Solo cambiando prospettiva e assumendo quella dei protagonisti di un fenomeno ormai strutturale ed enorme si può arrivare a definire una linea comune nella quale ognuno ha un contributo da dare, comprendendo però che non sarà l’unico. Conversazione con Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, la sezione italiana del Jesuit Refugee Service

Contestualizzare. Si potrebbe riassumere in questa e poche altre parole il ragionamento che padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, la sezione italiana del Jesuit Refugee Service, svolge intorno a questo nodo-tragedia che chiamiamo “questione sbarchi”. L’impressione ascoltandolo è di vederlo ritrarre qualcuno che tenta di smuovere l’acqua in un catino bollente senza mai riuscire a ottenere risultati, o rischiando di peggiorare la situazione, facendo cadere dell’acqua per terra, altra sui suoi vestiti ed aggravando così la sua situazione. L’iniziativa di Italia, Grecia, Cipro e Malta, ad esempio, appare il tentativo di costituire un fronte, quello tra i Paesi di prima accoglienza, che avrebbe un senso importante per smuovere le acque, ma poi manca la Spagna non è quel che vorrebbe essere.

Dunque il fronte dei Paesi di prima accoglienza non è tale, e inoltre costituisce un rischio, quello di creare in Europa altri fronti, tra ostili o chiaramente contrari al nostro punto di vista e quindi a ciò che si intende conseguire. Il problema non riguarda pertanto la legittimità dei punti di vista, compreso ovviamente quello dei Paesi come l’Italia che chiedono maggiore solidarietà all’Europa, ma quella di rappresentare il problema per quello che è, non assumere il punto di vista dei propri interessi, ma quello della realtà, contestualizzandola. E questa contestualizzazione non può che essere storica, cioè relativa al significato di ciò di cui parliamo, il fenomeno migratorio, nel contesto storico che stiamo vivendo.

Per farlo occorre partire non dai nostri diretti e immediati interessi, perché altrimenti gli altri faranno lo stesso e comporre interessi diversi sarà molto difficile se non impossibile, bensì dalla comprensione di chi si muove, quanti si muovano, in che condizioni si muovano e perché si muovano. Solo cambiando prospettiva e assumendo quella dei protagonisti di un fenomeno ormai strutturale ed enorme si può arrivare a definire una linea comune nella quale ognuno ha un contributo da dare, comprendendo però che non sarà l’unico. L’emergenza ambientale, bellica, sociale, politica che sconvolge il fianco africano del Mediterraneo è un dato oggettivo, gigantesco, ma non unico: “gli sbarchi” sono una parte di un problema più ampio, che non può essere letto solo con occhi mediterranei perché non tutti gli europei sono mediterranei, ma tutto hanno qualche pressione e la realtà va presa partendo dalla sua essenza.

Inoltre contestualizzare aiuta anche a capire che le opinioni pubbliche arrivano a questo confronto in una fase di stress, determinata dalle conseguenze dell’emergenza Covid, che ci ha segnato, chiuso e impoverito, e dell’emergenza bellica, quella in atto in Ucraina, che ci stressa, impoverisce e chiude anch’essa, impaurendoci dell’oggi e del futuro. In questo contesto, contestualizzare dovrebbe aiutare a capire che certi messaggi possono aiutare a vedere o riconoscere nemici in chi nemico non è. La difesa dei confini avviene rispetto a un presento nemico disarmato, che si presenta chiedendo soccorso. Le parole di Camillo Ripamonti, “difesa dei confini da chi è disarmato”, colpiscono, colgono un punto assai più rilevante di quanto appaia, sgombra il campo da suggestioni o richiami storici inconsistenti. Dunque l’incomprensione, come testimonia il fatto che siano molti di più i migranti tratti in salvo dalla nostra guardia costiera che dalle navi delle ONG, avviene rispetto alla difesa di un altro confine, quello identitario, che politicamente preoccupa non per motivi economici ma perché metterebbe a rischio il carattere nazionale, patrio, del Paese. Qui emerge, ascoltando, una contraddizione: il primo governo che chiamando il ministero della famiglia anche della “denatalità” sembra prendere atto del grave problema demografico che ci attanaglia da tempo, ma non può cogliere l’opportunità, il rimedio offerto al male vero da quello apparente, perché segue un’altra priorità.

Ma se questo è un problema reale che distanzia dalle opportunità “cosmopolite” gli identitarsiti a tutti i costi, c’è un problema “di calcolo” che non distingue i governi. Se guardiamo al passato recente ma non breve della questione “sbarchi”, vediamo che i protocolli Minniti, cioè quelli firmati a quel tempo dal ministro dell’interno di un governo di centro-sinistra, sono stati rispettati e vengono ancora rispettati da governi diversi. Questo deriva dal fatto che, al di là di quanto si afferma come linea politica, si ritiene che solidarietà, vicinanza, accoglienza, elettoralmente non paghino. E allora pur propugnando politiche diverse si praticano scelte non dissimili. Ma questa impopolarità deriva da messaggi probabilmente ideologici oltre che dalla natura resistenza ad aprirsi nel momento della paura. La resistenza è naturale per chi è impaurito, ma andrebbe trattata con il racconto e la spiegazione dei fatti, pena il creare dei capri espiatori per esorcizzare il problema, quale -a mio avviso. è il problema – numericamnte marginale – posto dalle Ong.

Camillo Ripamonti però, che conosce i dati, vede un problema più ampio e teme che impostare il problema in termini di fronti contro altri fronti, partendo dagli interessi e non dei migranti, rischi anche di essere controproducente. I numeri infatti possono essere letti in tanti modi e se noi arrivassimo a leggerli in termini proporzionali rispetto alla popolazione complessiva (e poi alle richieste di asilo) potremmo trovarci penalizzati dalla nostra stessa iniziativa. Ma questo non sarebbe giusto comunque, perché il problema per essere capito e affrontato in modo sano e proficuo per tutti, ne richiede la contestualizzazione, che non consente una lettura sola dei dati, ma deve considerare anche altre proiezioni e altri fattori. È possibile? Volendo sarebbe certamente possibile, come dimostra non solo, ma anche l’evidenza dell’Italia solidale, che c’è ed è molto più ampia e sottorappresentata nel racconto pubblico di un’emergenza che dura da troppi anni e durante la quale lei avrebbe potuto aiutarci a capire come assumere un altro punto di vista che ci aiutasse, pur nelle difficoltà, a diventare europei che inquadrano i problemi nella loro vera natura, dimensione e portata per i singoli ma anche per il futuro della civiltà.

A pensarci bene è un po’ quello che ha detto Francesco ai gesuiti maltesi: evitare il naufragio delle civiltà. Può l’Europa pensare di chiamarsi fuori, può l’Italia non sentirsi in prima linea?

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