Archiviato l’aumento di capitale, per l’esecutivo è tempo di capire tempi e modi per il passaggio di mano e l’uscita da Rocca Salimbeni. La prima opzione è chiamare le banche intorno a un tavolo, utilizzando la testa di ponte delle fondazioni ormai azioniste. La seconda è comprare tempo, in attesa che il cavaliere bianco venga da sé

Due strade ma un solo destino. Ovvero la restituzione del Monte dei Paschi al mercato, previe nozze. Messo in cassaforte l’aumento di capitale da 2,5 miliardi senza il quale la banca più antica del mondo non avrebbe potuto mandare in porto il piano industriale rimanere sulle sue gambe, almeno per un po’, è tempo di capire come si muoverà il governo di Giorgia Meloni. Se, cioè, comprerà tempo come pare stia accadendo su Ita, forte dei due anni di proroga (ormai uno e mezzo) concessi dall’Europa, oppure prenderà il toro per le corna, decidendo di mettersi a caccia di quelle banche disposte a rilevare Mps, un pezzo ciascuna.

Formiche.net ha sondato ambienti vicini a Siena, che raccontano una sorta di bivio. Con una premessa. E cioè che Rocca Salimbeni, da sola non ci può rimanere, per il semplice fatto che oggi non è una banca in grado di stare al passo con gli altri istituti, italiani o stranieri che siano, decisamente più scattanti. E poi ci sono i conti, non a prova di bomba (nei primi sei mesi del 2022 l’utile è crollato da 202 a 27 milioni), una rete sul territorio ancora troppo complessa e un costo del lavoro non proprio leggero. Insomma, problemi strutturali e dalla difficile risoluzione che fanno svanire il sogno di una Mps stand alone.

E allora, l’ardua scelta. O aspettare che l’Europa torni a pressare Roma per una soluzione al caso o cercare subito un pool di banche disposte ad accaparrarsi un pezzo di capitale di Mps. E qui, la seconda opzione poggia su un punto di forza, le fondazioni. Le quali, è bene ricordarlo, hanno aderito in forze all’aumento. Se il Tesoro continua ad essere il primo azionista con una quota del 64% del capitale, il 36% di flottante è ripartito tra una pluralità di investitori particolarmente eterogenea. Il secondo azionista risulta essere Axa che ha messo sul piatto 200 milioni e ha raggiunto l’8%, segue Anima che ha partecipato con una cifra di 25 milioni di euro per una quota dell’1%.

Ma ecco che segue poi il blocco delle fondazioni che nelle scorse settimane avevano reso noto la loro disponibilità a finanziarie Mps. Nel dettaglio Fondazione Cariplo e Compagnia Sanpaolo hanno staccato un assegno da 10 milioni di euro ciascuna, Fondazione Crt e Cariparo con 5 milioni, CariCuneo 3 milioni, Fondazione Sardegna (3 milioni) e Forlì (1 milioni). Seguono le fondazioni toscane con Fondazione Mps che è intervenuta con 10 milioni, stessa cifra messa sul piatto da CariFirenze. Tutti questi enti, potrebbero portare le banche di cui sono azioniste, intorno a un tavolo, con la stessa dignità, per decidere di subentrare alla quota del Tesoro e consentire il disimpegno dello Stato, magari con due tra le principali banche italiane a fare da king makers.

Attenzione per, viene fatto intendere, il discorso è anche politico. Il governo Meloni, infatti, non vorrebbe troppo legarsi a questo o quello istituto, per non finire con l’andare in debito di riconoscenza con la banca che dovesse rilevare Mps. Per questo l’operazione di sistema a mezzo pool, con più soggetti, al fine di ripartire oneri e onori il più possibile, senza legarsi a un soggetto particolare. Sempre che Roma non voglia tentennare e aspettare che qualche cavaliere bianco si faccia avanti sua sponte.

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