Padre Giovanni Sale firma un saggio di prossima uscita sulla rivista dei gesuiti che ripercorre l’elezione di Pio XI e l’avvento del Fascismo. Una riflessione profonda e attuale sui credenti e la vita politica e sociale del tempo in cui vivono

Chiesa e fascismo, un tema molto trattato in queste settimane e al quale La Civiltà Cattolica dà un contributo di enorme rilievo, storico e non solo. Il punto davvero rimarchevole di questo articolo è il peso che sa dare alla comprensione di cosa pensavano il papa, Pio XI, e il Vaticano, tramite la riletture di carteggi e di articoli apparsi sulla stessa Civiltà Cattolica. Un lavoro che pochi sanno fare con altrettante onestà e lucidità.

Al centro dunque c’è Pio XI e il suo giudizio politico sul fascismo ai tempi della marcia su Roma. Siamo agli inizi, tempi però subito decisivi. Nel centenario dell’elezione di Pio XI, avvenuta il 6 febbraio 1922, padre Giovanni Sale ci ricorda subito l’importanza del primo gesto pubblico del nuovo papa: la decisione di impartire “la benedizione dalla loggia esterna della basilica vaticana, il che non avveniva dai giorni della presa di Roma da parte dell’esercito italiano. Da molti questo fatto fu interpretato come un gesto conciliativo, come un buon presagio per la composizione della Questione romana”.

L’orientamento pontificio verso il Partito Popolare non mutava rispetto al pontificato precedente, il Partito Popolare dunque seguitava a rappresentare “il partito politico dei cattolici italiani, in particolare lo strumento attraverso il quale far valere, sul piano politico-parlamentare, e quindi sociale, i diritti della religione e della Chiesa”.

Pio XI, sottolinea padre Sale, “proveniva dalla tradizione conciliatorista e clerico-moderata milanese; la sua idea di «partito cattolico» era differente da quella sturziana di un partito laico e aconfessionale, che agisce sul terreno della politica autonomamente, ispirandosi ai grandi princìpi sociali della tradizione e della dottrina cristiana, ma senza l’intenzione di servire gli interessi della Chiesa o di rappresentarla”.

E del fascismo, di Benito Mussolini, cosa pensava il nuovo papa? “Il pensiero del papa su quelle vicende politiche e sociali lo si può però cogliere da alcune sue conversazioni private o, sebbene indirettamente, dagli articoli dell’Osservatore Romano e de La Civiltà Cattolica”. Entriamo dunque in una storia raccontata da uno scrittore de La Civiltà Cattolica anche, se non prioritariamente, attraverso gli archivi della sua rivista.

“Da molti uomini di Chiesa il fascismo a quel tempo veniva considerato «un movimento massonico», pericoloso per la società civile e per la religione quanto il socialismo sovversivo. Anche le sue manifestazioni di ossequio – spesso soltanto esteriori – verso la religione tradizionale venivano viste con un certo sospetto dai cattolici più sensibili. Secondo la testimonianza epistolare di un importante attivista milanese, Roberto Faino, «i fascisti coronarono – così scriveva al direttore della Civiltà Cattolica, perché ne informasse il papa – le loro prepotenze con l’imporre per mezzo del bastone il lutto cittadino solamente per i loro dichiarati martiri della patria in un piccolo manifesto. Ai funerali poi sfoggiarono quella coreografia che illude tanti deboli cattolici. Non vedono costoro che tali cerimonie sono di marca dannunziana (basti ricordare la consegna del pugnale che D’Annunzio si fece fare a Firenze durante una messa!). Quei deboli cattolici dicono: ecco che i fascisti ammettono il prete ai funerali, dunque sono religiosi! Basta per legittimarli! Un conte mi diceva questa incredibile frase: ‘Per me Mussolini va a messa, a me basta’. Mussolini non va a messa, se lo sogna quel conte… Così si dimentica la processione a Pisa impedita, i preti bastonati, i circoli religiosi invasi, i giornali cattolici assaliti, la più ridicola che blasfema definizione di cristianesimo fatta testé da Mussolini sul suo giornale, si dimenticano i canti osceni dei fascisti con il ritornello ‘che fanno i preti?… (coro) … schifo’, dimenticano le organizzazioni bianche e i municipi popolari assaliti, semplicemente perché appartenenti al ‘partito dei preti’, e si dimentica persino che il catechismo proibisce l’assassinio da essi praticato». Una preziosa testimonianza intorno alla mens del Papa circa le nuove vicende politiche la troviamo in una lettera dello stesso Faino inviata al direttore de La Civiltà Cattolica, p. Enrico Rosa: “Il p. Gemelli, trovandosi lo scorso mese solo col Santo Padre, gli chiese quale condotta si dovesse tenere nei confronti del Governo. Il Santo Padre rispose: Lodare, no. Fare l’opposizione aperta non conviene, essendo molti gli interessi da tutelare. Occhi aperti!”.

Di grandissimo rilievo è anche la ricostruzione di quanto avvenne dopo la pubblicazione di un editoriale fortemente critico del fascismo de La Civiltà cattolica, le cui bozze già allora venivano scrupolosamente lette dalla Segreteria di Stato del Vaticano. Cita da quell’editoriale padre Sale: “Fenomeno, meglio che partito, […] mutabile e multiforme. Se al principio fu un semplice moto di ribellione o di reazione […] contro la violenza […] dei socialisti e comunisti […], lo si vide presto travolto in tutt’altro indirizzo, violento e anticristiano, capitanato da torbidi uomini e spesato da mestatori. Così il fascismo è ora parossismo della disunione degli italiani, è sforzo impotente del vecchio liberalismo, di massoni, agrari, industriali arricchiti, giornalisti, politicanti e simili”.

L’editoriale della rivista dei gesuiti non piacque al preposito generale della Compagnia di Gesù, p. Włodzimierz Ledóchowski, che scrisse all’autore, padre Rosa: “Ho letto il primo articolo dell’ultimo fascicolo della Civiltà Cattolica e ne fui molto addolorato. Questo tono veramente in sé non è convincente e nelle presenti condizioni potrà più nuocere che giovare. Credo che per il presente non c’è altro da fare che fidarsi della Provvidenza Divina, ma la prego di essere per il futuro più cauto”.

Così dalla marcia su Roma la rivista cambiò linguaggio, un nuovo editoriale ancor più critico del fascismo, all’indomani della costituzione del nuovo governo, fu sostituito, probabilmente su indicazione di Pio XI, con uno più conciliante, orientamento che poi fu mantenuto per diversi anni. Scrive padre Sale: “Un poco alla volta La Civiltà Cattolica, pur denunciando le violenze delle squadre fasciste, si impegnò nell’opera di legittimazione del fascismo anche agli occhi del mondo cattolico; il suo fine professato era quello di «correggere, moralizzare» e insieme «cristianizzare» questo nuovo fenomeno”.

Due annotazioni vanno fatte su due passaggi significativi della ricostruzione successiva. Padre Sale ricorda che La Civiltà Cattolica “continuò nella sua cronaca a registrare tutte le violenze compiute dai fascisti in Italia, sia contro cattolici, sia contro altri” e cita il terrificante episodio del segretario dell’onorevole Bombacci, che dovette ingerire mezzo litro di olio di ricino, “rasigli dunque la barba e i capelli, e dipingendogli con vernice il tricolore in testa, lo caricarono su un camion conducendolo per via Tritone e il Corso, facendogli portare un cartello con la scritta ‘Viva il fascio’, le parole che il disgraziato ogni tanto doveva gridare. Per sua fortuna fu visto dal generale De Bono, che impietosito fece cessare lo scherno atroce”. L’onorevole Bombacci è stato figura nota per chiunque abbia avuto interesse per la storia del movimento operaio, perché salì sul congresso di Livorno, quello della frattura tra socialisti e comunisti, tenendo in mano una rivoltella. Questo particolare meritava di essere ricordato per sottolineare la qualità della solidarietà de La Civiltà Cattolica di allora.

L’articolo prosegue con importanti valutazioni sulla linea vaticana e le virate di Mussolini, da “mangiapreti” in interlocutore “attento”, pronto a eliminare quella legislazione anticlericale propria dello Stato liberale. Perché? Padre Sale lo spiega citando lo stesso Mussolini: “Penso che se il Vaticano – egli disse – rinuncia definitivamente ai suoi sogni temporalistici – e credo che sia già su questa strada –, l’Italia, profana o laica, dovrebbe fornire al Vaticano gli aiuti materiali, le agevolazioni materiali per scuole, chiese, ospedali o altro, che una potenza profana ha a sua disposizione. Perché lo sviluppo del cattolicesimo nel mondo, l’aumento dei 400 milioni di uomini, che in tutte le parti della terra guardano a Roma, è di un interesse e di un orgoglio anche per noi che siamo italiani”. C’è qualcosa del tono che oggi ricorre spesso in tante visioni che popolano il mondo del rapporto tra fede e nazione, che fa riflettere.

Se questa è una valutazione imperiale, c’è anche quella interna, che padre Sale presenta così: “Egli sapeva che la Chiesa aveva un grande potere nel forgiare la coscienza del popolo e che sarebbe stato molto difficile combatterla su questo piano (come teorizzavano i socialisti massimalisti), togliendole cioè quelle funzioni che da sempre aveva avuto e che dalla maggior parte degli italiani le erano riconosciute come proprie, come ad esempio il settore della formazione dei giovani. Tanto valeva allora – pensava realisticamente il nuovo capo del governo – accordarsi con essa e averla dalla propria parte”.

Anche qui ci sarebbe ancora molto da dire e riferire ma non si può omettere di soffermarsi sulla conclusione cui giunge l’autore: afferma che a suo avviso la Chiesa non si sganciò subito dal Partito Popolare, “per andare verso il fascismo; diciamo che cercò di mantenere una certa formale equidistanza tra le due forze politiche – ormai una di governo e l’altra di opposizione –, sebbene considerasse soltanto i popolari veramente come uomini suoi”.

La conclusione però è tutta per l’oggi: “Il credente vive nella storia degli uomini e in un mondo che si è globalizzato, internazionalizzato. Non può disinteressarsi di ciò che accade nel nostro Paese, in ambito sociale, economico e religioso, e nel resto del mondo, sia a motivo della nuova guerra iniziata da mesi in Europa – papa Francesco parla di Terza guerra mondiale già in atto –, sia della crisi alimentare, energetica e ambientale, che colpisce soprattutto i Paesi più poveri. Tutte queste questioni globali devono interessare – anzi preoccupare – il credente, spingendolo a mobilitarsi nella politica e nel sociale a livello nazionale, e non soltanto”.

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