Ripercorrendo il solco a suo tempo tracciato da Franz Kafka, si potrebbe dire che attualmente il mondo sia deprivato di memoria e di tempo storico: la visione dello spirito, nel migliore dei casi, ha ceduto il posto alla cultura, che può essere positiva oppure negativa. Ci viene incontro Adelphi che celebra alcuni anniversari della letteratura, capolavori immortali. L’analisi di Claudio Mattia Serafin

Il lungo dibattito (bellico) iniziato nel gennaio 2022 conduce a interrogarsi sul futuro e sul destino della comunità, che nel caso degli interessati è proprio quella europea.

Ripercorrendo il solco a suo tempo tracciato da Franz Kafka, si potrebbe dire che attualmente il mondo sia deprivato di memoria e di tempo storico: la visione dello spirito, nel migliore dei casi, ha ceduto il posto alla cultura, che può essere positiva oppure negativa.

Per fortuna, si è anche in tempo di intelligenti anniversari editoriali (o di coincidenze storiche), e ad esempio Adelphi ha proposto in questo 2022 la riedizione delle bozze della “Suite francese” (la cosiddetta “Tempesta in giugno”), di Irène Némirovsky, ucraina ebrea uccisa nei campi di concentramento. L’autrice, come sappiamo, è scomparsa ottanta anni fa, il 17 agosto del 1942.

Non solo: sempre la casa editrice citata ha ristampato “Un occidente prigioniero” di Milan Kundera, saggio breve sull’Europa centrale, a mezza via tra politica, letteratura, filosofia e cultura. La prima edizione risale al 1983, e Adelphi ha avuto la lungimiranza di riproporre ora il testo all’alba del conflitto ucraino. La riflessione si inserisce nell’ampio contesto degli scrittori euro-russi; Kundera, in particolare, si interroga sul destino delle piccole nazioni nell’ambito delle grandi prospettive integrazioniste della seconda metà del XX secolo. È questo il triste quesito che si pongono questi Autori, in difesa di peculiarità culturali proprie, che dunque devono essere preservate. Egli si riferisce alla nazione ceca, e cita proprio il concetto di nazione, che abbiamo visto esser sorta con la pace di Vestfalia (1648). In realtà, ogni individuo ha proprio, innato, in sé, un concetto di nazione, osserva Kundera. Il ceco stesso è idioma dimenticato. Per i cechi, nessuna conquista è mai stata incontrovertibile, e la perdita di una lingua è grave, perché si derubrica a semplice folklore, dal più alto stadio di identità (perduta, appunto). La tragedia che descrive Kundera è appunto quella dell’isolazionismo, e poi dello stalinismo imposto per venticinque anni, e poi di nuovo l’oblio. La cultura e la letteratura, secondo l’Autore, svolgono un ruolo cruciale: in ispecie rilevante è la letteratura più plebea, terragna, vicina alla sensibilità del popolo (dunque più nazionale che mai).

Tra gli altri, il filosofo Emil Cioran sostiene che: “Non abitiamo in una nazione, abitiamo in una lingua. Perciò solo la nostra lingua madre è la nostra vera patria”.

Una riflessione che non è un attacco alla lingua inglese, ma al contrario una visione che vuole valorizzare il tutto e gli elementi che vanno a comporlo.

Era sempre Danilo Zolo a dire che si può essere eurocentrici in diversi e molti modi, a cominciare proprio dall’idea di Mitteleuropa, ma senza mai lasciare indietro le origini mediterranee e greche, o gli influssi orientali, e quant’altro. È poi un peccato essere eclettici?

Si pensi che lo stesso Kundera ha poi iniziato a scrivere in lingua francese, e la perdita della lingua di appartenenza è stata denunciata anche dalla stessa Ágota Kristóf, che se ne è sentita privata, in vista appunto di un linguaggio dominante. Indietreggiare dinanzi alle opinioni altrui significa andare al di là dei Lumi, comporta una sorta di ritorno al Medioevo, con repressione di idee e confronti, sostiene Kundera. E ci si allontana dunque sempre di più dalla verità. Le arti prosperano, ad esempio, solo ove c’è libertà di pensiero.

Il Rinascimento, ad esempio, ha in comune con l’Illuminismo il fatto di essersi emancipato dalle pastoie del passato, di essersi dotato di un solito impianto intellettuale di tipo razionalista. La letteratura, dunque, deve avere una portata liberatrice. Kundera sostiene che noi tutti conosciamo molto bene l’Europa tradizionale, centro-nordica, ove si sono sviluppati l’alfabeto latino e la religione cattolica, ma non teniamo in considerazione quella ortodossa, bizantina, con il suo alfabeto cirillico. Un continente che va dall’Atlantico agli Urali sembra essere politicamente a Est, ma attratto culturalmente dall’Ovest. Identità e cultura coincidono, non devono essere mortificate, perché durante il processo identitario, si forma e si crea poi cultura, la quale si addensa e si intensifica sempre di più. Il comunismo, afferma l’Autore, nega la cultura ma al contempo è il bizzarro coronamento della stessa cultura, in quei tipi di società, che possiamo identificare, appunto, con l’Europa centrale (la tragedia dell’Europa centrale è la formula utilizzata nel volumetto in commento). L’Europa, giudaico-cristiana, è diversa dalla Russia, ma ne ha subito le influenze.

D’Annunzio stesso e Rilke sono stati influenzati dal modo di dire, di raccontare e di narrare che è da ricondurre allo spirito russo (che non ha caso ha partorito il romanzo moderno). Kundera, come innumerevoli altri intellettuali, sanno bene in cosa consista questo sentimento di melanconia da collocare a Est del mondo, un Est devastante come il destino che hanno subito questi popoli (di nuovo numerosi parallelismi con l’attualità). È un conforto razionale che spiega l’immensa tristezza, ma di certo non è in grado di risolverla.

Kundera sostiene che il mondo descritto da Gogol è repellente e spaventoso: non Gogol in sé, ma la realtà devastante da lui evocata.

Kundera conclude affermando che tutti i Paesi satellite sono destinati a essere spazzati via, assorbiti dalla cd. Storia: non a caso, anche in punto di ricognizione musicale, l’inno alla gioia di Beethoven o altri inni nazionali hanno un tono di trionfo, mentre altri (quello polacco) principiano con parole sommesse, di mera sopravvivenza. È per questo motivo che l’Autore in commento è in grado di enucleare questa saggezza non seria, che trova la presunta grandezza solo divertente e del tutto autoriferita. Ancora una volta, il dato storico si presenta come bagaglio, per così dire, scientifico, da trattare con estrema cautela. Il bagaglio storico futuro è l’attuale presente (sociale) e ancora una volta si verificheranno litigi per occupare lo scranno dello spirito del tempo; ahinoi, il posto è uno solo.

In bilico sono sempre i mesti (e onesti) artisti, gli intellettuali, i tolleranti, i produttori di cultura, eccetera: individui da sempre considerati come spaventosi produttori di ontologia, ontologia che appunto atterrisce, in quanto da ricollocare in quel dato incerto, in quella “memoria dal sottosuolo”, in quel dubbio come tecnica di vita, di cui si è a lungo parlato in alcuni precedenti editoriali.

 

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