“Chi pensava che il governo avrebbe avuto difficoltà a esprimere delle posizioni chiare in politica estera si è si è clamorosamente sbagliato”. La Libia? “Un fatto di politica estera innanzitutto”. Crisi globali? “Queste leadership mondiali non sono in condizione di gestire più di un paio di crisi contemporaneamente”. Conversazione con l’ambasciatore Riccardo Sessa

Andare a Kiev è un segnale molto forte di vicinanza: dobbiamo però essere consapevoli che dovranno seguire dei fatti ben precisi, come la disponibilità ad aiutare la ricostruzione dell’Ucraina e l’Italia ha tradizioni e strumenti in questo campo, rispettati e ammirati.

Questo l’auspicio affidato a Formiche.net dall’ambasciatore Riccardo Sessa, attualmente vicepresidente reggente (dopo la scomparsa di Franco Frattini) della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale ed editorialista del Messaggero, già ambasciatore d’Italia a Belgrado, Teheran, Pechino e alla Nato.

Che voto dare fino ad oggi al governo in questi primi tre mesi complessi?

Devo dire, francamente, che non mi sono mai avventurato nel dare voti ai governi e non me la sento di cominciare oggi. Posso dire che siamo senz’altro su un’ampia sufficienza, questo è fuori discussione. Chi pensava che il governo avrebbe avuto difficoltà a esprimere delle posizioni chiare in politica estera si è si è clamorosamente sbagliato.

Perché?

Perché la premier è stata sempre estremamente chiara e precisa, non ultimo in occasione della conferenza stampa di fine anno, con due ministri che operano molto sul piano internazionale: il ministro degliEsteri Tajani ovviamente e il ministro della Difesa Crosetto che sono sempre stati chiari nella strada tracciata, in rigorosa continuità con la migliore tradizione italiana, la scelta europea e quella atlantica. Quindi non mi sento preoccupato da questo punto di vista e ripeto che la valutazione è molto positiva.

Dai Balcani al Mediterraneo, nel 2023 bisognerà passare dagli impegni alle azioni. In che modo?

Gli auspici per il 2023 sono sicuramente ben al di sotto delle aspettative che avevamo tutti maturato nel corso di questo 2022. Voglio essere chiaro: stiamo parlando degli auspici della situazione internazionale, non del governo. Perché dico questo? Ma perché la guerra è ancora in corso. Non mi sembra che dietro l’angolo vi sia una possibile soluzione o comunque una possibile tregua, o una cessazione delle ostilità. Quindi questo della guerra è il retaggio più doloroso e più importante che erediteremo e siamo purtroppo ancora lontani dal poter immaginare una fine. Ci sono poi altri dossier che si sono aperti nel corso del 2022, primo fra tutti quello dell’Iran. Francamente nessuno poteva mai immaginare che gli Ayatollah al potere dal 1979 nel 2022 arrivassero a delle forme di repressione che non possono essere tollerate e sulle quali non è pensabile che la comunità internazionale chiuda gli occhi. Rimane sempre molto problematica e speriamo che non si riacutizzi nel 2023, la situazione nei Balcani e in particolare nei rapporti tra Belgrado e Pristina.

Le pressioni europee potranno bastare?

Grazie a forti pressioni che sono state fatte dagli europei e dagli americani, quelle preoccupazioni che avevamo tutti sulle barricate serbe erette nel nord del Kosovo si sono raffreddate perché hanno convinto la Serbia ad abbassare il livello della tensione. Però è una problematica che non è destinata a diminuire. C’è inoltre un Mediterraneo che è sempre fonte di preoccupazione, specialmente per un Paese come il nostro che ha una fortissima vocazione in quell’area.

Si riferisce alla Libia?

Certamente. La Libia è innanzitutto un fatto di politica estera: non illudiamoci di affrontare e gestire i rapporti con la Libia pensando solo agli immigrati. Lo dico con molto rispetto per le iniziative di altri ministeri, ma sono convinto che un forte raccordo tra vari attori nel quadro di un’azione di politica estera precisa potrebbe portare di nuovo ad avere nelle vicende libiche un’influenza, come avevamo un tempo.

Ci dobbiamo sorprendere se nel Mediterraneo passeggiano anche le navi russe?

Da quando il concetto di Mediterraneo si è allargato, non mi preoccuperei più di tanto: le unità della nostra Marina sorvegliano come si deve il Mediterraneo. Il problema è che nel 2023 non dovremo abbassare la guardia su altri dossier in altre aree geografiche. Il 2023 dovrà portare a mio avviso l’Italia a guardare con una visione chiara verso l’Asia e ricostruire un rapporto corretto, maturo, responsabile con la Cina, anche per evitare speculazioni sui rapporti che esistono tra la Cina e la Russia.

In che modo?

Vado sostenendo da tempo che l’Occidente, e l’Europa in particolare, ha commesso un errore strategico enorme nel consentire l’avvicinamento tra la Russia e la Cina, che non è naturale. In quell’area bisogna evitare che nasca un altro problema, penso a Taiwan: una crisi adesso sarebbe veramente una tragedia per la comunità internazionale. Mi sono convinto di una cosa: questa comunità internazionale e queste leadership mondiali non sono in condizione di gestire più di un paio di crisi importanti contemporaneamente. Può sembrare curiosa questa affermazione, ma è la realtà delle cose.

Per quale ragione?

Perché ormai tutti i Paesi sono fortemente preoccupati essenzialmente dalla tenuta del fronte interno. Tutti abbiamo tutti problemi in campo energetico con il costo della vita e le opinioni pubbliche chiedono sì pace alle frontiere, ma chiedono soprattutto pace interna nelle loro tasche e serenità sul futuro: ma non tra vent’anni, bensì fra due o tre anni al massimo. E queste sono le priorità dei governi.

Al di là della possibile visita a Kiev del presidente del Consiglio, come l’Italia potrà concretizzare la propria politica di vicinanza all’Ucraina?

Andare a Kiev è un segnale molto forte di vicinanza: dobbiamo però essere consapevoli che dovranno seguire dei fatti ben precisi. Noi abbiamo già fatto capire che abbiamo una grande disponibilità ad aiutare la ricostruzione dell’Ucraina e questo è già un passo molto importante. L’Italia ha tradizioni e strumenti in questo campo, rispettati e ammirati. E allora cominciamo a programmare seriamente, perché nel momento in cui taceranno le armi in Ucraina bisognerà iniziare immediatamente a ricostruire, dal momento che i russi stanno distruggendo tutto in questo circolo vizioso che ci porta comunque a dover continuare, con convinzione e determinazione, a sostenere militarmente l’Ucraina. Altrimenti è la fine per quel Paese.

Come programmare quel dopo, dunque?

Bisognerà far sì che quella solidarietà che è scattata immediatamente per difendere l’Ucraina, sapendo che difendendo la libertà di quel Paese difendevamo anche la nostra libertà, si traduca in un importante programma di aiuti, che saranno ovviamente innanzitutto di carattere economico. Certo, il momento non è dei migliori, perché tutti stiamo affrontando sacrifici sul piano interno proprio in conseguenza della guerra. Ma i governanti dei Paesi occidentali più importanti dovranno trovare la quadratura di questo cerchio. Dalle armi bisognerà passare agli aiuti umanitari e quindi gestire tutto il processo di avvicinamento all’Unione Europea e alla Nato. Non dimenticherei anche il rapporto che dovremo saper impostare con la Russia. Rimango convinto che l’Italia possa svolgere un suo ruolo. Così come sono convinto che per poter favorire l’avvio di un serio processo negoziale di pace si potrebbe riprendere l’esempio di quanto fatto alla metà degli anni ’90 nei Balcani, con un gruppo di contatto.

Un’iniziativa di marca italiana?

Qualcuno deve prendere l’iniziativa. Vogliamo che siano sempre i tedeschi o i francesi a farlo? Ormai noi abbiamo le idee chiare su un possibile percorso negoziale. Perché non la prendiamo noi un’iniziativa, coinvolgendo ovviamente gli americani, oltre alla Turchia e alla Cina? Ma tutto questo va fatto in fretta, perché ogni giorno che passa in Ucraina la gente continua a morire.

@FDepalo

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