L’ex ministra alla Difesa: “È fondamentale mantenere alta l’attenzione sul Mediterraneo: ci sono connessioni evidenti con quello che sta succedendo in Ucraina. Rapporti dell’intelligence confermano, ad esempio, come azioni del gruppo Wagner siano funzionali all’incremento dell’instabilità anche spingendo sugli sbarchi clandestini”. E sul fronte degli approvvigionamenti di munizioni: “Molte scorte, tra l’altro sono state utilizzate per sostenere l’Ucraina”

Il contesto globale è frenetico. Il fronte aperto dall’aggressione dell’Ucraina da parte della Russia ha scompaginato le agende politiche rimettendo, in testa alle priorità, il tema della Difesa. Per fare una panoramica sullo stato dell’arte del comparto in Italia e per capire quali sono gli ambiti che non vanno trascurati, abbiamo chiesto un’opinione a Roberta Pinotti, ex ministra e sottosegretaria alla Difesa.

Partiamo dall’aggressione russa all’Ucraina. Qualora si dovesse configurare l’ipotesi di un coinvolgimento delle nostre Forze Armate, sarebbero pronte?

Dal punto di vista della preparazione, della capacità e dell’addestramento le nostre Forze Armate sono tra le migliori del mondo. Il tema vero, anche in altri paesi europei, riguarda più che altro gli approvvigionamenti. Dando per scongiurata l’ipotesi di un rischio bellico imminente, molti paesi hanno avuto un’attenzione meno rigorosa all’approvvigionamento del munizionamento. Molte scorte, tra l’altro sono state utilizzate per sostenere l’Ucraina.

Dal punto di vista della capacità industriale del Paese, sul versante della difesa, a che punto è la concertazione anche su scala europea?

Questo è un tema ancora aperto . Dal punto di vista della collaborazione su scala europea, però, va detto che un precedente virtuoso c’è ed è quello del consorzio Eurofighter. Il consorzio continua a funzionare e l’aereo ha prestazioni ottime. Anche la Francia avrebbe dovuto farne parte, ma poi optò per una produzione nazionale, il Rafale. Sono necessarie determinazione e lungimiranza da parte dei Paesi per andare verso una maggiore integrazione dell’industria della difesa, in modo da ottenere, realmente, un’industria della difesa di respiro europeo. Tutto ciò deve anche garantire ai singoli stati margini di crescita : sia dal punto di vista delle competenze che dal punto di vista economico. E’ però un processo che presuppone un percorso non breve, in cui fare convergere valori e interessi

Alcuni Paesi, però, sentono la necessità anche alla luce del conflitto in Ucraina, di dotarsi di strategie e mezzi di difesa il prima possibile.

Sì, e l’accordo siglato dalla Polonia di più di cento carri armati americani è indicativo sotto questo profilo. Così come è indicativo il fatto che la Germania abbia stanziato cento miliardi nel comparto della Difesa. Anche per questo l’industria europea in questo segmento si deve sempre più compenetrare e deve farlo velocemente per evitare di avere come unica opzione gli acquisti di prodotti non europei . Le forze armate europee sono già abituate a lavorare assieme nella cornice delle operazioni Nato ed europee, ma l’interoperabilità è fatta anche dai dispositivi utilizzati.

Per l’Italia, al netto dell’aggressione russa, è fondamentale evitare che si distolgano le attenzioni dal Mediterraneo. Come fare?

È fondamentale, anche perché ci sono connessioni evidenti fra quello che sta succedendo in Ucraina e quello che accade nel Mediterraneo. Ci sono rapporti dell’intelligence che, ad esempio, confermano come azioni del gruppo Wagner siano funzionali all’incremento dell’instabilità anche spingendo sugli sbarchi clandestini. Per il fronte Sud mi fa piacere si sia consolidato il format, che avevo contribuito a istituire, in preparazione del vertice Nato a Cardiff, funzionale proprio al mantenimento della massima attenzione alle questioni del Mediterraneo. Il presidente spagnolo Sanchez, che ho ascoltato nei giorni scorsi a Madrid, ha ribadito la centralità che il Mediterraneo deve avere anche per la Nato. L’Europa non si può permettere distrazioni.

Un’ultima domanda. Le manca la vita del Parlamento?

No. In Parlamento ci sono stata per anni e mi sento di dire di aver contribuito a decisioni importanti. Ma ci sono altrettante cose, ugualmente importanti, da fare anche fuori dal Parlamento.

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