Secondo le informazioni ottenute dal Wall Street Journal, l’Iran starebbe pianificando un attacco contro l’Arabia Saudita e gli interessi statunitensi in Medio Oriente. L’obiettivo è distogliere l’attenzione dalla crisi interna con una vendetta false flag

L’Arabia Saudita ha condiviso con gli Stati Uniti informazioni di intelligence su un imminente attacco da parte dell’Iran contro obiettivi nel regno, ponendo le forze armate americane, e altre in Medio Oriente, su un livello di allerta elevato, hanno dichiarato funzionari sauditi e statunitensi al Wall Street Journal.

Lo scoop è altamente credibile, non solo perché in questo momento il WSJ si dimostra in grado di accedere a un canale di notizie molto valido sull’amministrazione statunitense. Ma anche per il contesto: l’Iran è in crisi nera, sta soffrendo il peso di proteste che per dimensione, diffusione e durata sono uniche e pongono un reale rischio di tenuta per il regime.

Di più: Teheran ha gli occhi del mondo addosso anche perché sta fornendo armi alla Russia (una nuova commessa potrebbe essere in arrivo a breve). Questo combinato disposto di repressione dei manifestanti e aiuto a Mosca ha messo la Repubblica islamica in cima alla lista dei paria e sta probabilmente portando al naufragio ogni residua possibilità di ricomporre il Jcpoa — e far passare dunque dal rinvigorimento dell’accordo (per il congelamento del programma nucleare) un recupero di credibilità e potabilità internazionale, nonché il riavvio di flusso economico-commerciale più stabili.

In risposta all’avvertimento di cui parla il WSJ, l’Arabia Saudita, gli Stati Uniti e diversi altri Stati limitrofi hanno innalzato il livello di allerta delle loro forze militari. Non sono stati forniti ulteriori dettagli sull’intelligence saudita, ma a quanto pare a Riad ritengono che l’Iran possa essere pronto a compiere attacchi sia contro il Regno che contro Erbil, in Iraq — dove da anni si trova il centro di coordinamento della lotta allo Stato islamico, una base che ospita anche militari italiani e che è stata colpita già altre volte in attacchi che per le forse occidentali sono da attribuire alle milizie sciite irachene legate al Sepâh.

L’obiettivo di questi possibili azioni — che teoricamente sono state pubblicizzate in anticipo come forma di deterrenza e per far saltare piani di segretezza — potrebbe essere il tentativo di distrarre l’attenzione da tutti quei dossier che attirano i riflettori sul Paese, in primis le proteste. Far parlare di altro attraverso se possibile un’azione impattante ma a negabilità plausibile su cui costruire disinformazione.

Il Consiglio di sicurezza nazionale statunitense ha dichiarato di essere preoccupato per gli avvertimenti e di essere pronto a rispondere se l’Iran dovesse compiere un attacco. “Siamo preoccupati per il quadro di minaccia e rimaniamo in costante contatto con i sauditi attraverso i canali militari e di intelligence. Non esiteremo ad agire in difesa dei nostri interessi e dei nostri partner nella regione”, dice una dichiarazione dalla Casa Bianca.

L’Iran, negli ultimi tre mesi, ha già attaccato il territorio curdo al nord dell’Iraq con missili balistici e droni armati, uno dei quali è stato abbattuto da un aereo da guerra statunitense mentre si dirigeva verso la città di Erbil. Teheran ha sempre pubblicamente incolpato i gruppi separatisti curdi iraniani con sede nel Paese di aver fomentato i disordini in patria e potrebbe incolparli per un’eventuale attacco false flag pianificato nel Kurdistan.

Le autorità iraniane hanno anche accusato pubblicamente l’Arabia Saudita, insieme a Stati Uniti e Israele, di aver istigato le manifestazioni. E il cerchio si chiude. Il mese scorso, il comandante del Sepâh (il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica), Hossein Salami, ha avvertito pubblicamente l’Arabia Saudita di limitare la copertura delle proteste in Iran da parte dei canali di notizie satellitari in lingua farsi, tra cui Iran International per esempio — un canale televisivo satellitare sostenuto in ogni senso dall’Arabia Saudita, il quale ha sede a Londra ed è popolare tra molti iraniani.

“Questo è il nostro ultimo avvertimento, perché state interferendo nei nostri affari interni attraverso questi mezzi di comunicazione”, aveva dichiarato Salami parlando durante le esercitazioni militari nell’Iranian Azerbaijan. “Siete coinvolti in questa faccenda e sappiate di essere vulnerabili”. Questo richiamo è molto interessante perché rimanda sia a vulnerabilità tecniche — il territorio saudita è stato più volte colpito con armi iraniane dagli Houthi yemeniti — sia di carattere socio-politico.

I sauditi detestano il concetto di interferenza esterna, basta guardare all’approccio chiuso sui temi dei diritti nel dialogo con i partner occidentali. Temono che concessioni possano essere destabilizzanti per la tenuta della monarchia (e del lungo processo di successione avviato da circa un decennio), e sotto quest’ottica allargano il pensiero alla crisi in Iran. C’è una componente che ritiene possa essere una buona occasione per colpire il regime nemico di Teheran (e dunque una forma di Islam politico sciita detestato a Riad). Ma ce n’è un’altra che ritiene molto rischiosa la potenziale propagazione regionale delle proteste attuali perché potrebbe andare a intaccare leve delicate — come la condizione degli sciiti in Bahrein, per esempio — e dare uno scossone allo status quo.

L’agenzia di stampa statale iraniana IRNA ha definito Iran International “una rete formata dall’Arabia Saudita nel 2017 a Londra” che “adotta un approccio completamente anti-Iran”. Il canale ha usato i social media e le sue trasmissioni satellitari per mostrare video delle proteste iraniane e della repressione della polizia da quando sono iniziati i diffusi disordini in Iran. Ossia ha fatto ciò che il regime ha cercato di evitare: far sapere al mondo che sta reprimendo ferocemente le masse di manifestanti, evitare di mettere gli iraniani a conoscenza di quanto sta accadendo.

Obiettivo fallito. Le autorità lottano per sedare i disordini che oramai hanno corso quotidiano e si ripetono dal 16 settembre, quando diventò nota la vicenda di Jîna Mahsa Amini. Più di diverse centinaia di persone sono state uccise, migliaia ferite, almeno mille arrestati in risposta alle manifestazioni iniziate come una sfida per i diritti delle donne e trasformatesi in un movimento che chiede la caduta della teocrazia.

Salami è uno dei volti delle proteste, perché il Sepâh ha guidato le repressioni attraverso l’impiego dei propri soldati o dei guerriglieri Basij. Il generale dei Pasdaran in questi giorni è particolarmente in vista anche perché ha mandato due ultimatum contro i manifestanti intimando la fine dei disordini. Per ora non sono stati rispettati, ma d’altronde questa via è poco funzionale perché chi protesta ha come obiettivo il sistema di controllo sul potere che il corpo guidato da Salami ha costruito in Iran.

Questa mattina sulla cupola del santuario di Shāh Cerāgh a Shiraz è stata esposta la bandiera “Ya Lasarat Al-Husayn”. Il drappo rosso rappresenta la vendetta e contiene uno slogan riferito a coloro che si sono vendicati degli assassini di Husayn ibn Ali (il terzo imam sciita). Resta da vedere se è stata usata come un segnale. Il santuario è stato attaccato alcuni giorni fa e sulla vicenda ci sono informazioni confuse: l’azione è stata rivendicata dall’Is, che però normalmente come tecnica usa in questi casi gli attacchi esplosivi, non spara alle persone. “Di solito le loro operazioni sono meglio pianificate, questo sembra molto amatoriale e inoltre di solito i loro miliziani registrano un video prima dell’attacco. Infine, ci sono precedenti di operazioni false flag di questo tipo”, spiega in maniera riservata una fonte dall’Iran.

Tuttavia, chi sarà oggetto della vendetta iraniana minacciata a Shiraz, i manifestanti o coloro a cui il regime addossa le responsabilità di ciò che sta accadendo per spingere la narrazione difensiva e scagionarsi da ogni colpa? Vale la pena notare che l’Iran ha esposto la stessa bandiera sulla famosa moschea Jamkaran dopo che l’epico generale dei Pasdaran Qassem Soleimani fu ucciso da un drone statunitense a Baghdad. L’attacco con missili balistici che ha ferito un centinaio di americani nella base di Ayn Al-Asad in Iraq è avvenuto tre giorni dopo.

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