Il Washington Post dedica un lungo editoriale alla relazione che gli Stati Uniti dovrebbero costruire con l’Africa e i suoi Paesi. Consigli utili anche per l’Europa, in particolare per l’Italia, come confermano le parole di Descalzi (Eni) al Financial Times

L’Editorial Board del Washington Post ha dedicato questa settimana un articolo al rapporto con l’Africa — che secondo il consiglio editoriale di uno dei più grandi giornali del mondo gli Stati Uniti dovrebbero costruire attraverso partnership reali e non solo funzionali.

Ossia: l’attenzione africana delle amministrazioni statunitensi che si sono susseguite dalla Guerra Fredda a oggi è stata segnata dagli affari globali. Essenzialmente il confronto con la Russia, successivamente (dopo il 9/11) la lotta all’insorgenza di gruppi radicali e terroristici, attualmente la competizione con la Cina.

L’ultimo quadro di riferimento strategico, la “US Strategy Toward Sub-Saharan Africa”, pubblicato in agosto, pone chiaramente Pechino — che sta lavorando in Africa con investimenti, prestiti e progetti infrastrutturali — come il principale rivale globale per l’influenza nel XXI secolo. Influenza sugli affari globali che passa anche, inevitabilmente, dalle dinamiche africane.

“Ma si tratta di una visione limitata — scrive il WaPo — che ignora la potenza e il vasto potenziale economico del continente”. Entro il 2050, l’Africa ospiterà un quarto della popolazione mondiale, metà della quale avrà meno di 25 anni. L’Africa è già la più grande area geografica di libero scambio del mondo e si prevede che il suo prodotto interno lordo raggiungerà i 29.000 miliardi di dollari sempre entro il 2050.

Joe Biden, durante il vertice Usa-Africa di poche settimane fa, ha apertamente parlato della volontà americana di essere “all-in con l’Africa”. Ma per ora questo slancio strategico si è tradotto in uno stanziamento da 55 miliardi di dollari per il continente. Non sono pochi, ma nemmeno una cifra da  far terremare i polsi, e l’Editorial Board avverte del rischio che questi fondi finiscano per essere troppo poco visibili.

Soprattutto se messi in confronto con ciò che fa la Cina, che ha scelto la via più d’immagine del costruire edifici, stadi, accademie, ferrovie — una linea condivisa anche dalle attività di Turchia ed Emirati Arabi Uniti). La sede dell’Unione Africana ad Addis Abeba è stata costruita dalla Cina, così come la nuova sede dell’Ecowas, la Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale, nella capitale nigeriana Abuja.

La chiamano “palace diplomacy” (o “stadium diplomacy” a seconda): costruire strutture tangibili, edifici simbolici, che possano essere individuati dalle persone come parte dell’attività cinese, emiratina, turca nel loro Paese. Sono utili per rendere più fluide le relazioni tra governi, con i locali che possono usarle per muovere consenso e gli attori esterni per giocare influenza.

Sé questa è una strada già battuta, per il WaPo, quello che gli Stati Uniti possono apportare e che le altre nazioni non possono apportare è un tipo di sviluppo infrastrutturale più fondamentale: “l’infrastruttura della democrazia”. Ci sono già indicatori promettenti. Ad esempio, le pacifiche elezioni presidenziali in Kenya, che hanno visto William Ruto prestare giuramento per il suo primo mandato, sono avvenute in parte perché il Kenya utilizzava nuovi sistemi biometrici di registrazione del voto, scansioni elettroniche e trasferimento immediato dei risultati ai centri di conteggio nazionali. Questo ha permesso di ridurre il margine di sospetto e di errore durante il processo di voto. Il Kenya disponeva anche di una forte commissione elettorale indipendente e di una Corte Suprema, che possono essere replicate altrove.

Secondo Afrobarometer, più di 6 africani su 10 si impegnano a fondo per la democrazia e le sue istituzioni. Questo sentimento a favore della democrazia è forte tra i giovani e soprattutto per la classe media, entrambi segmenti della società africana in rapida crescita. Le maggioranze che rifiutano i regimi militari e i governi autarchici sono ancora più ampie. E laddove la democrazia in Africa suscita disappunto, di solito è a causa della corruzione ad essa associata.

“Troppo spesso in Africa, come altrove, le amministrazioni statunitensi che si sono succedute sono state disposte a trascurare le tendenze antidemocratiche e le violazioni dei diritti umani a favore di un’idea obsoleta di stabilità”, scrive il board del WaPo.

“Trattare i Paesi africani come pari a tutti gli effetti. Impegnarsi in colloqui scomodi sulla necessità di una vera democrazia e offrire il miglior aiuto tecnologico. Convincere il settore privato a portare avanti gli investimenti necessari per le iniziative esistenti, come Power Africa e il Growth and Opportunity Act. E costruire ponti con la gioventù e la classe media africana di oggi”.

Sono questi i pilastri di una nuova relazione americana con l’Africa. Ma un impegno per la prosperità, per lo sviluppo di istituzioni democratiche durature e un rispetto reciproco che riconosca che entrambe le parti hanno molto da guadagnare sono anche gli elementi fondali di una relazione con l’Africa che deve interessare anche l’Europa, e nel caso particolare l’Italia.

Recentemente Roma ha più volte sottolineato l’importanza del continente per la propria strategia. Concetti sostanzialmente espressi dal Ceo di Eni, Claudio Descalzi, che in un’intervista al Financial Times ha parlato di “rapporti basati sul rispetto”. In ambito energetico — ma certamente non solo, visto gli impegni di Eni per il sociale all’interno dei Paesi in cui opera — è possibile un nuovo “asse Sud-Nord” in grado di connettere le abbondanti risorse del Continente africano in termini di rinnovabili e fonti tradizionali con il mercato europeo, ha spiegato Descalzi delineando un gancio futuribile per la partnership.

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