Eppure, dieci anni dopo, Bonn era nell’Alleanza Atlantica. Ma era una Germania totalmente diversa da quella del 1944.

Pratica di Mare mostrò la corda fin dall’inizio. Berlusconi non se ne accorse, o non volle accorgersene. Fin dall’inizio. Più Putin alzava l’asticella nel confronto con l’Europa e l’Occidente, più l’ex presidente del Consiglio ne prendeva le difese. Il presidente russo cominciò presto a dare un giro di vite all’interno. Nell’ufficio ovale Berlusconi rassicurò prontamente Bush: “Putin è un democratico”. Condoleeza Rice gettò un’interdetta occhiata al suo presidente, il quale non reagì. L’Italia era un alleato prezioso in Iraq, Berlusconi era in auge alla Casa Bianca. A caval donato…

Era marzo del 2006. Tempi duri per la dissidenza russa; sei mesi dopo Anna Politkovskaya fu assassinata a Mosca, sulla soglia di casa. Agosto 2008. Il contratto di affitto della Casa Bianca di Bush si avvia, democraticamente, a scadenza, quello del Cremlino di Putin a una temporanea sospensione tecnica in attesa del rinnovo a tempo indeterminato. La Russia invade la Georgia. Nel coro di condanne internazionali, l’Italia brilla per assenza. Berlusconi la fa bloccare all’Unione europea. Non ci riesce alla Nato solo grazie a un’acrobazia diplomatica.

Luglio 2009. Cambiata la guardia a Washington, in pieno “reset” dell’amministrazione Obama, i ministri degli Esteri di Nato e Russia tornano a incontrarsi a Corfù. Inopinatamente, il giorno prima, Berlusconi annuncia di voler partecipare di persona. A memoria d’uomo, non si era mai visto un leader – a eccezione di quello del Paese ospitante – partecipare a una riunione di ministri ma è sua facoltà. Chi scrive era allora ambasciatore alla Nato. Arrivando a Corfù, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov mi accoglie con una battuta: “Questo è il giocattolo di Berlusconi”. Poco dopo arriva il presidente del Consiglio. Nel fare il punto della situazione, prima della riunione, gli faccio osservare che l’invasione della Georgia è ancora fresca. Seppure gentilmente – siamo in “reset” – va menzionata e tutti i ministri Nato lo faranno. Mi risponde che non ha intenzione di parlarne. Il suo intervento, in apertura di seduta, cade nel silenzio generale.

A Corfù, Berlusconi disse invece che Pratica di Mare, di cui si attribuisce l’intera paternità, mise fine alla Guerra fredda. Tra lo scetticismo generale. Dimentico, infatti, che la guerra fredda era finita dodici anni prima con la caduta del muro di Berlino e che, per quanto riguarda i rapporti Nato-Russia, iniziati nel 1991, proseguiti nel 1994 con la partecipazione russa alla Partnership for Peace, avevano come base principale l’Atto Fondatore del 1997. Pratica di Mare lo rafforzava, ma il salto di qualità già stato fatto. Furono Michail Gorbacev e Boris Eltsin, Ronald Reagan e George Herbert Walker Bush a mettere fine alla guerra fredda, con il concorso europeo di François Mitterand, Margaret Thatcher e Helmut Kohl; in quel firmamento di statisti c’è posto anche per italiani: Giulio Andreotti e Gianni De Michelis. Silvio Berlusconi arriva sulla scena a cose fatte.

Nulla toglie al merito di essersi impegnato per costruirci sopra l’accordo di Pratica di Mare. Per difenderlo, tuttavia, occorreva confrontare Putin sugli strappi russi all’ordito di sicurezza pazientemente tessuto per decenni, come l’uscita dal trattato sugli armamenti convenzionali (Cfe), non chiudere gli occhi su invasioni e annessioni – Crimea nel 2014, Donbas adesso. Berlusconi non l’ha mai fatto danneggiando l’autorevolezza internazionale, atlantica ed europea dell’Italia. Forse a beneficio della dipendenza energetica dalla Russia che stiamo pagando cara.

La nostalgia è prerogativa dell’età avanzata – chi scrive non ne è immune. In politica estera è merce pericolosa. Oggi, lo spirito di Pratica di Mare non ha diritto di cittadinanza nella politica estera italiana. Domani, chissà. Ma solo con una Russia molto diversa da quella che invade Paesi indipendenti, viola trattati e impegni internazionali, bombarda centrali nucleari e centri abitati. Ancora, purtroppo, lontana.

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