L’Europa, e l’Italia, devono abbandonare un certo anti-americanismo e rilanciare con forza il legame transatlantico, indispensabile per affrontare le sfide del 2023. Il punto di Andrea Manciulli, presidente di Europa Atlantica e responsabile delle relazioni istituzionali della Fondazione MedOr

Dalla Difesa all’energia, passando per sicurezza, tecnologia e spazio. Le sfide del 2023 sono complesse e diverse, e per affrontarle i Paesi occidentali hanno bisogno di restare uniti. In quest’ottica c’è bisogno da parte dell’Europa un’assunzione di responsabilità, che passi attraverso il rilancio delle relazioni transatlantiche con gli Stati Uniti. Airpress ne ha parlato con Andrea Manciulli, presidente di Europa Atlantica e responsabile delle relazioni istituzionali della Fondazione MedOr.

Che bilancio trae da questo 2022 per gli equilibri internazionali?

È abbastanza evidente, chiudendosi questo anno, che si è prodotto un grande cambiamento a livello mondiale, con il peso della globalizzazione che ha spostato ancora di più l’asse del confronto verso la dimensione tecnologica, e che in futuro la sicurezza in generale dipenderà tantissimo dalla capacità di mantenere in vantaggio in questo senso. La vicenda dell’Ucraina è esemplificativa di questo, con Kiev che si è potuta difendere grazie ai sistemi forniti dall’occidente che hanno falsato le previsioni che davano una facile vittoria russa in tempi rapidi. Tuttavia, il conflitto alle porte dell’Europa non ha fatto altro che far emergere tanti altri spaccati di insicurezza a livello globale.

Quali?

Oltre alle sfide definite ormai con chiarezza dei domini dello spazio e del cyber, ci sono sicuramente le fragilità legate alle questioni ambientali e climatiche, a cui si collegano e intersecano i fattori della sicurezza alimentare e sanitaria. In tutti questi campi appare evidente che la partita per la nuova sicurezza e i nuovi equilibri si giocherà tutta sulle dimensioni scientifica e tecnologica, e l’Occidente deve avere la forza non solo di restare all’altezza della sfida, ma anche di mantenere e accrescere una capacità di esportazione e una certa forma di generosità verso quelle parti del mondo che rischiano di essere più colpite dalle crisi e con meno mezzi per farvi fronte. Come ricordato di recente dal presidente del Niger, Mohamed Bazoum, quando è venuto ospite di MedOr, esempi come il problema del prosciugamento del lago Chad, con le collegate difficoltà nell’agricoltura che innesca una faglia di insicurezza in tutto il Sahel, non possono essere risolti a livello locale senza le soluzioni tecnologiche messe a disposizione dall’Occidente. E se non siamo pronti a raccogliere queste necessità, non saremo all’altezza delle sfide del domani.

Ci sono però delle fragilità anche in campo occidentale…

Esiste in Europa una certa forma di anti-americanismo, che ci portiamo dietro da tanti anni, che a mio avviso è completamente ingiustificata. Ne è un esempio l’approccio che molti hanno avuto nei confronti di Joe Biden a seguito della sua elezione: troppi in Italia lo hanno definito un presidente vecchio e stanco, e invece si sta rivelando un grande leader, capace di ridare slancio e prestigio morale agli Usa e all’Occidente. Dobbiamo capire che condividiamo con Washington numerose sfide, e che molte delle crisi che hanno attraversato l’Occidente negli ultimi anni sono state superate grazie al ruolo statunitense. Se pensiamo alla vicenda dei vaccini, per esempio, si credeva a inizio pandemia che quelli russo e cinese sarebbero arrivati prima. Invece, alla fine, quelli più efficaci sono stati quelli americani, con quelli europei agganciati a questi. La supremazia della ricerca e della tecnologia dello spazio transatlantico ci ha permesso di uscire dalla crisi sanitaria.

C’è poi il tema energetico…

Una delle principali fragilità dell’Europa, al centro del dibattito politico degli ultimi mesi, è sicuramente la dipendenza energetica del Vecchio continente, e in particolare di alcuni Paesi tra cui il nostro, dalla Russia e, più recentemente, dai Paesi del Golfo. L’annuncio, mediaticamente troppo sottovalutato, della nuova forma di fusione nucleare presentato dagli Stati Uniti pochi giorni fa rende evidente ancora una volta che le sfide possono essere affrontate e vinte solo rilanciando il ponte transatlantico. Avere una forma di fusione diversa dal punto di vista qualitativo e produttivo è un fatto rilevantissimo, che da un nuovo slancio alla crescita e una nuova all’autonomia strategica occidentale.

Cosa dovrebbe fare allora l’Europa?

L’imperativo morale del dibattito politico europeo è quello di dare giusta rilevanza alla necessità di mantenere saldo il legame transatlantico, facendo al contempo una dovuta assunzione di responsabilità. Se l’Europa dovesse rimanere al piccolo cabotaggio burocratico, rischia di perdere la capacità di affrontare le sfide del futuro, facendola perdere al contempo anche all’occidente. Invece, bisogna abbandonare l’anti-americanismo che vorrebbe l’Europa e gli Stati Uniti in contrapposizione, e capire che bisogna sviluppare tecnologie condivise da collocare nello spazio della democrazia. Anche perché uno dei temi che dovranno essere affrontati è come si useranno queste nuove tecnologie.

Ci spieghi…

Se uno pensa all’intelligenza artificiale o alle nuove soluzioni per le comunicazioni, vede che la tecnologia non è neutra. Da un lato può essere davvero uno strumento di slancio per la società e la civiltà umana. Al tempo stesso, però, quelle stesse soluzioni possono essere utilizzate dalle autocrazie per restringere il campo delle libertà delle persone. Compito della politica è allora veicolare il messaggio che se non saremo capaci di fare squadra, rimarremo indietro e diventeremo vulnerabili a questo tipo di minacce. Dobbiamo capire che nessuno Stato nazionale è più capace, da solo, di restare sulla frontiera dell’innovazione, anche solo per gli investimenti necessari nella ricerca. Nessun Paese da solo può affrontare la sfida climatica, proteggere le proprie reti cyber o vincere la nuova corsa allo spazio. È un mondo sempre più connesso che richiede l’unità dei Paesi occidentali. Questa unità non è più un elemento opzionale. Se la si rifiuta, si deve accettare l’idea del declino dell’Europa.

Lei parla di “Europa”, e non solo di Ue. Che relazione ritiene dovrebbe instaurarsi tra il Vecchio continente e Londra?

Ritengo che l’Europa “continentale” debba essere la prima a tendere la mano al Regno Unito. Le sfide che ci attendono, dallo spazio alla difesa, non permettono uno scenario che veda i Paesi europei distanti da Londra. I grandi investimenti per la Difesa europea, o questioni come la lotta al terrorismo e la gestione dei flussi migratori hanno bisogno delle grandi capacità da sempre dimostrate e messe in campo dalla Gran Bretagna. Questo avvicinamento, inoltre, deve essere fatto in questo momento, dal momento che adesso il Regno Unito sta attraversando una fase di bilancio critico della vicenda Brexit. Un’opportunità enorme, per gli europei, per rilanciare le fondamenta di un ponte tra le due sponde della Manica, sfruttando al contempo la piena adesione di Londra alla Nato per rafforzare ulteriormente lo schieramento occidentale.

Nella sfida globale, il grande competitor è la Cina. Quale dovrebbe essere la posizione europea verso Pechino?

In questo senso serve un atteggiamento intelligente da parte dell’Europa, che deve capire come la sfida dell’Indo-Pacifico non sia una questione che riguarda esclusivamente gli Stati Uniti, ma che ci tocca in prima persona. Quella con la Cina è una sfida che si gioca sul campo tecnologico, ma che riguarda l’idea stessa di democrazia e il modo di intendere l’organizzazione delle nostre società. In questo senso oltre alle relazioni transatlantiche, l’Europa non deve trascurare i rapporti e il dialogo con i Paesi partner della regione, come Giappone, Corea del sud e Australia, fino a quei grandi attori cruciali, come l’India, che non sono sempre agganciati alle dinamiche dell’Occidente, ma che sono fondamentali per gli equilibri a livello globale.

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