Ratzinger è stato l’esempio vivente della ritrovata e rinnovata speranza della ricomposizione delle fratture che stanno annichilendo l’umanità anche nella apparente lontananza dal mondo. È probabile che la sua fragilità, con semplicità e coraggio confessata, altro non fosse all’epoca che il sigillo dello Spirito Santo sulla sua dignità pontificale non più bastevole nelle circostanze di allora. Il commento di Gennaro Malgieri

La Cristianità è in lutto. E non solo la Cristianità. La morte del Pontefice Benedetto XVI ha fatto scendere sull’umanità, non diversamente da quando s’involò verso la Casa del Padre San Giovanni Paolo II, una coltre di profonda tristezza. La sua dipartita segna la fine di un magistero vissuto all’insegna della coniugazione della ragione con della fede, qualcosa che ci mancherà profondamente ed acuirà i conflitti nella Chiesa cattolica in modo particolare, ma anche tra uomini di buona volontà che cercano di conciliare i due aspetti nel quadro di un disegno provvidenziale.

La solitudine decennale, trascorsa da Papa Ratzinger, pregando e studiando, ma soprattutto sostenendo la Chiesa universale, è finita nell’ultimo giorno di questo drammatico anno nel quale lui ha seguito il disfacimento del mondo, tra guerre e pandemia, povertà dilagante ed intolleranze diffuse, ma soprattutto con apprensione ha seguito e condannato, con le sue molte lezioni teologiche e spirituali il relativismo morale e culturale imperante che è stato il suo assillo costante. Ed inoltre, sempre vistosamente appartato, non ha mancato di far arrivare il suo pensiero ai quattro angoli della Terra per stigmatizzare senza riserve il peccato della pedofilia nel mondo ecclesiastico, vero fumo di Satana che è penetrato fin nel Palazzi Apostolici.

Gli ultimi dieci anni di Papa Benedetto sono forse stati, paradossalmente, i più produttivi dal punto di vista dell’ emanazione della sua spiritualità arrivata ovunque e maturata nel Monastero alla sommità del Colle Vaticano. Non solo massima autorità religiosa contemporanea, ma in un certo senso guida discreta eppur costantemente presente nella vita della cattolicità, il Pontefice che sosteneva come Dio fosse amore ha legato i credenti cristiani a coloro che cristiani non erano, seguendo la lezione del suo Predecessore polacco, al fine di dare un senso al dispiegarsi della comprensione tra popoli, civiltà, religioni. Ed a tal fine ha continuato l’apostolato di Papa Wojtyla reclamando innanzitutto una nuova evangelizzazione dell’Europa e dell’Occidente dalla quale muovere per dare un senso tangibile alla missione della Chiesa di Cristo.

Quando annunciò le sue dimissioni dalla Cattedra Petrina avemmo la sensazione che l’umano aveva fatto irruzione nel divino. Un evento mitico. Esiodeo o omerico. Mirabile, comunque. La fragilità dell’uomo al cospetto del Dio che lo aveva creato. Come un lampo pagano nel cuore della cristianità. A riprova, dopo i millenni sbriciolatisi, che l’essere provvisorio può presentarsi all’Essere eterno con la sua miseria che nel momento in cui l’ammette e la rivendica si ammanta di regalità.

Così il “chierico” Joseph Ratzinger si è proposto davanti allo Spirito Santo non per sfidarlo, ma per testimoniare un amore infinito avendo da Lui ricevuto il mandato di reggere e governare la Chiesa universale come Sommo Pontefice che s’impose il nome di Benedetto per marcare, come tutti i suoi duecentosessantaquattro predecessori, il distacco dalla Terra pur restando sulla Terra a guidare il gregge del Padre.

Le vie della Provvidenza sono imperscrutabili, come ci è stato raccontato da duemila anni in qua ed anche prima dei cosiddetti tempi storici. E, per quanto nulla sia precluso su quelle vie, nessuno aveva immaginato che un uomo, di rango spirituale elevatissimo, potesse rimettere ciò che Dio gli aveva affidato per amministrarlo in suo nome. Infallibile, come tutti i Pontefici, giusto quanto ci ricordava Joseph De Maistre nel suo scintillante Du Pape, mentre furoreggiavano gli effetti della più grande rivolta contro lo Spirito ed il diritto naturale, il Vicario di Cristo abbandonò il suo “regno”, non per superbia, ma come estremo atto di umiltà, e decise di tornare ad essere un semplice uomo di Chiesa, lavoratore nella vigna del Signore, consapevole dell’affievolimento delle sue forze. Non c’è forse un’immensa grandezza in questa decisione che implica il rifugio nel silenzio e nella preghiera, presupposti per sfiorare la mano di Dio ancor prima che la materialità del corpo si dissolva nella purezza dello spirito?

I gesti sono sacri più delle parole, a meno che queste non diventino carne. Et Verbum caro factum est. I gesti e le parole di Benedetto sono stati, allora e nei dieci anni successivi, trascorsi nella luce della solitudine, trasfigurazioni di umani limiti in prossimità alla religiosità tangibile, ciò di cui l’umanità, soggiogata dall’assolutismo relativista e dal prometeismo tecnologico, ha un disperato bisogno per continuare a vivere. Il segno che il Papa lascia, prima abbandonando il Soglio di Pietro e poi accarezzando la mano del Padre come ultimo atto della sua vicenda umana, non è, dunque, l’estremo grido di un disperato eremita agonizzante, ma il vitale esempio di un Pellegrino nel deserto della modernità dove la sua missione, germina con il lascito della preghiera e della sua magistrale lezione di autentico dottore della Chiesa, probabilmente tra i più grandi – augurandoci che tale sarà proclamato al più presto – dopo che il corpo è andato disfacendosi, celato agli occhi del mondo: un’eredità che è monito potente per una nuova evangelizzazione.

Adesso che non c’è più tutto appare chiaro: era questa la missione del tedesco Joseph Ratzinger, arrivato a sedere sul Trono petrino proveniente dalla terra di Lutero. Penso, perciò, che non poteva concludersi che con un “nuovo inizio”, quello che lanciò, dai più incompreso, nel febbraio del 2013 oltre gli ostacoli delle ritualità e dei formalismi: non più Pontefice regnante, dunque, ma rifondatore della Chiesa universale, un ministero che forse necessitava del distacco per essere portato a compimento.

Il “chierico” Ratzinger è stato l’esempio vivente della ritrovata e rinnovata speranza della ricomposizione delle fratture che stanno annichilendo l’umanità anche nella apparente lontananza dal mondo. È probabile che la sua fragilità, con semplicità e coraggio confessata, altro non fosse all’epoca che il sigillo dello Spirito Santo sulla sua dignità pontificale non più bastevole nelle circostanze di allora.

Il soffio che nel 2005 spinse i cardinali elettori nella Cappella Sistina a guardare al confratello Ratzinger come successore di Pietro, adesso, dopo la lunga solitudine e l’agonia durante la quale si è preparato a raggiungere il Regno Celeste, soffia molto più forte nel far riconoscere all’umanità dei credenti e dei non credenti come possa un uomo prescelto ad incarnare la volontà di Dio con il suo magistero, diventare testimone della Trascendenza. Così, Benedetto XVI oggi ci appare e lasciando questo mondo ci richiama ad un Cristianesimo primigenio fonte di rinnovamento e di riconoscimento della Grazia alla quale egli non si è stancato mai di richiamarci.

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