In vista delle prossime elezioni europee, la vacatio merkeliana sarà bypassata da un altro tipo di strategia: i popolari puntano all’exploit del 2014, quando governavano in 17 Paesi su 28. Metsola scalda i motori e Meloni punta ad aumentare eletti a Bruxelles e assi politici

Nel congresso di Dublino del 2014 il Ppe era “al governo” in 17 Paesi Ue su 28, nel 2021 solo in 7. Anche per questa ragione la concomitanza delle prossime elezioni europee e il rinnovo del “board” in Ue legato a Commissione e Consiglio europeo impongono una riflessione. Nei giorni scorsi la due giorni ateniese a porte chiuse del Ppe ha visto arrivare in Grecia tutti i maggiori player: Ursula von der Leyen, Roberta Metsola, Manfred Weber, Antonio Tajani con, a fare gli onori di casa, il premier ellenico conservatore Kyriakos Mitstotakis, che incontrerà Giorgia Meloni prima di Natale. L’obiettivo è capire dove andrà il Ppe, anche alla luce del nuovo peso dell’Italia, delle prossime elezioni in Spagna e della postura di Emmanuel Macron con i Repubblicani.

Il dopo Ursula

Al di là dei giro di orizzonti, anche con i colleghi austriaci e bulgari sul tetto ai prezzi di petrolio e gas, l’attenzione è stata concentrata sulle eurostrategie politiche: ovvero si è trattato della prima discussione preliminare su chi potrebbe essere il nuovo presidente della Commissione europea e Atene è stata scelta perché greco, Thanasis Bakolas, è il Segretario Generale del Ppe a Bruxelles.

Nella prima fase del post merkelismo i tedeschi non hanno più la forza di imporre candidati e strategie, per questa ragione un punto di riferimento come Weber sta seguendo naturalmente sul posto tutte le dinamiche, anche se in quanto vicepresidente della Csu si dice che attenda le nuove elezioni che si terranno tra un anno a mezzo.

Nel frattempo un lavoro sottotraccia è stato avviato da Roberta Metsola che punta alla Commissione, che ha già dalla sua il placet dei Paesi nordici (suo marito è finlandese) anche grazie all’influenza di Simon Busuttil.

Voti e strategie

Potenzialmente il Ppe potrebbe, dopo l’Italia, aggiungere Spagna e Grecia alla sua rosa: ad Atene si voterà in primavera con la possibilità concreta che i conservatori di Nea Dimokratia vincano ancora; a Madrid entro l’anno, con la possibilità che il Partito Popolare mantenga il suo slancio nei sondaggi con il suo leader Alberto Nunez Feijoo, alle prese però con le divisioni all’interno del partito.

Ma c’è anche un capitolo francese che tocca i popolari, dal momento che il filo sarkoziano Eric Ciotti dovrebbe essere il prossimo leader di Les Républicains (LR), con una silenziosa moral suasion dello stesso Sarkozy verso Macron (con cui i rapporti solo cordiali e costanti) per sostenere i repubblicani in vista naturalmente dell’aumento delle forze di Le Pen.

Il ruolo dell’Italia

Il Ppe quindi guarda con molto interesse all’Italia, anche se a Bruxelles non c’è più Tajani a “segnare” il territorio, impegnato a 360 gradi come capo della Farnesina, mentre un altro italiano come il capo di gabinetto di Roberta Metsola sta scalando posizioni, Alessandro Chiocchetti, che potrebbe essere destinato alla prestigiosa Direzione Generale del Parlamento europeo qualora la maltese spiccasse il grande salto verso la Commissione.

Del tema discuteranno Giorgia Meloni e il premier greco Kyriakos Mitsotakis probabilmente il 15 dicembre, prima del Summit di Bruxelles. Nel contatto telefonico della scorsa settimana fra i due, il premier italiano ha assicurato al collega ellenico che il suo governo continuerà la politica del suo predecessore in materia energetica e che gli accordi italo-greci sono validi nella loro interezza. Da un lato l’Italia si prepara addirittura a inviare altro materiale bellico in Ucraina, smentendo chi prevedeva che il governo sarebbe stato titubante; dall’altro Fratelli d’Italia si prepara alle prossime elezioni europee a migliorare il 6,4% del 2019 che valse 5 seggi anche grazie alle costanti interlocuzioni su questa traccia, passate e presenti, del ministro Raffaele Fitto.

@FDepalo

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