Secondo Le Corre (Harvard/Essec), al di là dell’incontro Biden-Xi ci sarà da seguire il viaggio del segretario Blinken in Cina. Là verranno rimarcati i confini del rapporto Usa-Cina, che interessano anche l’Italia. L’applicazione della Big stick diplomacy e il fronte dei semiconduttori con Taiwan, Corea del Sud e Giappone

“Anche se alcuni definiscono l’incontro tra il leader americano e quello cinese un successo, lo è stato soprattutto perché è avvenuto e non tanto per i contenuti”, commenta Philippe Le Corre, docente di Harvard attualmente visiting professor all’Institute for Research and Education on Negotiation (“Irene”) della Essex Business School di Singapore.

“Il vero lavoro — spiega a Formiche.net — inizierà nei prossimi giorni, preparando il viaggio del segretario di Stato Antony Blinken in Cina, nel quale si lavorerà su questioni come il clima, la salute, l’alimentazione e la governance globale”. Sono gli enormi temi che riguardano l’opportunità di aprire spazi controllati di coesistenza pacifica (magari in certi casi collaborativa). Ma allo stesso tempo sono anche potenziali terreni di scontro tra due potenze di cui una non intende perdere il primato globale e l’altra intende ripensare un mondo in cui non ci siano primati assoluti ma solo modi per primeggiare.

La visita di Blinken dovrebbe essere organizzata per l’inizio del prossimo anno con gli stessi obiettivi generali dell’incontro di Bali tar Joe Biden e Xi Jinping: mantenere aperte le linee di comunicazione e avere scambi franchi su questioni importanti di alto livello per evitare conflitti. I funzionari americani e cinesi intendono definire i dettagli del viaggio nelle prossime settimane.

Blinken ha incontrato il suo omologo Wang Yi, il ministro degli Esteri cinese che lo riceverà a Pechino, diverse volte in vari luoghi al di fuori della Cina. A fine settembre hanno parlato a margine della riunione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, e Taiwan è stato un argomento centrale delle discussioni. A marzo 2021 si erano visti ad Anchorage, in Alaska, dove Wang e Yang Jiechi, il più alto funzionario del Partito Comunista cinese per la politica estera, avevano criticato aspramente Blinken e Jake Sullivan, il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, sulla politica degli Stati Uniti nei confronti della Cina.

“Crediamo che sia importante che gli Stati Uniti cambino la propria immagine e smettano di promuovere la propria democrazia nel resto del mondo”, aveva detto Yang durante una parte pubblica dell’incontro usata dai cinesi per esporre al mondo la loro narrazione e le loro recriminazioni contro gli Usa. “Non so quanto anche questa volta sarà accogliente l’ospite di Blinken”, aggiunge Le Corre.

“Ma — continua — sono certo che la Cina chiederà un accordo, con un abbassamento delle sanzioni sui chip tra le cose in cima alla lista”. Il docente americano si riferisce alla decisione con cui a inizio ottobre l’amministrazione Biden ha continuato il lavoro della precedente: una serie di misure che sostanzialmente bloccano la vendita alla Cina di semiconduttori.

Le regola si applica ai chip realizzati con tecnologia americana ovunque nel mondo, oltre a impedire ai cittadini statunitensi di lavorare con i produttori cinesi del settore senza prima ricevere un’autorizzazione (che comporta un processo di vetting governativo molto rigido). Si tratta di uno di quei casi in cui controlli commerciali (dunque di carattere economico) sconfinano totalmente nel politico.

Nelle discussioni interne note sui media statunitensi, Blinken ha sostenuto le azioni dell’amministrazione Biden nei confronti della Cina, compreso quelle sui controlli delle esportazioni di tecnologia dei semiconduttori. Allo stesso tempo, Blinken è un sostenitore dell’obiettivo di Biden di mantenere aperti i canali di comunicazione con la Cina per evitare un rapido deterioramento delle relazioni.

“Per usare la frase di Theodore Roosevelt, l’approccio di Biden alla Cina può essere descritto come ‘speak softly and carry a big stick’”, ha detto Yuen Yuen Ang, politologo dell’Università del Michigan, al New York Times. “A differenza di Donald Trump, Biden non invia tweet selvaggi o insulta la Cina, ma è determinato a contrastare l’ascesa della Cina, e lo ha fatto in modo costante radunando gli alleati e tagliando l’accesso della Cina a tecnologie critiche”.

L’applicazione della Big stick diplomacy in questo caso tocca un nervo aperto per Pechino. Per la Cina (come per chiunque, d’altronde) disporre dei chip è una necessità strategica attraverso cui procedere verso lo sviluppo. Sviluppo che fa parte del contratto sociale con cui il Partito/Stato ha promesso ai propri cittadini di aumentare la prosperità (certamente “con caratteristiche cinesi”) in cambio dell’accettazione della compressione di diritti e libertà. In questo momento quella prosperità è legata allo sviluppo tecnologico, che a corto di chip è praticamente impossibile.

Per comprendere ulteriormente la dimensione della partita sul tavolo basta ragionare sul fatto che la Cina è il principale produttore di terre rare (materia prima dei chip) mentre gli Stati Uniti sono il primo sviluppatore di software. In mezzo c’è Taiwan, che è il primo (con ampio distacco) per capacità di trasformare quei minerali in sistemi in grado di far lavorare i software — ossia la produzione di semiconduttori.

La partita in corso è tutt’altro che commerciale, tant’è che l’idea di Biden è costruire un sistema chiuso alla Cina (la cosiddetta “Chip 4” con Taiwan, Giappone e Corea del Sud). Una serie di dinamiche che tra l’altro ha portato anche l’Ue a muoversi, varando il proprio “Chips Act” da €43 miliardi, seguito ad agosto dai $53 miliardi in sussidi all’industria dei semiconduttori annunciati da Biden.

Questa autosufficienza tecnologica — in contraddizione con i principi della globalizzazione — è legata a ragioni di matrice politica. Ognuno di quei quattro Paesi ha partite aperte, più o meno complicate, con la Cina. Su tutti gli Stati Uniti intendono inibire le capacità cinesi di produrre tecnologia perché sanno che è uno di quei confini sfumati tra business e governo di Pechino — che riguarda l’industria degli armamenti.

Ossia, quando con la Cina si mettono sul tavolo questioni economico-commerciali, non è mai ben chiaro il confine tra queste e la strategia politico-militare portata avanti dal Partito/Stato. 

Questo confine lasco, se non assente, è una delle ragioni che porta alla riflessione sugli investimenti di aziende cinesi nei porti europei (come Amburgo o il Pireo quasi completamente cinesizzato, ma prossimamente potrebbe toccare anche altri Paesi come l’Italia), o alle attenzioni richieste dalla Cia sull’aprire l’accesso di stanze delicate alle telecamere di alcune società cinesi sospettate di collaborare con lo spionaggio governativo.

Il quadro delle future relazioni tracciato dal Le Corre disegna le questioni che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni si troverà sul tavolo quando andrà a Pechino — e dovrà tenere in mente Washington, con cui già dalla campagna elettorale la leader di Fratelli d’Italia ha dimostrato l’intenzione di essere allineata. Competere senza contrapposizione con la Cina, aveva detto Biden dopo aver visto Xi — e le sue parole non lasciano troppi spazi a eccessive esposizioni.

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