Mentre Macron e Scholz provano a ricucire il rapporto tra le due capitali, non si sciolgono i nodi intorno alle cooperazioni industriali in tema di Difesa. Dalle accuse di Parigi a Berlino di preferire i prodotti Usa a scapito dell’industria europea, ai sospetti tedeschi che i francesi siano più interessati a tutelare in propri interessi industriali, la strada per ricucire è in salita

Basterà il lungo pranzo all’Eliseo tra il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz a rinsaldare le tante fragilità che sembrano separare sempre più Berlino da Parigi? È la domanda da porsi in dopo l’incontro, a porte chiuse e senza conferenza stampa, che ha visto il faccia a faccia tra i due leader, che tra i tanti temi affrontati hanno toccato, naturalmente, quello strategico della Difesa. Parigi, infatti, è sempre più indispettita dalle mosse tedesche nel settore e nel percorso di costruzione di una Difesa europea, giudicato dall’Esagono come sempre più autonomo rispetto all’intesa franco-tedesca, e soprattutto orientato verso la sponda americana dell’Atlantico.

J’accuse francese

Come ha notato anche il quotidiano francese Le Figaro, con toni tutt’altro che concilianti, Parigi accusa la Germania di favorire gli acquisti off-the-shelf di attrezzature statunitensi “a scapito dell’industria europea”. La proverbiale goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso francese sarebbe il sistema di difesa aerea europeo Sky Shield proposto da Berlino e al quale hanno aderito diversi Stati europei, ma non la Francia. Per i transalpini il progetto sarebbe l’ennesimo tradimento di Berlino. Come riporta il quotidiano, nel 2015 Germania e Francia avevano collaborato con l’Italia e MBDA per lo sviluppo del sistema missilistico a medio raggio Mamba, da allora il sistema è stato ulteriormente sviluppato e schierato anche all’interno dell’architettura Nato. Ora, la proposta di Olaf Scholz, a cui hanno aderito quattordici Stati membri dell’Ue, per costruire un nuovo sistema basato sui Patriot americani e degli Arrow 3 israeliani, avrebbe “silurato” la collaborazione tra Francia e Germania in questo settore.

Il nodo del Fcas

Altro punto dolente del rapporto tra Berlino e Parigi è lo sviluppo del sistema di combattimento aereo di sesta generazione Fcas, con la disputa tra la Dassault Aviation e Airbus. La società francese, inizialmente scelta come lead contractor per la realizzazione dei controlli di volo, il sistema nervoso dell’aereo, è preoccupata di stare perdendo quote del proprio carico industriale da quando la Spagna è salita a bordo del progetto a fianco della Germania, suggellato anche da un recente accordo di collaborazione tra Berlino e Madrid. “Se dobbiamo continuare a discutere in ogni fase del programma, non siamo d’accordo”, aveva dichiarato quest’estate Eric Trappier, amministratore delegato di Dassault Aviation.

Le necessità di Berlino

D’altra parte, la guerra in Ucraina, decisamente più vicina alla Germania anche in termini meramente geografici, sta costringendo il governo tedesco a un profondo potenziamento del proprio strumento militare, invertendo una tendenza che risale ai tempi del secondo Dopoguerra. I tempi richiedono in particolare una modernizzazione dei mezzi e la sostituzione dei più obsoleti con strumenti moderni e, soprattutto, già disponibili, che possano dunque provvedere in maniera efficace alla proiezione di deterrenza nel complicato scenario internazionale. La scelta di Berlino di acquistare gli F-35 è andata in questa direzione, ed è servita a rimpiazzare i vecchi Tornado tedeschi.

I sospetti su Parigi

C’è inoltre da considerare che Berlino è anche preoccupata dalle intenzioni di Parigi, sospettata di essere più interessata a proteggere i propri interessi industriali che ad avanzare effettivamente i progetti di Difesa comuni. Sempre il Fcas ne è un esempio concreto. Da una parte la Dassault non vuole rinunciare a mantenere una preminenza rispetto a quelli che dovrebbero essere suoi partner, e dall’altra Parigi non ha mai mostrato interesse al progetto di far convergere il programma con il parallelo portato avanti da Regno Unito, Italia, Svezia e Giappone, bollato dall’Eliseo come “non europeo”.

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