Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita cercano di essere sempre più attivi nelle dinamiche diplomatiche attorno alla crisi ucraina. Il rilascio della stella WNBA Griner è un altro passaggio in questo lavorio che coinvolge anche il Qatar

I governi degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita hanno confermato — con vanto — di aver avuto di nuovo un ruolo congiunto nel facilitare lo scambio di prigionieri tra Stati Uniti e Russia che, giovedì 8 dicembre, ha portato al rilascio della stella del basket statunitense Brittney Griner dopo quasi nove mesi di ingiusta detenzione.

Lo scambio ha avuto luogo in una base aerea degli Emirati Arabi Uniti intorno alle 17 di ieri pomeriggio; da lì, un’ora e dieci minuti dopo è decollato l’aereo americano dal quale Griner ha rassicurato sulle sue buone condizioni il presidente Joe Biden.

Il ruolo svolto da Abu Dhabi rappresenta il proseguimento di questo genere di attività che più o meno pubblicamente i Paesi del Golfo stanno conducendo. Visto che è un lavoro delicato quel “più o meno pubblicamente” dipende molto dal successo di certe operazioni; anche perché per quei Paesi  c’è tutto l’interesse nel farle passare sui media come esempi di capacità operative e diplomatiche.

Per esempio, a settembre Riad ha lavorato per il rilascio di alcuni prigionieri detenuti in Russia. Mediato direttamente dall’erede al trono Mohammed bin Salman e dal suo entourage, il rilascio ha riguardato dieci prigionieri, di cui cinque di nazionalità inglese e due americana: i sauditi hanno fatto da piattaforma di dialogo e di smistamento logistico (chiaramente assistiti in fase operativa da intelligence occidentali).

Un funzionario statunitense ha confermato giovedì alla reporter Joyce Karam, nuovo acquisto di Al Monitor proveniente dall’emiratino The Nationals, il ruolo degli Emirati Arabi Uniti, aggiungendo dettagli: “Nelle ultime 48 ore, mentre tutto questo si è concretizzato, Brittney [Griner] è stata trasferita dalla colonia penale, dove era detenuta, a Mosca. E questa mattina è stata portata negli Emirati Arabi Uniti, dove è stata accolta da funzionari statunitensi”.

In un comunicato, i ministeri degli Affari esteri degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita hanno dichiarato che la mediazione è stata condotta dal presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohamed bin Zayed e dal principe ereditario saudita Mohamed bin Salman. Ossia è stato un dossier gestito ai massimi livelli, a conferma del suo valore strategico.

“Il successo degli sforzi di mediazione è stato un riflesso della reciproca e solida amicizia tra i due Paesi e gli Stati Uniti d’America e la Federazione Russa”, si legge nel comunicato. Poche parole che sono un trattato sulle visioni di politica internazionale del Golfo in questo momento. Riad e Abu Dhabi, menti e motori della regione, intendono occupare questo ruolo terzo rispetto alle grandi potenze globali.

Non intendono schierarsi completamente su partite dualistiche, ma possibilmente essere considerati attori alla pari (nota: non lo sono, ma hanno dalla loro una capacità di smuovere denaro senza eguali e questo rende le loro attività diplomatiche più che credibili per gli interlocutori, che sperano di poter scambiare opere con investimenti). Il  messaggio diventa ancora più importante se si pensa che in questi giorni nel Golfo c’è il leader cinese Xi Jinping, impegnato in un viaggio da cui tornare non solo con investimenti, ma anche con un quadro chiaro e articolato sul cosa intendano fare quei sempre-più-importanti Paesi all’interno del confronto Usa-Cina.

La dichiarazione, uscita certamente concertata con Washington (che resta il rispettatissimo fornitore di sicurezza per Riad e Adu Dhabi), conferma che, dopo il rilascio da parte della Russia, giovedì Abu Dhabi ha ricevuto Griner con un aereo privato da Mosca. Un altro aereo è arrivato dagli Stati Uniti agli Emirati Arabi Uniti trasportando il cittadino russo Victor Bout, un trafficante d’armi condannato negli Stati Uniti. Alla base aerea erano presenti funzionari dell’intelligence saudita ed emiratina.

Le fonti statunitensi che in queste ore hanno parlato del rilascio — comunicazioni necessarie perché la vicenda di Griner, nota star dalla WNBA, aveva riempito i giornali — precisano con insistenza che Arabia Saudita ed Emirati hanno fatto da facilitatori, ma sottolineano che i negoziati sul rilascio sono stati gestiti rigorosamente da Mosca e Washington. È una necessità: non si può rischiare di fare da sponda e dare eccessivo spazio e peso al ruolo dei due Pesi del Golfo, perché questa eccessiva terzietà e indipendenza ancora non è ben assorbita da apparati statunitensi come Congresso e Intelligence — vedere il caso Opec+.

Tuttavia, per quanto noto, del rilascio di Griner si è parlato in una conversazione telefonica tra bin Zayed e Vladimir Putin che c’è stata mercoledì. Tanto che anche Biden ha dichiarato di voler ringraziare l’emiratino per “averci aiutato a facilitare il ritorno di Brittney.

L’arresto di Griner, fermata a febbraio con 0,702 grammi di marijuana dopo una partita con l’UMMC Ekaterinburg (dove giocava nei periodi di ferma della WNBA), era avvenuto in un momento di forti tensioni tra Stati Uniti e Russia, pochi giorni prima dell’invasione russa dell’Ucraina. Erano le settimane in cui l’intelligence di Washington diceva in tutti i modi che la Russia avrebbe invaso, ma Mosca smentiva categoricamente e parlava di propaganda russofoba.

L’amministrazione Biden aveva immediatamente iniziato a cercare di ottenere il rilascio, ma erano state da subito trattative molto complicate. Lo sblocco dell’empasse su Griner è utile per l’amministrazione Biden, che arriva a un risultato difficile su cui era presta dai cittadini. Allo stesso tempo gli Emirati Arabi Uniti vogliono essere visti come un mediatore internazionale affidabile. All’inizio della settimana, per esempio, i funzionari statunitensi e talebani si sono incontrati ad Abu Dhabi per discutere della situazione in Afghanistan — con cui solitamente parla Doha, che nell’ambito della riconciliazione del Golfo ha accettato di vedere momentaneamente il testimone ad Abu Dhabi.

I Paesi del Golfo hanno un ruolo crescente nell’intermediazione di sforzi diplomatici che coinvolgono gli Stati Uniti. Il Qatar come accennato ha svolto il ruolo di mediatore internazionale ospitando i colloqui tra Stati Uniti e talebani, ma ha anche messo in azione le sue feluche sul conflitto russo in Ucraina. L’Oman ha tradizionalmente portato avanti i negoziati tra Iran e Stati Uniti, con gli Emirati che hanno fatto tornare dopo diversi anni il loro ambasciatore a Teheran. Il Baherein ospita incontri degli Accordi di Abramo anche per conto dei sauditi.

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