Grazie a un’ampia base di legittimazione politica e morale, la Resistenza iraniana,  guidata dal Mek e dalla figura carismatica di Maryam Rajavi, rappresenta appieno l’essenza e il significato della rivolta in corso in Iran. L’intervento di Giulio Terzi di Sant’Agata, senatore di Fratelli d’Italia, presidente della commissione Politiche dell’Unione europea di Palazzo Madama

La rivolta divampata da tre mesi in Iran ha assestato un duro colpo agli equilibri politici all’interno e all’esterno del Paese. È un fenomeno che ha certamente mostrato, per alcuni versi, un carattere spontaneo. È tuttavia da tenere ben presente quanto le sue radici sono profondamente legate al sostegno diffuso, alla ramificazione organizzata e alla visione a lungo termine dei movimenti di resistenza iraniani: primo tra tutti il Mek (Mujahedin-e Khalq), che insieme ad altri gruppi che agisce sotto la guida del Consiglio nazionale della Resistenza iraniana e della sua presidente eletta Maryam Rajavi.

Chi ha familiarità con l’Iran dai tempi dello Scià e con i movimenti di opposizione alla dittatura teocratica iraniana, sa bene che la rivolta delle donne iraniane è stata rapidamente affiancate da vastissimi strati della società iraniana, si è affermata ancor più negli ultimi quattro anni, per diventare ancor più decisiva negli ultimi mesi. Tutta la rabbia sedimentata per quasi mezzo secolo, unitamente ad una opposizione potente e tenace contro un establishment politico, sociale, militare e dell’informazione divenuto odioso e inaccettabile per decine di milioni di iraniani, ha radicato ribellione e protesta nell’animo del popolo iraniano, e in quella che appare costituire la sua profonda identità, di un popolo che vuole la sua libertà.

Sebbene da più parti si assista a reiterati, ma vani, tentativi di screditare o ridimensionare la reale portata degli eventi in atto in tutto l’Iran e di separarne le origini dal passato, la realtà dei fatti – la massiccia campagna politica condotta dal Mek e dai suoi alleati contro i mullah – è ora drammaticamente a nudo la vera natura del regime, manifestata sin da quando l’ayatollah Ruhollah Khomeini aveva ideato il suo sistema dogmatico di potere, noto come “Velāyat-e Faqih”.

Moltissimi iraniani all’interno del Paese ed i milioni di loro che sono stati costretti ad espatriare da rifugiati politici, hanno sempre lottato per resistere alle incessanti vessazioni,  torture, esecuzioni di decine di migliaia di dissidenti iraniani dall’inizio degli anni Ottanta fino a oggi.  La ferocia del regime ha raggiunto l’apice con il massacro di 30.000 prigionieri politici nel 1988, la maggior parte dei quali sostenitori del Mek. Un genocidio ordinato dall’ayatollah Khomeini e attuato dalla “commissione di morte”, presieduta dall’allora giudice Ebrahim Raisi, che si dà il caso sia ora il presidente della Repubblica islamica dell’Iran. Negli ultimi quarant’anni, il Consiglio nazionale della Resistenza iraniana ha condotto una incessante campagna, dentro e fuori dell’Iran, per smascherare le attività terroristiche del regime, una valida e democratica alternativa ai mullah. Appare quanto mai opportuno che la comunità internazionale sostenga attivamente la presidente eletta del Consiglio nazionale della Resistenza iraniana, Mariam Rajavi, e i gruppi a lei alleati, nella lunga marcia verso la libertà e la democrazia: per un Paese straordinario, l’Iran, dove libertà e democrazia devono tornare a splendere.

Rajavi è da anni impegnata a promuovere un piano in dieci punti volto a riformare e rilanciare il suo Paese. Si tratta di una visione di ampio respiro per il futuro dell’Iran che la leader dell’opposizione iraniana propone:

  • rifiuto del “Velāyat-e Faqih” e affermazione della sovranità del popolo fondata sul suffragio universale e sul pluralismo;
  • libertà di parola, dei partiti politici, riunione, stampa e di internet; scioglimento del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, della terroristica Forza Qods, della milizia Bassij, del Ministero dell’Intelligence, del Consiglio della Rivoluzione Culturale e di tutte le organizzazioni e istituzioni repressive nelle città, nei villaggi, nelle scuole, nelle università, negli uffici e nelle fabbriche;
  • impegno per le libertà e i diritti individuali e sociali in conformità con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo; scioglimento di tutte le entità attive nella censura e nella repressione; giustizia per i prigionieri politici, proibizione della tortura e abolizione della pena di morte;
  • separazione tra religione e Stato, libertà di culto e di fede;
  • Uguaglianza di genere, di diritti politici, sociali, culturali ed economici; pari partecipazione delle donne alla vita politica; abolizione di qualsiasi forma di discriminazione; diritto di scegliere liberamente il proprio abbigliamento; diritto di sposarsi e divorziare liberamente e di ottenere istruzione e lavoro. Divieto di ogni forma di sfruttamento delle donne con qualsiasi pretesto;
  • creazione di un sistema giudiziario e legale indipendente e conforme agli standard internazionali, basato sulla presunzione di innocenza, sul diritto alla difesa, sul diritto di appello e sul diritto di essere giudicati da un pubblico tribunale; piena indipendenza dei giudici; abolizione della sharia imposta dal regime, scioglimento dei tribunali rivoluzionari islamici;
  • rimozione di “doppi standard” discriminatori nei confronti delle nazionalità e delle etnie in Iran, in linea con il piano del Consiglio nazionale della Resistenza iraniana per l’autonomia del Kurdistan iraniano;
  • giustizia e pari opportunità nel campo dell’occupazione e dell’imprenditoria per tutti i cittadini iraniani in un’economia di libero mercato. Ripristino dei diritti di operai, agricoltori, infermieri, impiegati, insegnanti e pensionati;
  • protezione e riqualificazione dell’ambiente, denuclearizzazione del Paese e stretta osservanza di tutti gli impegni e accordi internazionali in tale materia;

Diverse importanti istituzioni multilaterali hanno riconosciuto il contributo essenziale fornito dal Mek e dalla Resistenza iraniana, a partire dal 2002, nel documentare il programma nucleare clandestino, portato avanti dal regime iraniano. Una “scoperta” che è stata ulteriormente confermata nel 2008, quando il Mek è stato ancora una volta determinante per la raccolta di prove relative all’impianto di arricchimento di Fordow, con centrifughe avanzate di ultima generazione; ben protette, utilizzate per le attività proibite di arricchimento dell’uranio. Paradossalmente, anche se tali rivelazioni hanno fortemente influenzato le prospettive internazionali sulle minacce poste dal regime iraniano, non sembra ancora modificata l’erronea convinzione dei governi occidentali di poter cambiare il comportamento del regime offrendo concessioni.

Più in generale, il regime iraniano non ha mai esitato a mettere in campo condotte criminali e sanguinarie come strumenti di potere, lo dimostrano:

  • la “diplomazia della cattura di ostaggi” da utilizzare come moneta di scambio per liberare terroristi amici, anche in Europa, condannati a lunghe pene detentive all’estero;
  • il sostegno anche finanziario a numerosi gruppi terroristici internazionali, per i quali l’Occidente ha espresso da tempo profonda preoccupazione;
  • l’uso spregiudicato della propria rete di ambasciate per pianificare e compiere atti terroristici in tutto il mondo, e soprattutto in Europa, come è stato dimostrato dopo l’incarcerazione e la condanna definitiva di Asadollah Assadi, un diplomatico iraniano, per il suo ruolo centrale nel tentato attacco dinamitardo nel giugno 2018 a Villepinte (Parigi) durante il raduno annuale della Resistenza iraniana, vicino Parigi;
  • l’impiccagione pubblica di donne, giovani e addirittura minorenni, giudicati sommariamente dopo gli arresti indiscriminati tra i manifestanti scesi nelle piazze di tutto il Paese.

Molti governi Occidentali hanno perseguito illusorie politiche di appeasement per troppi anni, ignorando per di più il contributo cruciale del popolo iraniano e dell’opposizione al regime da parte del Mek. È quanto mai evidente che il regime iraniano non potrà mai essere riformato. Si va quindi affermando l’urgenza di impedire che Teheran continui a massacrare e torturare il suo popolo, a destabilizzare intere regioni di importanza fondamentale per l’Europa, a stringere sempre di più il proprio coinvolgimento nella guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina, a minacciare direttamente e attraverso i suoi proxy, Hezbollah e Hamas, la esistenza stessa di Israele, dotandosi persino dell’arma atomica, di cui potrebbe rapidamente venire in possesso.

L’establishment del regime teocratico non può più nascondersi nel tentativo di minimizzare la portata delle rivolte in tutto l’Iran. Grazie ad un’ampia base di legittimazione politica e morale, la Resistenza iraniana – guidata dal Mek e dalla figura carismatica di Maryam Rajavi – rappresenta appieno l’essenza e il significato della rivolta in corso in Iran per un cambio di regime divenuto ineludibile.

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