O nella lista dei toto-ministri è stato dimenticato, o nessuno sembra candidarsi volonterosamente a ricoprire un incarico che rischia di essere decisivo per il rapporto con il “Paese reale”, quello fatto dalle questioni del mercato del lavoro da rianimare e riorganizzare dopo un’agonia tollerata troppo a lungo

Se la crisi occupazionale documentata dagli ultimi dati Unioncamere-Anpal è figlia della grande crisi che attraversa il Paese, scosso dall’emergenza energetica, c’è un altro dato che certifica il fallimento consolidato delle politiche per il lavoro condotte negli ultimi anni.

Le assunzioni di personale programmate dalle imprese per il mese di ottobre sono 477mila. Diventano 1,2 milioni per il trimestre ottobre-dicembre: una flessione rispetto all’anno precedente del 5,4% nel mese e del 10,4% nel trimestre. Le prospettive meno favorevoli, in ragione del rallentamento dell’economia globale ed europea legato principalmente all’aumento dei prezzi dell’energia, all’inflazione e alla situazione geopolitica, pesano maggiormente sui programmi di assunzione delle imprese del manifatturiero. E fin qui la congiuntura sfavorevole e l’orizzonte della recessione.

Ma il dato strutturale che non deve essere sottaciuto è che quasi la metà delle possibili assunzioni è considerata difficile da realizzare per la mancata presenza di competenze adeguate. La difficoltà di reperimento del personale, che complessivamente riguarda il 45,5% delle assunzioni (peggio del 9% rispetto a un anno fa), raggiunge il 60,7% per gli operai specializzati, il 47,5% per le professioni tecniche, il 46,8% per le professioni qualificate nelle attività commerciali e nei servizi e il 46,1% per professioni intellettuali, scientifiche e ad elevata specializzazione.

Il mancato incrocio tra domanda e offerta di lavoro non può essere attribuito alla crisi del momento, ma a un’insistita miopia nelle politiche attive per il lavoro. Uno dei peccati mortali commessi da tutti i governi che si sono succeduti nell’ultima legislatura e che hanno proseguito il colpevole disinteresse che ha finito per privilegiare sempre e solo l’assistenza delle politiche passive (cassa integrazione e simili).

In questa situazione lascia un po’ perplessi la mancata “corsa” al ministero del Lavoro, nei periodici toto-ministri che si susseguono in queste settimane seguite al voto del 25 settembre. Nel governo che verrà non mancano di essere segnalati i papabili ai dicasteri di spesa, o alle amministrazioni della Giustizia o della Difesa. Ruotano i candidati all’Agricoltura o al Viminale; al Mef sembra esserci un favorito ma i nomi che sono stati sussurrati in questo mese sono stati tanti e autorevoli.

Si sono fatti i nomi dei possibili ministri per la Famiglia, per la Disabilità, fino a ipotizzare i candidati (la candidata) a un possibile dicastero per gli Anziani. Per il ministero del Lavoro sembra notte fonda. O nella lista è stato dimenticato, o nessuno sembra candidarsi volonterosamente a ricoprire un incarico che rischia di essere decisivo per il rapporto con il “Paese reale”, quello fatto dalle questioni del mercato del lavoro da rianimare e riorganizzare dopo un’agonia tollerata troppo a lungo. Qualche segnaposto è stato suggerito solo in relazione ai compiti connessi al futuro previdenziale e al totem Fornero.

Il grande lavoro da fare per riformare i Centri per l’impiego, nel rapporto con le Regioni e dopo il fallimento del progetto di coordinamento nazionale tentato con Anpal, sembra una sine cura per chi deve insediarsi in via Veneto. Le politiche attive e un miglior rapporto tra scuola e lavoro sembrano occupare pochissimo spazio nell’investimento politico. Negli ultimi quindici anni, al ministero del Lavoro abbiamo avuto inaffondabili leader sindacali (Damiano), uomini di punta del Carroccio (Maroni) o del Popolo della Libertà (Sacconi), leader (o aspiranti leader) di partito (da Di Maio a Orlando).

Sembra che al nuovo governo di centrodestra la poltrona che fu di Donat-Cattin o Giugni, Marini o Formica, Treu o Fornero sia di scarso interesse. Speriamo di sbagliarci e di vedere nella lista dei ministri un nome che ci faccia cambiare idea e che faccia cambiare volto al mercato del lavoro in Italia.

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