Si è capito che non esiste una risposta unica al problema di una definizione del prezzo del gas, soprattutto adesso che stiamo vivendo una situazione di forte squilibrio, ma anche incertezza degli approvvigionamenti, per il deficit di meno 40% delle forniture russe, così come anche per le aspettative e le conseguenze della guerra. Il commento di Gianni Bessi, consigliere regionale dell’Emilia-Romagna per il Pd

Le agenzie di stampa battono la notizia del giorno: accordo tra i Paesi Ue su meccanismi di solidarietà e piattaforma per acquisti comuni di gas. Disaccordo sul valore del price cap per il gas, che sarà discusso nuovamente al Consiglio energia di metà dicembre. Intanto è un passo avanti, anche se ci sono delusi, perché su come affrontare la crisi energetica – e i costi per la società – gli stati membri parevano avessero scelto di competere in una versione aggiornata e corretta di “Giochi senza frontiere”, dove ognuno al proprio turno giocava il jolly sperando di fare più punti degli altri.

Il jolly italiano è stato proprio il price cap, che ha avuto in Mario Draghi il primo e più convinto suggeritore: il nostro Paese si era messo a capo del “gruppo price cap”, sperando di forzare l’Ue ad adottarlo, fino alla sua ultima definizione di cosiddetto corridoio dinamico. Sono passati 9 mesi di acceso dibattito e di ricerca di compromessi, un processo che non è ancora finito.

Ma la cronaca riporta una reazione negativa del governo italiano, col ministro Gilberto Pichetto Fratin che ha dichiarato che com’era stato proposto il price cap non era quello che l’Italia si aspettava e il modello con un tetto a 275 euro non va bene. Siamo sempre alla guida, ma stavolta del gruppo dei delusi.

E chi può essere soddisfatto? Lasciamo perdere l’Olanda o altri Paesi frugali e, sempre rifacendoci al nostro gioco in stile anni ’80, occupiamoci del fattore Germania.

I teutonici hanno oscillato molto fra la posizione possibilista e quella di rifiuto totale. Tanto che, viste le polemiche odierne, il ministro del finanze, il verde Robert Habeck, ha sentito la necessità di confermare che la repubblica federale non è contro il price cap, ma anche che non è proprio entusiasta.

Una Germania che intanto per contrastare la crisi ha approvato una serie di decisioni a partire dal Bazooka dei 200 miliardi, alle ‘nazionalizzazioni’ di aziende dell’energia fino alla pianificazione di esentare i guadagni sopra i 130 euro per megawattora per solare, eolico e nucleare, secondo un progetto di legge citato da Bloomberg News.

Il gioco del prezzo del gas è partito da lontano, con parziali o totali rinvii: un lungo gioco sul mercato, con il tabellone che riportava temperature e previsioni meteo presenti e future, stoccaggi riempiti  e indici dei future. E relative oscillazioni.

Vladimir Putin, non è stato un convitato di pietra ma un protagonista che ha influenzato le dinamiche del prezzo, le aspettative del mercato a cominciare dai meccanismi del TTF di Amsterdam contribuendo alla spirale rialzista.

Ma sul price cap, chi ha vinto, o chi sta vincendo allora, alla fine?

Nessuno in realtà, perché si è capito che non esiste una risposta unica al problema di una definizione del prezzo del gas, soprattutto adesso che stiamo vivendo una situazione di forte squilibrio, ma anche incertezza degli approvvigionamenti, per il deficit di meno 40% delle forniture russe, così come anche per le aspettative e le conseguenze della guerra.

Condizionamenti e percezioni: anche il mercato del gas, come quello di tutte le commodity, si muove seguendo le direttrici dei “comportamenti” dell’economia e della finanza. E l’ondeggiare tra una posizione e l’altra non contribuisce alla stabilità: ne sappiamo qualcosa noi consumatori che abbiamo dovuto fare i conti con oscillazioni considerevoli del prezzo al megawattora, tra picchi a oltre 320 euro fino agli attuali 118.

Tanto che questi mando-rimando di notizie, di annunci, di proposte e di decisioni che potrebbero generare il sospetto che siano “manovre di aggiotaggio”.

Una confusione che ha reso più che mai “price sensitive” il gas.

Dobbiamo farcene una ragione, il mercato del gas è cambiato da quando era tra i più “noiosi”, con prezzi stabili e soprattutto bassi e “abbondanza di approvvigionamenti”. Ora segue le stesse dinamiche rialziste e ribassiste di altre commodity, per esempio il petrolio, il cui prezzo non è controllabile neppure da parte dei paesi produttori. Leggere Opec o Opec +.

Un mercato come quello europeo, che è “regionale” e subisce la necessità di ricorrere a esternalità per gli approvvigionamenti, con conseguente stress sistemico nel momento che sono venute a mancare le quantità necessarie di fonte russa, ha come soluzione quello di percorrere  una soluzione “dirigista”, con l’Ue che impone ai paesi membri un compromesso accettabile da tutti?

Basta una rivisitazione del mercato e della borsa con l’illusione che la soluzione regolatoria risolva tutto?

Forse qualcosa sta succedendo e il confronto-scontro sul price cap ci sta dicendo qualcosa sul nostro futuro, dove ogni stato europeo si identifica in un’entità più grande. Il tema prezzo sicuramente deve essere gestito in chiave regolamentare come qualsiasi attività della comunità umana. Anche il mercato fa parte di tale comunità e sicuramente una rivisitazione delle regole del mercato è necessaria. Ma il sistema dei paesi europei non può negare che servono impegni duraturi nel tempo con i produttori di gas, moderne e nuove infrastrutture di ingresso e reti di stoccaggio trasporto e distribuzione efficienti integrate tra i diversi Paesi. E insistere sempre sui due pilastri degli acquisti comuni e delle misure di risparmio ed efficientamento energetico. Perché il gas naturale è il back up fondamentale per il sistema energetico. E non è all’orizzonte la possibilità di superare questo dato di fatto.

Dopo il mercato unico dell’economia e della moneta (in parte) che sia venuto il tempo di una comunità europea dell’energia?

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