Le fragilità della globalizzazione sono state messe a nudo e dunque il compito dei prossimi anni per i leader del pianeta dovrà essere quello di salvare la stessa globalizzazione, dato che da essa dipendono il benessere e lo sviluppo economico. Mentre il ruolo dell’Italia… Il commento dell’ambasciatore Castellaneta

Che 2022 è stato e quale 2023 ci attende? L’auspicio personale è ovviamente che il prossimo anno sia caratterizzato da minore instabilità e conflittualità a livello internazionale con un ritorno graduale a situazioni più gestibili. Lo scoppio della guerra in Ucraina è stato il secondo “cigno nero” in meno di tre anni e lo shock su un sistema globale già messo a dura prova dalla pandemia è stato profondo. Per ridurre la tensione internazionale è dunque necessario prima di tutto comprendere i cambiamenti che si sono verificati nell’arco di questi mesi per poi provare ad individuare dei possibili correttivi che riportino il “sistema mondo” in una situazione di maggiore equilibrio.

Il 2022 si conclude sostanzialmente con un’immagine dal forte valore simbolico: l’abbraccio di Biden a Zelensky a Washington, segno che l’Occidente (ma soprattutto gli Usa, considerando la portata molto più ampia degli aiuti finanziari e militari erogati da questi ultimi) è inequivocabilmente dalla parte dell’Ucraina, mentre la Russia di Putin è sempre più isolata e indebolita (nonostante la vicinanza “prudente” della Cina).

Le foto del presidente ucraino alla Casa Bianca sono evocative soprattutto del fatto che gli Stati Uniti sono tornati centrali, a dimostrazione che – ad oggi – restano l’unica vera superpotenza globale, in grado di essere decisivi su ogni scenario. La Cina, a dispetto delle proprie ambizioni, non ha ancora questa potenza e capacità di proiezione, dovendo peraltro fronteggiare seri problemi interni dal rallentamento dell’economia alla più pesante ondata di Covid19 in seguito all’allentamento della fallimentare zero Covid policy voluta testardamente da Xi Jinping.

Il mondo torna dunque ad essere sostanzialmente unipolare, quantomeno in termini di distribuzione dei rapporti di forza a livello geopolitico ed economico. Ma l’unipolarità di oggi è molto diversa rispetto a quella degli anni Novanta: mentre allora gli Usa erano leader incontrastati e il modello occidentale sembrava in grado di prevalere ovunque, oggi il grado di frammentazione, instabilità e conflittualità tra Occidente e potenze emergenti rischia di espandersi e di dare vita ad un mondo ancora più insicuro nei prossimi anni.

Le fragilità della globalizzazione sono state messe a nudo e dunque il compito dei prossimi anni per i leader del pianeta dovrà essere quello di salvare la stessa globalizzazione, dato che da essa dipendono il benessere e lo sviluppo economico che hanno permesso in questi ultimi decenni al mondo di continuare a crescere riducendo al contempo la povertà ad un ritmo senza precedenti.

Quale ruolo possono avere l’Europa e l’Italia in questo quadro incerto e in mutamento? Per rafforzare l’Occidente, ma al contempo contribuire al rafforzamento della sicurezza su scala globale, gli Usa non possono però fare a meno di un’Europa più forte e autorevole, che sia in grado di garantire uno spazio di sicurezza regionale. In altre parole, l’Ue deve decidersi anch’essa a dismettere i panni di Venere per vestire anche quelli di Marte e salire sul ring, dotandosi di una maggiore forza militare che può passare solo attraverso un coordinamento G tra i principali Stati membri sia a livello di politiche di sicurezza e difesa che di politica industriale.

Il progetto del nuovo aereo da guerra Tempest (sviluppato da Italia e Regno Unito) è un chiaro esempio, ma al momento risulta squilibrato perché si pone in concorrenza con il progetto del caccia franco-tedesco-spagnolo Fcas mentre non è ancora chiaro il rapporto con gli sviluppi del programma F35 ne il peso del Giappone nei contenuti tecnologici ed in rapporto alle sue esigenze di difesa nello, scacchiere asiatico

Occorre dunque che anche l’Europa scenda in campo, ma con una voce sola e senza farsi sgambetti controproducenti. L’Italia, che ha un governo fortunatamente stabile in questo momento e che ha posto come temi principali la difesa delle imprese e del made in Italy e dell’interesse nazionale, può svolgere con autorevolezza un ruolo di tessitore in questo nuovo scenario che si va delineando.

È stato confortante vedere il presidente del Consiglio Meloni in tuta mimetica salutare i nostri militari in Iraq a Erbil, facendoci ricordare la fermezza delle donne e quasi rievocando la figura di Golda Meir, che riuscì a dare a Israele un profilo internazionale. Ed è nell’interesse italiano porsi da mediatore tra diversi interessi europei in gioco, mettendo da parte antagonismi che sarebbero solo da ostacolo ad un ruolo più autorevole dell’Italia e dell’Europa nel mondo. Se nel 2023 Ue e Italia riusciranno a porre le basi per un ruolo più efficace dell’Ue sullo scenario globale, attraverso un migliore coordinamento delle proprie politiche di sicurezza e difesa, allora forse si potrà sperare in un mondo più stabile e sicuro, con gli Stati Uniti in grado di contare su un alleato più forte e autorevole.

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