Con Vision 2030 l’Arabia Saudita diversifica la propria economia, e crea i presupposti per incrementare il livello di interdipendenza economica con altre nazioni. Si tratta di una manifestazione del soft-power? Sicuramente, ma non nel senso che intendiamo in Italia, termine fortemente legato alla componente culturale. Ma ad avere influenzato la visione saudita più che la cultura occidentale, è la sua economia. Il commento di Stefano Monti, partner di Monti&Taft

Vision 2030 è un percorso verso il futuro. Rappresenta un piano profondamente ambizioso e trasformativo che mira a sbloccare il vasto potenziale dell’Arabia Saudita, rendendola una nazione leader a livello globale, innovativa e diversificata.

Questa è una traduzione più o meno letterale dell’incipit del report delle attività condotte a 5 anni dalla pubblicazione del piano, ed è interessante notare come, il documento identifichi tra gli asset più importanti del piano la storia dell’Arabia Saudita, il proprio patrimonio culturale e la propria cultura.

Si tratta dunque di una manifestazione del soft-power? Sicuramente, ma non nel senso con cui in Italia viene tradizionalmente interpretata questa espressione.

Nel nostro Paese, infatti, il termine soft-power è fortemente legato alla componente culturale. Ma ad avere influenzato la visione saudita più che la cultura occidentale, è la sua economia.

L’intero piano, infatti, può essere piuttosto raccontato in questo modo: l’elevata dipendenza dal petrolio rischia di ridurre l’influenza saudita nel mondo, condizione che potrebbe indebolirne la posizione internazionale conducendo a potenziali rischi di instabilità geopolitica.

Con Vision 2030 l’Arabia Saudita diversifica la propria economia, e crea i presupposti per incrementare il livello di interdipendenza economica con altre nazioni.

Uno spunto di riflessione che può essere importante trarre da questa progettualità di medio-lungo periodo, può dunque emergere dalla constatazione che, per promuovere tale tipologia di politica, l’Arabia Saudita abbia scelto di declinare e comunicare la propria azione facendo un significativo ricorso alle dimensioni culturali e di quelle che vengono definite industrie culturali e creative.

Perché la scelta condotta dall’Arabia Saudita permette di mettere in un luce una serie di caratteristiche del nostro sistema economico e sociale.

Tra le prime, sicuramente, il ruolo della cultura come asset principale da comunicare per qualsivoglia attività di tipo prettamente imprenditoriale riferita al territorio. Si tratta di un modello che il cosiddetto mondo occidentale sviluppato ormai propone da più di un decennio, e che l’Arabia Saudita ha colto in pieno.

Per quanto tale componente abbia sicuramente avuto un ruolo, tuttavia, ritenere che il ricorso alle industrie culturali e creative sia ascrivibile unicamente ad un’attività di “greenwashing” sarebbe sicuramente un errore di valutazione, basato su una poca attenta osservazione delle caratteristiche economiche che sono tipiche di questa tipologia di industria.

Tra tali caratteristiche si segnala ciò che qualche anno fa, in ambito economico, si amava spesso indicare come il tasso di interdipendenza settoriale della cultura. Detto in altri termini, il livello con cui l’insieme di attività che costituiscono la catena (o il sistema) di creazione del valore in ambito culturale e creativo presenta un alto volume di connessioni con altre tipologie di produzione. È uno dei fattori che è alla base del famoso “effetto moltiplicatore” della cultura, talvolta utilizzato in modo incauto, ma che fa sì che ogni euro investito in cultura generi un impatto economico maggiore se si guarda alla dimensione territoriale di riferimento.

Questo è un elemento che va forse approfondito: se uno dei potenziali obiettivi sauditi è quello di diversificare la propria economia incrementando il livello di interconnessione con altre economie internazionali, allora le industrie culturali e creative rappresentano un veicolo estremamente utile in questo senso.

Tra gli altri elementi che sicuramente vanno presi in considerazione ci sono poi gli impatti che lo sviluppo di una cultura “internazionale” può avere sulle dimensioni turistiche, e sugli effetti economici che possono derivare da un’esponenziale incremento degli arrivi nel territorio saudita.

O ancora, la capacità di imprimere una maggiore rapidità di transizione verso un’economia basata sui servizi, la possibilità di poter attrarre un insieme di “talenti” e “capitali” ad oggi molto distanti dall’economia saudita nel suo complesso.

Non si tratta, dunque, di “cultura”, ma della manifestazione imprenditoriale della cultura e della creatività, della capacità che queste industrie possiedono di poter avviare dei processi trasformativi dell’economia territoriale.

Questa interpretazione, tuttavia, conduce inevitabilmente anche all’identificazione di uno dei punti più critici, o quantomeno delicati, dell’intera vicenda e vale a dire che le industrie culturali e creative, oltre a tutti i fenomeni già descritti, producono cultura.

E la cultura che producono, può anche non essere la cultura che l’Arabia Saudita vorrebbe sviluppare. Si pensi, ad esempio, alla recente vicenda che ha visto la polizia detenere una ragazza per aver indossato una minigonna.

Molti osservatori hanno interpretato questo episodio come un passaggio obbligato verso una più ampia autonomia delle donne all’interno della cultura tradizionale saudita.

E questa è sicuramente una interpretazione plausibile. Ma altrettanto plausibile può essere l’interpretazione opposta, e vale a dire che questo episodio è il segno evidente che si sta avviando nel territorio saudita, una trasformazione economica che implica delle modifiche culturali che la popolazione saudita può anche non volere. Non importa quanto giuste tali modifiche possano essere considerate da questa parte del mondo.

Superando le dimensioni etiche e più prettamente culturali, tale vicenda lascia emergere quindi una debolezza strutturale importante per il futuro dell’Arabia Saudita: l’instabilità della scelta politica.

E un’instabilità di questo tipo genera impatti tanto più negativi quanto più crescono le interdipendenze che tale strategia intende generare. Non solo di tipo economico e finanziario, ma anche di tipo politico.

Questa evidenza ci deve indurre a riflettere con maggiore attenzione a ciò che “esportiamo”: comprendere, ad esempio, che il modello che rappresentiamo non è quello “culturale”, ma quello “economico dei servizi legati alla cultura e alla creatività”. E che se di soft-power vogliamo parlare, allora meglio iniziare a considerare la possibilità di fare uscire il soft-power dai convegni e dai musei, e iniziare a cercarlo, e a svilupparlo, nelle piccole e medie industrie che rappresentano, ci piaccia o meno, la forma più evidente e contemporanea della nostra cultura, e della nostra società.

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