Oggi tutti prendono atto dell’assenza di pregiudiziali da parte dell’ebraismo nei confronti della Meloni, anche come forma di continuità con quel passato rappresentato dalla visita di Gianfranco Fini in Israele

L’album dei ricordi non può essere il diario quotidiano. Questo lo spunto alla base, ieri, del viaggio di Gianfranco Fini in Israele e, oggi, della visita di Giorgia Meloni alla Comunità ebraica. Una consapevolezza che si poggia da un lato sulla scelta di voler traghettare un mondo oltre il proprio passato e, dall’altro, di essere leader che in prima persona sceglie dove dirigere navi e marinai. Semplicemente perché indietro non si torna e non si può tornare, al netto dei possibili e isolati dubbi.

Avendo Giorgia Meloni “vissuto” solo gli ultimi 10 minuti dell’esperienza pre Fiuggi ed essendosi tuffata direttamente in Fiuggi, emerge una sorta di continuità ideale con il solco tracciato da Gianfranco Fini con la sua visita in Israele il 24 novembre 2003: ovvero il primo seme piantato dalla destra in un campo da arare e che, oggi, trova un nuovo frutto.

Oggi tutti prendono atto dell’assenza di pregiudiziali da parte dell’ebraismo nei confronti della Meloni, anche come forma di continuità con quel passato.

Per come venne preparato quel passo diciannove anni fa, è utile ricordare che ci fu un lungo e soprattutto silenzioso lavoro, dal momento che il pericolo era uno: che la mossa fosse interpretata come uno spot. Mentre invece il contatto finiano con la comunità ebraica risaliva agli anni in cui l’ex presidente della Camera era candidato a sindaco di Roma, quindi ancora segretario del Msi. A quel tempo vi erano anche dei fili di contatto molto forti all’interno della comunità che però nulla toglievano al fatto che l’ebraismo italiano avesse, come dire, più di una pregiudiziale derivante dall’origine del Movimento Sociale, dal carattere neofascista o postfascista, a seconda del grado di onestà intellettuale dei medesimi. E le leggi razziali non erano un semplice inciampo, ma un ostacolo insormontabile.

All’inizio vi furono tutta una serie di interlocuzioni sempre molto riservate, con membri più o meno autorevoli della comunità ebraica e che si conclusero con più di un incontro con il rabbino Toaff. Chi c’era allora, racconta che quegli incontri erano sempre molto ovattati perché i diretti interessati non volevano sinceramente dare l’impressione di fare propaganda e da parte della comunità c’era tutto l’interesse a capire fino in fondo le motivazioni. Il tutto tramite l’intermediazione di vari soggetti che collaboravano in ragione anche del ruolo che avevano, con l’ambasciatore Giulio Terzi come anello terminale.

Ma ci fu in quell’occasione anche un portato, oltre che politico, diciamo leaderistico: ovvero la carica di responsabilità che era in grembo a quel passo (minimo comun denominatore di ieri e anche di oggi).

Fini aveva anche approfondito, in quel periodo, molteplici aspetti al di là del carattere storico della Shoah, a dimostrazione di un retroterra molto profondo e impegnativo in termini proprio di sensibilità umana. Fini era cosciente che non tutti avrebbero gradito e magari non tutti avrebbero capito quella sua mossa, che però lui la riteneva un dovere per chiudere un conto (in ogni modo e definitivamente). Stesso cliché di oggi.

In questo solco va citato il contributo ideale e anche sloganistico di Gennaro Malgieri, che si ritrova nelle tesi di Fiuggi: uscire dalla casa del padre con la certezza di non farvi mai più ritorno. Ovvero non rinnegare una parte che ti appartiene ma chiudere i conti col passato e farlo ridefinendo alcuni valori di riferimento: passaggio che è possibile solo se non si ha una concezione molto statica o museale della politica.

Oggi il presidente del Consiglio ha voluto traghettare parte di un mondo con in testa una traccia e un obiettivo: è lei la garanzia che indica il percorso, anche al fine di portare avanti un pezzo di mondo che non era naturalmente arrivato in porto.

Per cui il suo compito è non lasciare indietro nessuno in questo viaggio, anche chi va a una velocità di crociera più “lenta” rispetto ad altri. Gli accenti cambiano tutto.

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