Mentre si preannuncia un Consiglio di commercio e tecnologia anemico, a Bruxelles si studia come rispondere alle misure protezionistiche di Washington senza dissotterrare l’ascia di guerra (commerciale). E persino la Germania apre a una politica di sussidi Ue per restare al passo con Usa e Cina

Venerdì 25 novembre, a Bruxelles, è in programma una riunione dei ministri del commercio europei. Non sono attesi annunci particolari, ma sul tavolo ci sarà uno dei dossier più scottanti del momento: le tensioni commerciali transatlantiche, generate dalle misure protezionistiche nel Green Deal statunitense. Il pacchetto-legge da 370 miliardi di dollari, in vigore da inizio 2023, prevede sgravi e sussidi che svantaggiano i concorrenti europei nel campo delle tecnologie verdi, auto elettriche in primis.

Lato europeo, occorre capire come rispondere – consapevoli del fatto che si rischia di scivolare in un conflitto commerciale e compromettere la relazione transatlantica, che con Joe Biden è andata rinsaldandosi. Nel 2021 questo clima di collaborazione ha portato alla nascita del Consiglio commercio e tecnologia (Ttc), un forum semipermanente Ue-Usa creato anche per risolvere le frizioni commerciali e diventato, secondo il Consiglio europeo, “la pietra angolare di un’agenda commerciale transatlantica positiva”. Ma Washington si è rifiutata di porre la questione dei sussidi sul tavolo del Ttc, inasprendo i dissapori con Bruxelles.

La prossima riunione del Ttc è in agenda per i primi giorni di dicembre. Sarebbe dovuta essere un’occasione per dimostrare al pubblico su ambo le sponde dell’Atlantico i frutti del lavoro congiunto, che negli scorsi mesi ha permesso a Usa e Ue di agire rapidamente ed efficacemente sul versante delle sanzioni alla Russia. Ma alla prossima riunione, anticipa Mark Scott di Politico, i risultati da presentare saranno anemici. Eccoli: progetti telco congiunti in Kenya e Giamaica (per dimostrare di poter contrastare gli investimenti cinesi); una roadmap per l’intelligenza artificiale; sistemi di allarme per monitorare la catena di produzione dei semiconduttori; qualche sforzo di collaborazione sugli standard di ricarica delle auto elettriche, la documentazione digitale e i vaccini.

È il non detto che parla più forte. “Sono spariti gli sforzi congiunti per monitorare le interferenze straniere, soprattutto in America Latina e nell’Africa subsahariana”, scrive Scott. “È sparita qualsiasi menzione della Cina”, a dispetto delle insistenze di Washington, assieme alle ambizioni di “riunire personalità del calibro di Antony Blinken e Margrethe Vestager in un segno di bonhomie transatlantica”. I sei funzionari anonimi hanno detto al giornalista che il vertice “ha lo scopo di mostrare come si possono creare progetti attraverso questa cooperazione. Ma, in realtà, si tratta di un esercizio per salvare la faccia, basato sui risultati di basso livello attesi”.

Ciò che ostacola i lavori, inevitabilmente, sono proprio i sussidi e il rifiuto statunitense di applicare le stesse esenzioni riservate per il Canada e il Messico agli alleati europei. Per dirla come un documento interno del governo tedesco, si tratta della “questione politica più importante” nella relazione, nonché il “fattore di disturbo” per il Ttc. Per risolvere la questione Berlino ha tentato di resuscitare il Ttip, l’accordo di libero scambio tra Ue e Usa soffocato nei primi tempi della presidenza di Donald Trump. Ma dopo una doccia fredda di Bruxelles, persino la Germania, storicamente avversa ai sussidi, ora valuta l’istituzione di un proprio regime di sovvenzioni per evitare lo scontro commerciale e proteggere la competitività dell’industria green tech europea.

Si tratta di una mossa che romperebbe gli antichi tabù dei “rigoristi” europei, innervando la politica industriale dell’Ue di maggiori interventi statali. Un approccio che diverse capitali, tra cui Parigi e Roma, sostengono da tempo. È anche la stessa soluzione che ha indicato la rappresentante al Commercio degli Stati Uniti, Katherine Tai, e ha il beneficio aggiuntivo di ridurre l’esposizione europea alla Cina – che a forza di sussidi ha letteralmente costruito un impero tecnologico che minaccia le industrie occidentali. Come raccontava a Formiche.net Carlo Tritto (T&E), in Ue già si vendono sempre meno veicoli elettrici europei a favore di quelli cinesi: questi ultimi nel 2022 sono il 5%, ma già nel 2025 oscilleranno tra il 9 e il 18%.

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