Il governo Draghi e le premesse di Meloni hanno fatto cambiare comunicazione. Zheng Xuan, capo missione di Pechino a Roma, parla molto di scambi. La Belt and Road è limitata a verde e digitale. Ecco perché

Cinque volte “apertura” economica. Zero riferimenti all’Ucraina e alla Russia, temi su cui non è stata neppure posta una domanda. L’intervista rilasciata a Class Editori-Xinhua/Ceis (dove Ceis sta per China Economic Information Service, servizio della stessa agenzia di stampa ufficiale cinese) da Zheng Xuan, incaricata d’affari ad interim all’ambasciata cinese di Roma, è molto poco politica. Il titolo scelto lo conferma: “Aumentano ancora l’interscambio Italia-Cina e gli investimenti”. Sommario: “Dopo il record di 75 miliardi di dollari di scambi commerciali tra i due Paesi nel 2021, quest’anno si registra un ulteriore +13,3%. E nonostante l’avverso contesto geopolitico (le cui cause non vengono però approfondite nell’intervista, ndr) anche gli investimenti di imprese cinesi in Italia sono aumentati di 70 milioni di dollari”.

Dopo che a fine luglio l’ambasciatore Li Junhua ha lasciato Roma per diventare sottosegretario generale per l’Economia e gli affari sociali delle Nazioni Unite, Zheng Xuan è capo missione in attesa della nomina del nuovo ambasciatore. Come racconta la rassegna stampa sul sito dell’ambasciata, è la sua terza intervista da quando guida le operazioni della sede diplomatica, nessuna rilasciata a una grande testata: la prima a La Riscossa, organo del Partito comunista; la seconda all’Agenzia Stampa Italia, supplemento quotidiano di TifoGrifo “web radio tv Perugia”, che, solo per citare due esempi recenti, nei giorni scorsi ha pubblicato il discorso dell’oligarca russo Igor Sechin a Baku (è di “fondamentale importanza” leggerlo per “comprendere al meglio l’evoluzione e i cambiamenti in corso nel mercato globale dell’energia”) e ha parlato di “terrorismo internazionale” con riferimento all’Ucraina citando una lettera al Copasir scritta da Roberto Fiore, leader di Forza Nuova, scarcerato a luglio ma ancora imputato per l’assalto alla Cgil dell’anno scorso. In mezzo, nell’attività di questi mesi di Zheng Xuan, una nota ripresa dall’Agenzia Nova. Inoltre, è sotto la sua guida che il portavoce, pochi giorni prima delle elezioni, ha avvertito Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia e oggi presidente del Consiglio (pur senza citarla) esprimendo malcontento per le ”osservazioni negative che sfruttano la questione di Taiwan per stimolare un approccio ostile nei confronti della Cina”.

La prima domanda di Class Editori-Xinhua/Ceis riguarda gli investimenti cinesi in Italia. Sono “distribuiti principalmente nelle regioni centro-settentrionali” – come emerso anche dalle decisioni del governo Draghi di utilizzare i poteri speciali per frenare gli appetiti cinesi su aziende italiane strategiche qui basate. Tra i settori coinvolti “ci sono finanza, moda, trasporti, produzione di macchinari, medicina e salute”, spiega la diplomatica invitando il nuovo governo italiano a “lavorare insieme” per sostenere le imprese in entrambi i Paesi “nella realizzazione della cooperazione economica, commerciale e degli investimenti”. Sembra mancare, però, reciprocità (oltre ad alcuni settori interessati ma tralasciati nell’intervista). Quando parla di industrie italiane da accogliere nel mercato cinese Zheng Xuan fa riferimento a “tre principali industrie sviluppate, l’industria aeronautica e quella automobilistica sono competitive a livello globale e dispongono di molti prodotti ‘piccoli ma belli’ in questi ambiti”. Trattasi di settori strategici. Quando cita le opportunità per le imprese italiane in Cina delimita il perimetro “alle industrie italiane di ‘Food, Fashion, Ferrari’” e ipotizza opportunità sui “consumi personalizzati, in ambiti quali medicina e salute, finanza e assicurazioni”. Ma auspica poi di “percorrere insieme la strada che porta alla trasformazione dell’economia verde e di quella digitale, sperando anche che l’Italia continui a fornire alle imprese cinesi un ambiente imprenditoriale aperto, equo, giusto e non discriminatorio, ottenendo così mutui vantaggi e benefici per tutti”.

Si parla poi dell’accordo sugli investimenti siglato da Cina e Unione europea a fine 2020 ma bloccato dal Parlamento europeo per i timori di un’assenza – anche qui – di reciprocità, come segnalato da diversi analisti. L’accordo, sostiene l’incaricata d’affari, è “equilibrato e reciprocamente vantaggioso” a dimostrazione della “strategia di apertura di mutuo vantaggio e reciproci benefici” che la Cina di Xi Jinping avrebbe confermato, a suo dire, in occasione del recente XX Congresso del Partito comunista cinese. “La Cina è stata sempre sincera nello sviluppo delle relazioni sino-europee e ritiene che, essendo due importanti forze in un mondo multipolare, la Cina e l’Ue dovrebbero attenersi al posizionamento di base del partenariato strategico reciproco e mantenere un buono slancio di dialogo e cooperazione”, aggiunge.

Tuttavia, è dal 2019 che l’Unione europea non riconosce più la Cina come “partner strategico”. Il documento “Ue-Cina: un outlook strategico” pubblicato dalla Commissione europea nel marzo di tre anni fa ha definito la Cina come “rivale sistemico”, “competitor economico” e “partner negoziale”. Inoltre, proprio dopo il discorso di Xi al Congresso, i 27 ministri degli Esteri dell’Unione europea hanno affrontato il tema dei rapporti con la Cina nel corso di una riunione in Lussemburgo durante la quale è stato presentato un documento, stilato della diplomazia comunitaria, che suggerisce una posizione ancor più dura: la Cina viene descritta come un “competitor” più che un partner. Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, aveva spiegato che “Dobbiamo discutere con la Cina su molti temi perché senza la Cina i problemi del mondo non si risolvono, per esempio la lotta al cambiamento climatico”. Ma l’accento è sul ruolo della Cina come “un forte competitor” e l’Unione europea farebbe bene a “evitare di ricreare delle dipendenze”, per esempio sulle terre rare, così come è stato fatto con la Russia sul gas. “Il dibattito continuerà”, aveva promesso Borrell, “ma era importante avere una discussione il giorno dopo del discorso di Xi, che è stato un discorso molto assertivo”.

Immancabile nell’intervista anche un passaggio sulla Via della Seta (Belt and Road). La diplomatica auspica “che l’Italia in futuro lavori con la Cina, rafforzando costantemente la cooperazione reciprocamente vantaggiosa in materia di energia verde, tutela ambientale e altri campi e portando avanti la costruzione congiunta di una Belt and Road verde”. Parla della Via della Seta digitale. Sostiene che “il rafforzamento della cooperazione pragmatica relativa alla costruzione congiunta della Belt and Road tra Cina e Italia favorisce il dialogo e gli scambi tra i due Paesi in ambito digitale, promuove l’integrazione di regole e standard e porta alla condivisione dei benefici dello sviluppo digitale”.

Dunque, conferma il focus della Via della Seta su digitale (5G ma non soltanto) e transizione verde. Come detto, poco spazio alla politica.

L’Italia è cambiata rispetto a quella che nel 2019, con il governo gialloverde presieduto da Giuseppe Conte, firmava il memorandum d’intesa sulla Via della Seta. Con il governo di Mario Draghi, l’Italia “comprende molto bene come la Repubblica popolare cinese operi nel mondo”, aveva dichiarato Wendy Sherman, vicesegretaria di Stato degli Stati Uniti, rispondendo a una domanda di Formiche.net durante un incontro con la stampa europea a giugno. Prima delle elezioni, in un’intervista all’agenzia di stampa taiwanese Cna, Meloni aveva definito quell’intesa un “grosso errore”. “Se mi trovassi a dover firmare il rinnovo di quel memorandum domani mattina, difficilmente vedrei le condizioni politiche”, aveva aggiunto con riferimento al rinnovo previsto nel 2024.

La diplomazia cinese ha cambiato stile (su Twitter, per esempio, ha passato alcune settimane “tutta meme e aggressività” dopo la visita a Taiwan di Nancy Pelosi, come aveva riassunto Il Foglio) e contenuti. Ma, come ha sottolineato Borrell, l’Unione europea farebbe bene a “evitare di ricreare delle dipendenze” nei settori critici per il futuro, a partire proprio dalle transizioni digitale e verde.

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