Siamo una democrazia parlamentare e il Parlamento dovrebbe servire, come dice la parola, a parlarsi. A dichiarare la propria linea politica e a confrontarsi sul merito delle questioni. Carlo Calenda e Matteo Renzi non stanno facendo nulla di strano

Nonostante il partito di Giorgia Meloni fosse all’opposizione e dall’opposizione accusasse quotidianamente il governo di aver fatto strame dei diritti costituzionali degli italiani col pretesto del Covid e di aver tradito l’interesse nazionale piegandosi all’Europa e a non meglio identificati poteri forti globali, il governo Draghi lasciò passare diversi emendamenti di Fratelli d’Italia alla scorsa legge di bilancio. Un tesoretto milionario a disposizione delle minoranze.

Non fu un’eccezione, è la regola. Una regola non scritta, che sin dai tempi della Dc e del Pci caratterizza le dinamiche parlamentari italiane e i rapporti tra la maggioranza e le opposizioni. Ma poiché siamo una nazione incline all’ipocrisia da sempre votata al conflitto interno, tutto avviene, come fosse un’onta, in silenzio e nella massima riservatezza. Condizione che, sia detto per inciso, incoraggia i parlamentari di opposizione a investire quel gruzzoletto in una pioggia di mancette senza alcun senso politico.

C’è, dunque, qualcosa che non va. Siamo una democrazia parlamentare e il Parlamento dovrebbe servire, come dice la parola, a parlarsi. A dichiarare la propria linea politica e a confrontarsi sul merito delle questioni con l’obiettivo di convincere alleati e avversari della bontà delle proprie proposte legislative.

È invece prassi farne un teatro, più spesso un’arena dove confliggere fino a delegittimarsi. Ormai da tempo, i passaggi politici più importanti avvengono fuori dal Parlamento. Ormai da tempo, ogni volta che i partiti di maggioranza e i partiti di opposizione cercano di accordarsi per affrontare e risolvere insieme problemi complessi si grida all’”inciucio” evocando di regola basse e sordide ragioni. Ragioni quasi sempre personali e quasi mai politiche.

Non è questo che desideravano padri della Patria come Luigi Einaudi, che dall’esilio, nel 1939, agognava una democrazia parlamentare basata sulla “discussione” e sul “compromesso” in cui le forze di opposizione onorano la propria funzione se e quando riescono anche solo a “modificare la dizione di un articolo” o a “far introdurre un nuovo comma” in una legge. Quando incidono, quando lasciano un segno. Possibilmente un segno politico di cui andar fieri piuttosto che una mancetta fine a se stessa da riversare nel proprio collegio elettorale. È solo così, diceva Einaudi e suggerisce la Costituzione, che la Politica giustifica se stessa.

Questo anche per dire che Carlo Calenda e Matteo Renzi non stanno facendo nulla di strano.

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