Xi Jinping non accetterà le istanze di chi protesta, gestirà la pandemia così come ha iniziato, perché la zero-Covid policy è ormai simbolica. Ma per recuperare immagine e affidabilità con l’Europa e l’Occidente, potrebbe prendere una linea meno ambigua sull’invasione russa dell’Ucraina. Conversazione con il direttore del progetto China Med e professore dell’Università di Napoli “L’Orientale”

Al di là dei deboli annunci sulle vaccinazioni agli anziani, che reazione avrà il Partito Comunista Cinese alle proteste? Il dilemma sul riaprire il Paese (CCP) oppure tenere la linea zero-Covid interessa il mondo, dai politici internazionali agli investitori finanziari, fino alle aziende che sono dipendenti dagli approvvigionamenti cinesi (e le supply chain  globali hanno già pesantemente risentito delle limitazioni imposte dalle restrizioni imposte da Pechino).

“Assecondare le frustrazioni della gente e alleggerire i controlli della gestione draconiana dello zero-Covid significa mettere a rischio decine di migliaia di vite e sovraccaricare il delicato sistema sanitario cinese: è un rischio per la stabilità sociale ed economica del Paese che il Partito potrebbe non essere in grado di affrontare”, spiega Enrico Fardella, direttore del progetto China Med e docente dell’Università di Napoli “L’Orientale”.

“Dall’altra parte — continua in una conversazione con Formiche.net — nonostante i caratteri del tutto inediti per diffusione e emotività, le attuali proteste sono episodi ancora del tutto gestibili per il sistema di sicurezza del Paese”.

Secondo Fardella dunque, il Partito sceglierà la gestione del male minore — gestire l’attuale crisi invece di innescarne una più ampia — mettendo in campo tutti gli strumenti di controllo che ha affinato in questi decenni. “Lo slogan zero-Covid dovrebbe restare immutato perché associato all’attuale linea della leadership: il senso della sua logica ‘umanitaria’ dunque continuerà a essere enfatizzato mentre ciò che sarà stigmatizzato sarà la sua implementazione e coloro che ne sono stati i protagonisti potrebbero verosimilmente essere accusati pubblicamente per non aver saputo interpretare adeguatamente quella linea ‘umanitaria’ ispirata dalla leadership”.

Nel frattempo verranno messi in azione anche gli strumenti per dividere il dissenso? “A coloro che sono stati danneggiati saranno offerte generose compensazioni, i leader delle proteste e le loro famiglie verranno isolati e sottoposti a stretta sorveglianza e controllo da parte dei servizi di sicurezza e nel frattempo numerose evidenze di interferenze straniere nelle proteste verranno diffuse nei media di Stato”, risponde Fardella.

Alla fine dei conti tuttavia le proteste hanno sortito l’effetto di creare una frizione aperta tra una parte del popolo e il partito. Ne consegue che, una volta attuate le misure necessarie per ripristinare il controllo sociale,  la leadership sbandiererà numeri e parole altisonanti per celebrare la vittoria del modello cinese di gestione del Covid in modo da creare le base nei prossimi mesi per una transizione verso un modelli di gestione più adeguato e meno impopolare.

Che cosa rappresenta quello che sta succedendo per Xi Jinping, che nella sua storia al potere non si era mai trovato davanti a manifestazioni di dissenso così esplicite? “La variante Omicron — spiega l’esperto — ha ribaltato il tentativo di Xi Jinping di proporre la Cina come campione globale nella gestione sanitaria del Covid e dunque, in maniera più ampia, come un efficace modello alternativo di governance sociale e politica”.

Si tratta dunque di uno danno alla credibilità del Paese a livello internazionale? “Anche, ma sopratutto di un danno all’immagine di infallibilità del leader che ha fatto propria la politica draconiana dello zero-Covid. Ciò tuttavia non si traduce ancora in una crisi sistemica, ma sicuramente porta con se delle ripercussioni sull’appeal dei modelli di governance promossi da Pechino in questi ultimi anni”.

Per Fardella, inoltre, il fatto che protestino le università è un dato rilevante perché richiama il ricordo dell’89 (oltre che le immagini più recenti delle proteste di Hong Kong). “Prima di abbandonarsi a facili parallelismi storici tuttavia sarebbe bene semplicemente apprezzare ciò che questi episodi oggi di fatto esprimono: la vitalità dinamica di una società cinese troppo spesso confusa nei bozzetti monocromi dei media utili più ad alimentare la nostra immaginazione che a nutrire la nostra comprensione. Le immagini di questi giorni ci restituiscono una vitalità intellettuale, morale e creativa della Cina che, indipendentemente dalle forme politiche che cercheranno di rappresentarla o gestirla, sarà certamente il dato più rilevante dei prossimi decenni”.

La zero-Covid policy ha già avuto impatto più o meno globale, queste proteste avranno altrettanto un genere di impatto su questioni internazionali (e sul comportamento della Cina in determinati dossier)? “Si sopratutto sul fronte ucraino”, risponde il docente dell’Orientale.

Perché? “Alla luce di quanto detto, questo fronte diventa sempre più funzionale ad un miglioramento dei rapporti sino-europei e più in generale per una certa diluizione della tensione tra Cina e Occidente. Si pensi ai rapporti tra Cina ed Europa. Le relazioni bilaterali sono profondamente cambiate negli ultimi tre anni: la Cina è stata percepita, e alla fine etichettata, dall’Ue come un rivale sistemico più che un partner economico. Questa percezione è stata profondamente rafforzata dalla posizione della Cina sulla guerra di Putin contro l’Ucraina: una sorta di ‘neutralità filo-russa’ che ha permesso alla Cina di guidare un gruppo di astenuti all’Onu, offrendo di fatto un mero supporto verbale propagandistico a Mosca pur di etichettare la Nato come responsabile dell’instabilità”.

Il capo della politica estera dell’Ue, l’Alto rappresentante Josep Borrell, aveva precisato che il principale obiettivo dell’Unione europea nel vertice Ue-Cina di aprile scorso era proprio quello di modificare l’ambigua posizione della Cina sulla guerra in Ucraina. “I cinesi tuttavia — continua Fardella — non sembrarono allora molto sensibili ai richiami europei. Mentre le atrocità della guerra continuavano e il XX° Congresso del CCP consolidava le dinamiche di potere all’interno della Cina, la posizione ‘verbale’ di Pechino ha iniziato tuttavia a cambiare: come ha affermato Borrel, la Cina al G20 di Bali ha stabilito chiare linee rosse sull’uso delle armi nucleari e sta mostrando una chiara preoccupazione per le conseguenze globali della guerra”.

Sotto quest’ottica, l’improvviso annuncio del viaggio in Cina del presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, riportava che “l’Ue i leader cinesi discuteranno delle sfide globali e dei temi di interesse comune”. Il viaggio di Michel sembra quindi ben mirato a investire su questa nuova congiuntura di interessi tra Bruxelles e Pechino per aprire le porte a un “inverno più caldo” delle relazioni bilaterali? “Una più stretta cooperazione sulla guerra ucraina potrebbe essere molto vantaggiosa per un miglioramento dell’immagine della Cina nell’Ue (e in Occidente) e una promettente apertura per coloro, soprattutto in Germania, che non sono ancora pronti a gestire allo stesso tempo una crisi energica con la Russia e un rapido disaccoppiamento dal mercato cinese”, spiega Fardella.

“In una situazione di crisi economico-sociale interna come quella che sta affrontando Pechino oggi — continua — le tensioni crescenti scatenate dall’escalation militare in Ucraina rischiano di imporre un costo che la Cina non può permettersi. Pechino potrebbe dunque ritrovarsi a dover investire capitale politico sulla pacificazione dell’Ucraina per riacquisire credibilità in Occidente e guadagnare tempo per gestire le sue difficoltà interne”. Una soluzione politica è nell’interesse di tutti, ha detto Xi al leader europeo.

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