La densità della manovra economica non si misurerà in consenso popolare, visto che la campagna elettorale è terminata e il prossimo appuntamento sarà nel 2024 con il rinnovo del Parlamento Ue, ma in consenso europeo

Il sottile filo che, nella costruzione della manovra, ha accompagnato il dialogo ideale e materiale tra Chigi, Mef ed Europa è il tratto somatico dell’azione del governo, tarata essenzialmente su due elementi: si è fatta una finanziaria responsabile e di taglio europeo che rispecchia i numeri e non certe intenzioni diffuse (prima) sui giornali; si è tenuto conto dei cosiddetti fattori esterni, come rating, spread, aumento dei tassi di interesse, tutte armi di distruzione di governi che, al momento, sono calmierati.

Il risultato è una manovra che fa tutto quanto possibile e in coerenza con il programma ma non va oltre, perché semplicemente non si può: si presenta quindi come la manovra di un governo politico serio che non strappa. Di chi i meriti? Condivisi tra i “silenziosi”.

Giancarlo Giorgetti è il ministro che, nel primo mese di governo, ha dichiarato poco e lavorato moltissimo, pur avendo subito non pochi attacchi per “assenza di coraggio”. Il riferimento è alla presunta mancata rottura con il segretario della Lega, passaggio che nessuno ha fin qui fatto in concreto. Ha scelto invece di lasciar cadere nel vuoto provocazioni e richieste senza logica, in primis quelle del suo partito e ha provato a suonare lo spartito del realismo, di conti e misure.

Oltre al capo di gabinetto del premier, quel Caputi formatosi alla scuola di via XX Settembre ai tempi del prof. Tremonti, altri due nomi si intestano il piglio con cui giungere alla manovra: Fazzolari e Fitto. Il primo, braccio destro politico del premier, ha indicato paletti, limiti e velocità di crociera; il secondo non si occupa solo di Pnrr ma anche di affari regionali e anche lui, come Giorgetti, è stato a Berlino. La sua diplomazia silenziosa è altrettanto vitale per l’esecutivo.

Ne emerge un quadro d’insieme per cui la nota dialettica Chigi-Mef c’è stata ma molto meno “agitata” che in passati governi. Merito della riservatezza, cifra di Giorgetti ma anche delle persone più vicine alla Meloni.

Prima del Cdm di ieri si sono viste in sostanza due manovre: una sui media con annunci e richieste, e una silenziosa, costruita faticosamente senza clamore e alla ricerca di ragionevoli compromessi. L’esito finale, nonostante le prevedibili intemperanze dei partiti in Parlamento, ha il segno della Meloni e di Giorgetti con il supporto di Fazzolari, Fitto e altri meno visibili ancora. Dall’altro versante si scorge sia la capacità di Conte di individuare una clava politica nella difesa del Reddito di cittadinanza e sia l’incapacità del Pd di inserirsi come parte attiva.

Per cui appare chiaro che la validità della manovra non si misurerà tanto in consenso popolare, visto che la campagna elettorale è terminata e il prossimo appuntamento sarà nel 2024 con il rinnovo del Parlamento Ue. Bensì in consenso europeo.

In questo senso va letto il filo di comunicazione, attivato e reso costante, con Bruxelles e le altre capitali europee, basato sul dialogo con il commissario europeo Paolo Gentiloni, con cui il rapporto è cordiale e costruttivo nell’interesse nazionale, senza dimenticare le interlocuzioni impreziosite dal ruolo dei diplomatici (e in particolare dell’ambasciatore Benassi).

Una manovra in silenzio, che in quanto tale paga, per la tenuta dei conti pubblici.

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