La fratellanza è un’urgenza laica, perché la società cosmopolita non è senza radici ma solo Francesco ci sa spiegare che le crea nell’eterna mutevolezza delle diversità in incontro. L’intervento di Riccardo Cristiano alla presentazione del volume “Fratelli Tutti? Credenti e non credenti in dialogo con Papa Francesco”, di Castelvecchi, all’Istituto Sturzo con padre Antonio Spadaro

La lettura di questo volume mi ha interessato sin dal titolo, per quel punto interrogativo che dice molto di tanti sostenitori della fratellanza. A cominciare da quei cattolici a nome dei quali si esprimerebbe Francesco. Il regime di cristianità, l’idea di Chiesa societas perfecta: tutto questo più che di fratellanza parlava di forma confessionale e gerarchica, piramidale e che non consente altri spazi.

In questo libro si ricordano anche i figli dei lumi, per me così legati al concetto di fratellanza da aver pensato che se ovunque nel mondo vige la legge di gravità analogamente vi sarà una legge eterna e universale della felicità: le scienze sociali ci avrebbero detto quale. Questa fratellanza così razionale non poteva che derivare dall’evoluzione.

Così cercare l’anello mancante tra l’uomo e la scimmia è stato un esercizio fraterno, soprattutto con il presunto anello mancante prontamente individuato da certa scienza. Dei non fraterni per definizione, i figli dello Sturm und Drang, dirò solo alla fine, voglio contribuire dal punto di vista che sembra escluso, quello dell’agnostico. Il dialogo è sempre tra credenti e non credenti, dunque l’agnostico è escluso, perché sebbene non professi fedi non si può dire che non creda, l’agnostico non sa. Ma non sapere avvicina a entrambi, soprattutto se ammettono, come il cardinal Martini disse una volta, che il dubbio lo conoscono a volte anche i credenti. Ci sarà un momento di dubbio anche in chi non crede.

CHI C’ERA CON PADRE SPADARO ALL’ISTITUTO STURZO PER FRATELLI TUTTI. FOTO DI PIZZI

Eppure proprio Debora Tonelli fa emergere la certezza dell’agnostico: se Dio esistesse sarebbe lui a sapere tutto di noi e non noi a sapere tutto di lui. Scrive Tonelli: “Nella comunanza dell’intento, permangono divergenze irriducibili che sono nello stesso tempo fonti di tensione e ponti di dialogo”. Questo è il cuore della vita di un agnostico, la conferma di una sua possibile utilità: la fratellanza, non la sua provenienza da Dio o dalla specie umana, sebbene l’insussistenza di un universale sistema governato dalla ragione sia dimostrata più che dalla religione dalla realtà. Comunque potrebbe venire da entrambi, da Dio e dai diversi sistemi derivati dalla ragione, anch’essa più grande di noi. Non voglio fare del papa un agnostico come me. So bene che il suo pensiero parte da una premessa di fede, ma non fa dell’adesione a questa premessa una condizione.

Lo spiegano benissimo in questo testo Paolo Quintili e padre Antonio Spadaro, che scrive: “La fratellanza, per Francesco, non è solamente un’emozione o un sentimento o un’idea, per quanto nobile, ma un dato di fatto. Può essere il frutto della nascita dagli stessi genitori, o dal riconoscimento di una comune figliolanza divina o della medesima umanità: questo dipende da ciascuno e dalla sua visione del mondo e della vita”.

Siamo noi, a mio avviso, ad avere bisogno di uno schema monista, cioè di una verità assoluta dalla quale far derivare un principio assoluto senza il quale altrimenti potremmo trovarci condannati a convenire pur essendo di diverse visioni. Francesco a mio avviso porta avanti un’altra proposta. Lui sa da dove viene, a suo avviso, la fratellanza, ma non gli interessa costringermi a pensarla come lui, a farla discendere da dove la vede discendere lui, ma a viverla con me. Tra tanti bivi forzati, destra o sinistra, illuministi o romantici, credenti o non credenti, razionali o irrazionali, lui per me vede il bivio vero e sceglie di stare dalla parte dei pluralisti, non dei monisti. Con rispetto faccio notare che un cattolico, Vico, ha smontato la teoria di un diritto naturale eterno e onnipresente.

La fratellanza si radicherà nel fatto rimosso che fratello sono io, perché origino o finisco in me: sono un soggetto, ma relazionale, abito dunque nello spazio che mi unisce all’altro, non nell’autosufficienza. Dunque il pluralismo si esprime nella domanda di Tonelli: “In che modo ciò che so è in grado di cambiare la mia vita?”. È la domanda del pluralista. Isaiah Berlin lo ha spiegato con il bivio tra riccio e volpe. Trae spunto da un testo di Archiloco: la volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande. La volpe ovviamente è il pluralismo, il riccio è il monismo. E ci parla del monista Tolstoi che però ogni giorno si scopre pluralista. Tolstoi individua nell’emergenza educativa il vero scandalo, ci investe tantissimi soldi, ma poi scopre che tutti i sistemi educativi sono un disastro, non vogliono educare ma plasmare gli altri a nostra immagine. Il pluralismo ci riconosce fratelli interconnessi perché diversi ma reciprocamente indispensabili. E infatti Francesco riconosce il pluralismo nel progetto di Dio. Questo è il punto che emerge in fin dei conti dalla ricostruzione storica offerta da Giovanni Luchetti sull’esperienza di Abraham Maimonide.

Così passo al Documento per la fratellanza umana, la pace mondiale e la convivenza comune firmato ad Abu Dhabi con l’imam di al Azhar, Ahmad al Tayyeb e che il contributo di Giovanni Macrì pone finalmente nella giusta luce: il recente viaggio in Bahrein ha dimostrato che anche l’islam sa riconoscere il pluralismo dentro l’islam. Lo sforzo compiuto nel brano che mi accingo a citare è paradossalmente maggiore in Francesco che in al Tayyeb.

L’Islam, ultimogenito della famiglia abramitica, ha meno difficoltà a riconoscere i fratelli maggiori, riservando a se ovviamente con l’ultimogenitura una sorta di compimento della profezia. Più difficile è riconoscere chi viene dopo per chi è venuto prima. È un ragionamento forse troppo umano, ma è così: un “dopo di me” vuol dire che io non sono definitivo? Questo discorso troppo umano dimentica che Cristo verrà nuovamente alla fine dei tempi, ma le ristrettezze mentali sono diffuse in tutte le famiglie. Ecco allora la frase che mi interessa citare: “La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano”.

Qui Francesco porta al Tayyeb nel solco del Concilio, che per un Sufi non è difficile visto che Rumi, il loro mistico per eccellenza, ha detto che i sentieri sono diversi ma la vetta è una. In questa certezza che ci sia una vetta sento solo la richiesta di ammettere che scaliamo la stessa montagna, non certo che qualcuno sia depositario della retta via. Ecco perché devo ringraziare Giovanni Macrì per avermi fatto capire: “Questo termine, fratellanza, è di chiara marca gesuitica, oltre che di impronta francescana s’intende, nel senso che egli vede nello strumento del dialogo lo stimolo migliore al discernimento, alla scoperta del noi, attraverso la scoperta dell’altro. La stessa decisione di volgere lo sguardo verso il Sud e l’Oriente – trascurando secondo alcuni critici fin troppo l’Europa- partecipa di quella visione politica a concentrare l’attenzione della Chiesa nello scenario dove si deciderà molto del futuro dell’umanità, dove cercare e trovare Dio in tutte le cose”.

Per concludere mi sia consentita una battuta sul tema dell’oggi, un certo tipo di pacifismo ideologico, usando una frase che sposo in pieno di Tonelli: “Il dialogo non è, allora, soltanto uno strumento per veicolare idee, ma il luogo in cui i paradossi dell’esistente non danno luogo a polarizzazioni, ma permettono di assumere consapevolezza del suo pluralismo”.

Se non fosse come dice Tonelli si realizzerebbe il sogno di certi pacifisti, la pace in presenza di un solo belligerante. Questo sogno di pace con un solo belligerante è proprio dell’epoca del nuovo monismo delle religioni secolari, che dovrebbe farci riscoprire la genialità del Marx, che vide la conflittualità arrivare dalla concentrazione dei mezzi di produzione in mano privata, alla luce della conflittualità che arriva dalla concentrazione dei social media, o quella di Bakunin che previde la rivoluzione non nei Paesi industrializzati, come credeva Marx, ma nel Terzo Mondo. Ma questo riesce solo al pluralista Bergoglio, il nemico delle religioni secolari, fautrici di guerre con un solo belligerante, quello che unisce scienza, finanza e organizzazione industriale, come capí con un altro colpo di genio Saint Simon.

Tante genialità purtroppo non hanno saputo avvisarci del problema dell’eterno ritorno del nazionalismo, dato sempre per morto e sempre tornato, il vero nemico della fratellanza. A questo riguardo vorrei fare un’osservazione relativa alla sociologia cattolica. Il problema dell’eterno ritorno del nazionalismo origina per i liberali nella certezza che una società sia come un organismo biologico, i suoi scopi sono quelli supremi. La loro risposta, l’individualismo, non ha risolto il problema, forse lo ha aggravato. Ma quando la Chiesa ribadisce che la famiglia è la cellula di questa società cade nello stesso errore, perché la famiglia conferma la necessità emotiva di un ordine gerarchico millenario che la razionalizzazione industriale ha messo in crisi e che l’uomo cerca, ma non nella famiglia bensì nel nazionalismo.

Forse Amoris Laetitia avrebbe potuto sfidare la tendenza, ma è stata prima depotenziata con il no sinodale agli omosessuali e poi contrastata da molti. Né mi sembra che i laici non nazionalisti abbiano visto la finestra che si era aperta, seguitando al alzare l’asticella del confronto. E invece la fratellanza è un’urgenza laica, perché la società cosmopolita non è senza radici ma solo Francesco ci sa spiegare che le crea non altrove che nell’eterna mutevolezza delle diversità in incontro. È la vera cittadinanza, la parola architrave del documento sulla fratellanza e dell’enciclica, che come mi ha fatto pensare Quintili sa porre la fraternità tra libertà e uguaglianza.

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