“Gerardo aveva una visione politica a lungo termine. Pensava al domani”. Il ricordo di Pierluigi Castagnetti, che con Bianco ha condiviso più di una stagione politica

Soltanto pochi mesi fa, con lucidità estrema, proprio su queste colonne Gerardo Bianco aveva consegnato un’analisi puntuta delle difficoltà che il nascente governo avrebbe incontrato sul suo cammino. Se n’è andato, questa mattina un galantuomo della politica. Uno di quella generazione “di vecchi democristiani che aveva una visione a lungo termine. Ciò che manca oggi alla politica”. Il ricordo di Pierluigi Castagnetti, che con l’ex ministro democristiano ha condiviso più di una stagione politica, avendogli peraltro succeduto alla guida del Partito Popolare, parte proprio da questo aspetto del metodo politico di Bianco.

L’incontro

“Siamo stati cinque anni assieme al Parlamento Europeo – racconta Castagnetti – e siamo entrati in confidenza, frequentandoci assiduamente. Anche se la nostra conoscenza, parte da ben prima. Era il 1967”. Convegno fiume della Dc, a Milano. Di giorno, come era consuetudine, parlavano gli esponenti della nomenclatura. Quelli già affermati. Alla notte trovavano spazio i ‘peones’. La base inizia a rumoreggiare, il presidente Giovanni Leone che conduceva l’assise si spazientisce. Chiama a parlare qualcuno dei peones che avrebbero dovuto parlare alla notte. Nessuno risponde, se non Bianco. “Affannato, dall’ultimo anello del palazzetto sportivo milanese – racconta Castagnetti – arriva al microfono e, con lo humor che lo contraddistingueva dice apertamente che non si era preparato per parlare. Era dal 1953 che aspettava di intervenire a un convegno”. Straordinario. Uno spaccato di una politica che non esiste più.

Le tradizioni

Come ispirazione, Bianco incarnava i valori del popolarismo sturziano. “Era a suo modo un innovatore – riprende l’ex Dc -. Un uomo che pensava al ruolo dei cattolici in politica come attori primari dell’innovazione. Profondamente ancorato alla visione popolare della politica e fervidamente ostile ai settarismi”. La sua stella polare era l’Europa. Un uomo “profondamente coraggioso”. Il coraggio che lo portò “a fare una scelta tutt’altro che semplice: la fondazione dell’Ulivo”.

La stagione politica

“L’idea dell’Ulivo venne a Romano Prodi – scandisce Castagnetti – ma fu Gerardo Bianco con il Partito Popolare a sposare la scelta di un’alleanza che avesse quelle caratteristiche politiche. E, anche in questa decisione, emergeva chiaramente il suo convinto radicamento europeo”. Infatti, riferisce nel suo ricordo Castagnetti, “Gerardo era convinto che Berlusconi non fosse europeista, visti i compagni di strada che aveva a partire da Alleanza Nazionale. Ed è stato anche questo uno dei motori dell’adesione convinta all’Ulivo”.

Contro le correnti

Sarebbe difficile inquadrare Bianco in una delle tante correnti che hanno caratterizzato la storia gloriosa della Democrazia Cristiana. Anzi, per dirla con Castagnetti “era contro la logica correntizia”. O meglio la sua voce “interpretava le istanze delle base del partito”. Un basista. Uno di quei politici che “non sopportava massimalismi e superficialità. Insomma alla politica hic et nunc, tanto in voga al giorno d’oggi, Bianco preferiva “la visione di lungo periodo. La costruzione del domani”. Probabilmente in questo aveva inciso la sua formazione classica. Bianco era un latinista di vaglia, apprezzatissimo dalla comunità accademica. Un uomo di cultura, con relazioni internazionali solide. Sit tibi terra levis, professore.

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