Il premier spinge sull’acceleratore, Salvini sul pedale del freno, Berlusconi guarda malinconico e a volte rabbioso il retrovisore. Riuscirà la presidente del Consiglio a trascinare tutta l’auto, nonostante i due riottosi compagni di viaggio scommettano forse sul deragliamento?

Il viaggio è solo all’inizio, ma il nuovo pilota dell’auto-Italia già deve osservare una differente percezione di modi e tempi per gestire il tachimetro di questo lungo percorso. Come diceva Baudelaire “i veri viaggiatori partono per partire e basta”, ma appare evidente in queste ore il materializzarsi di un fatto: in questi momenti si certificherà, sempre di più, una maggioranza a tre velocità.

Il presidente del Consiglio che spinge sull’acceleratore, il suo vice leghista che spinge il pedale del freno (chissà che non voglia sabotare il motore), l’anziano leader che guarda malinconico (e a volte rabbioso) il retrovisore.

Il tema, che è solo all’inizio, riguarda la possibilità o meno che Giorgia Meloni riesca a trascinare tutta l’auto nonostante i due riottosi compagni di viaggio che scommettono forse sul deragliamento. Il premier, non solo per convenienza ma per sua scelta, ha dato un’impostazione operativa che è ciò che da sempre l’ha caratterizzata: andare dritta all’obiettivo, con chiarezza di strategia e di azioni.

Matteo Salvini già dalla serata di domenica, ha messo l’accento sul tema dei porti: si tratta di una competenza che, nella sua ottica, tocca il settore dell’immigrazione ma nei fatti non solo quello, visto che abbraccia una serie di altre questioni altrettanto dirimenti come la sicurezza sottomarina, la cyber security, gli interessi nazionali legati all’import e all’export (quindi alla diretta o indiretta influenza di attori esterni).

Non solo immigrazione, dunque, ma utilities e relazioni internazionali alla voce commercio, dettaglio niente affatto secondario in ottica di super player che osservano e puntano l’Italia. Oltre al mare c’è un tema economia, il cosiddetto libro dei sogni al Mef. Salvini spara ancora alto e annuncia di voler chiedere moratoria per mutui e distacchi, la fine della legge Fornero, flat tax, rottamazione delle cartelle esattoriali.

Si rischia l’overdose di richieste, con l’ombra inglese lì presente (a tutti), anche se le borse europee chiudono positive, lo spread è tranquillo e la tempesta non c’è (ancora). Lo scostamento di bilancio è un rischio che Chigi non potrà correre: lo sa il presidente del Consiglio, come le ha ribadito il suo predecessore prima della campanella.

Ma al di là del singolo caso relativo ai porti e ai conti (pur strategicamente di essenziale rilevanza), sarà interessante capire come si evolverà nel medio periodo la strategia salviniana: se tarata solo su una partenza spedita, con rivendicazioni quotidiane in attesa delle nuove nomine e poi da smussare; oppure se sarà una costante, con il rischio di un continuo e inquietante gioco al rialzo, in vista delle regionali e delle europee.

Silvio Berlusconi lo ha ribadito ancora una volta: “Senza di noi il governo non sta in piedi”, con l’obiettivo puntato ai sottosegretari soprattutto di Via Arenula e per il settore dell’editoria. Prima era stato il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè, a chiedere che i troppi incarichi di Antonio Tajani fossero riequilibrati. È chiaro che la partita tutta interna a Forza Italia si riverbera nelle dinamiche di governo, con il Cavaliere che ha deciso di procedere guidato più dall’umore che dal calcolo politico.

Ha compreso di non essere più centrale come un tempo, prova ugualmente a incidere in questa seconda tornata di nomine, ha messo imbarazzo nel calderone di Palazzo Chigi e in quello Ue/Ppe con i famosi audio sulla guerra in Ucraina, ma non si ferma.

Si vedrà, già nelle prossime ore, se il nuovo pilota continuerà ad andare a tavoletta e come il suo “muretto”, alias Alfredo Mantovano, riuscirà a consigliarla sia per una corsa senza intoppi, sia per il primo pit stop.

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