Dall’ambientalismo ideologico e di matrice antirenziana, il movimento si è scoperto di centrodestra. Se l’esecutivo, in continuità con Draghi, tira dritto sulle trivelle, a destra qualcuno non è affatto d’accordo. E può rallentare i piani del presidente del Consiglio. L’analisi di Stefano Cianciotta, presidente dell’Osservatorio Infrastrutture di Confassociazioni e Abruzzo Sviluppo SpA

Il Nimby non ha colore politico. Per decenni il civismo e l’ambientalismo, anche di matrice ideologica, hanno ispirato l’avversione alle infrastrutture di molti amministratori regionali e locali di centrosinistra.

Il Nimby di centrodestra esisteva, ma era soprattutto confinato nelle pieghe delle amministrazioni locali, perché era più evidente il no del centrosinistra, soprattutto nelle battaglie condotte dai presidenti delle Regioni Puglia e Campania contro le trivelle, che avevano un preciso destinatario: Matteo Renzi. Il no degli amministratori di centrodestra, infatti, non faceva notizia perché negli anni della presidenza di Renzi e negli ultimi conflittuali mesi determinati dalla battaglia sul referendum, a tenere banco era la lotta di potere dentro al Partito democratico e le opposizioni dei territori alle trivelle, al Tap, erano in fondo questioni esclusivamente politiche che afferivano al centrosinistra.

L’opposizione del Movimento 5 Stelle a eventi come l’Expo a Milano o le Olimpiadi di Roma, o alle stesse Tav e Tap, o agli investimenti di Eni, Terna e Snam, costituiva la naturale prosecuzione della critica dei grillini ai fenomeni della corruzione e al giustizialismo, temi che avevano caratterizzato il Movimento fin dalla sua costituzione.

Le posizioni contrarie alle trivelle del governatore veneto Luca Zaia sulla materia non incidevano granché sul tema, perché l’agenda dei media e della pubblica opinione era concentrata unicamente sul futuro di Renzi. O venivano studiati più da vicino l’ascesa e il consolidamento di personaggi come Alessandro Di Battista, Luigi Di Maio, Roberto Fico, Barbera Lezzi o Paola Taverna.

Sono passati appena pochi anni da allora e il mondo è cambiato almeno due volte, a causa della pandemia e del conflitto ucraino che hanno imposto in ambito produttivo nuove catene del valore, con la conseguenza che logistica e produzione industriale sono tornati ad un legame indissolubile.

Dal 2019, poi, le riserve adriatiche di idrocarburi sono estratte da croati, greci, albanesi e montenegrini, le cui imprese operano appena qualche metro più in là dalla linea immaginaria di confine.

In quegli anni il presidente del Consiglio Giuseppe Conte parlava genericamente di Green New Deal, che da un punto di vista concreto non significa nulla, perché non offre alcuna prospettiva agli investitori potenziali. E intanto i suoi governi avevano bloccato il rilascio delle autorizzazioni alle imprese che volevano estrarre gas in Italia.

Dopo tre anni, però, tutto sembra essere cambiato nel sistema globale. E non a caso uno degli ultimi decreti del governo Draghi aveva già creato le condizioni per sbloccare le nuove estrazioni per 6 miliardi di metri cubi da giacimenti esistenti tra l’Adriatico e il Canale di Sicilia.

Il provvedimento appena varato dal governo Meloni non vuole mettere solo a disposizione una certa quantità di gas a un prezzo controllato alle aziende che stanno soffrendo, ma fa molto di più, perché rimuove decenni sterili di dibattito, che ha opposto l’ambientalismo ideologico allo sviluppo sostenibile e alla ricerca industriale. La decisione dell’esecutivo guidato da Meloni, in continuità con le ultime scelte fatte dal governo Draghi, è giustificata anche dalla drammaticità degli eventi e dalla necessità di garantire il reperimento immediato di gas da dare alle imprese più energivore, quelle per intenderci che stanno per interrompere la produzione o sono tornate ad alimentare i propri forni a carbone.

Il primo governo di centrodestra dopo oltre un decennio, però, si è trovato a dover fronteggiare un avversario che non immaginava.

Dal sindaco di Piombino dello stesso partito del presidente Giorgia Meloni, contrario da sempre al rigassificatore, alle esternazioni di Zaia e del ministro Roberto Calderoli, esiste un fronte nel centrodestra che sulle politiche energetiche ha una visione diversa dalla maggioranza di governo.

Il presidente Meloni sa bene che su questi temi esistono maggioranze molto più ampie in parlamento (Azione e Italia Viva sarebbero certamente favorevoli a sostenere questo genere di provvedimenti così come una parte del Partito democratico), nelle Regioni (il Consiglio regionale dell’Emilia Romagna ha votato all’unanimità i nuovi investimenti al largo delle coste ravennate) e nelle amministrazioni locali (il sindaco di Ravenna, Partito democratico, è uno dei più convinti sostenitori dell’eolico off-shore e delle trivelle).

Questi provvedimenti, poi, possono contare su un sostegno trasversale dell’opinione pubblica. Ma oggi nonostante la posizione ferma della stessa Meloni e le diverse interviste del ministro Gilberto Pichetto Fratin a sostegno della necessità di riprendere le estrazioni in Italia, all’orizzonte quello che preoccupa l’esecutivo è come passare dalle parole ai fatti, consapevoli che la via verso le nuove estrazioni sarà lastricata di ricorsi amministrativi. E alcuni possono portare la firma anche di esponenti del centrodestra.

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