Ci sono le condizioni per una Helsinki 2, oggi? No, secondo il cardinale Parolin, per il quale però “abbiamo bisogno di affrontare questa crisi, questa guerra e le tante guerre dimenticate, con strumenti nuovi. Non possiamo leggere il presente e immaginare il futuro soltanto sulla base dei vecchi schemi, delle vecchie alleanze militari o delle colonizzazioni ideologiche ed economiche”

C’è una parola che costituisce la vera bussola vaticana dall’inizio di questa guerra di aggressione all’Ucraina: questa parola è Helsinki. Lo ha fatto comprendere ancor meglio, se ce ne era bisogno, il cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin, intervenendo oggi a un evento promosso dall’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, al quale era – molto significativamente – prevista anche la presenza del presidente Mattarella, fermato dal Covid.

La prevista partecipazione della capo dello Stato sebbene venuta meno ha indicato una convergenza proprio su come si debba cercare la via d’uscita dal conflitto. Cioè su questa benedetto Hensinki. E infatti l’evento si intitolava “L’Europa e la guerra, dallo spirito di Helsinki alle prospettive di pace”.

Se ne sono dimenticati in molti che eravamo nel pieno degli anni bui, gli anni freddi della guerra fredda quando l’allora Segretario di Stato, Agostino Casaroli, lavorò instancabilmente per favorire quella Conferenza di Helsinki dalla quale emerse l’accordo sulla Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa. Sicurezza e la Cooperazione sono i due obiettivi, che richiedono una serie di punti saldi per poi consentire anche ai non amici di non essere nemici, nella sicurezza reciproca e nella cooperazione.

Convocata nel 1973 ad Helsinki, la Conferenza produsse il suo accordo sulla Sicurezza e Cooperazione in Europa solo due anni dopo. I più ritengono che il compromesso fu questo: furono riconosciute e accettate le frontiere esistenti fra gli stati europei, compresa quella che divideva la Germania in due entità politiche distinte e sovrane e, in cambio di un implicito sì al dominio sovietico in Europa orientale, l’Unione Sovietica si impegnò al rispetto dei diritti umani.

Come adattare una formula del genere alla situazione non sta a sti scrivere affermarlo, certo si vedono fermare la questione dei confini, delle aree di presenza di alleanze militari, dei diritti umani. Solo una struttura di questo tipo, convenuta tra tutte le parti, può consentire di non presentare la pace come sottomissione o insicurezza militare dei propri confini. Si potrebbe auspicare che oggi, a differenza del 1975, non serva aspettare 20 anni per trasformare la Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa in una Struttura definita, permanente, organizzata con propri uffici per la soluzione delle controversie tra Stati e molto altro ancora.

Ci sono le condizioni per una Helsinki 2, oggi? No, secondo il cardinale Parolin, per il quale però “abbiamo bisogno di affrontare questa crisi, questa guerra e le tante guerre dimenticate, con strumenti nuovi. Non possiamo leggere il presente e immaginare il futuro soltanto sulla base dei vecchi schemi, delle vecchie alleanze militari o delle colonizzazioni ideologiche ed economiche”. Già qui si capisce che una base per capirsi può essere immaginata allargando, e non restringendo la visuale.

Ma dire questo non basta davanti all’escalation in atto, con i bombardamenti che lasciano al buio intere città, con la loro popolazione civile nella sua interezza. Davanti a questo uno dei rischi è un impatto da “assuefazione” al male. A questa assuefazione potrebbero aver fatto da antidoto le lacrime di papa Francesco.

Ma non è tutto: “Abbiamo bisogno di coraggio, di scommettere sulla pace e non sull’ineluttabilità della guerra… Perché non lavorare insieme per realizzare una nuova grande conferenza europea dedicata alla pace?” Per riuscirci, tra tanti sforzi, lui ha sottolineato quello di “un maggiore coinvolgimento, organizzato e preordinato, della società civile europea, dei movimenti per la pace, delle think-tank e delle organizzazioni che a tutti i livelli operano per educare alla pace e al dialogo”. Perché? La risposta è molto importante: per “rinfrescare e ringiovanire quei concetti di pace e solidarietà che vengono richiamati, a volte ‘a gettone’ e secondo le convenienze”.

Dunque anche il diplomatico Parolin sa essere schietto, diretto. Nelle pieghe del suo discorso è emerso chiaramente che non si può giocare con la parole: la guerra è d’invasione, il diritto a difendersi esiste ed è sancito dalla logica prima che dalle leggi. Ma fermarsi a questo sarebbe un approccio notarile, che non tiene conto – viene da pensare rileggendo le sue parole – delle colonizzazioni ideologiche ed economiche.
Alla conclusione del suo discorso l’impressione è che ci sia un’altra parola chiave nel suo ragionamento da diplomatico del papa: questa parola è “creatività”, per rendere la pace una speranza perseguibile. Non sarà certo il no, di queste ore, di Lavrov all’idea di negoziare in Vaticano che avrà impressionato il Segretario di Stato Vaticano.

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