I frammenti di antiche vetrate presentate con nuova veste da Ruth Beraha rappresentano l’uroboro, il serpente che si morde la coda, che “simboleggia la ciclicità della vita”. La sua opera è stata premiata all’interno dell’iniziativa del Conai, che oltre alla mostra, si concretizza con il “Premio Conai”

Il connubio tra materiali da scarto o riciclati e opere d’arte viene da lontano. Ma negli ultimi anni, grazie anche ad una nuova generazione di artisti, sta prendendo sempre più piede anche nel nostro Paese. E non è neanche la prima volta che il Conai incontra artisti e opere d’arte che utilizzano rifiuti e scarti. Oggi la mostra “Arte circolare” in cartellone al Maxxi di Roma fino al 5 febbraio. Ieri, nel 2001, a Trieste, nel corso del G8 Ambiente, il percorso on the road “Transformer”, otto monumenti d’arte contemporanea realizzati con materiali riciclati, dislocati nelle piazze più importanti della città.

I dieci giovani artisti portati da Conai al Maxxi continuano, come ha scritto nell’introduzione del catalogo il presidente del Conai Luca Ruini, “una tradizione italiana che conta prestigiosi esempi di relazioni virtuose tra industria e arte, come Olivetti, Italsider, Barilla e Pirelli, che hanno sostenuto prestigiose e visionarie manifestazioni e committenze culturali di rilevanza internazionale”, portando all’attenzione del grande pubblico le sfide che la nostra società deve affrontare per favorire uno sviluppo sostenibile sulla base dell’economia circolare.

Una sfida, ricordano Marco Bassan e Ludovico Pratesi di Spazio Taverna che hanno curato la selezione degli artisti e l’allestimento dell’evento, “che l’industria italiana è stata tra le prime ad affrontare contaminandosi con l’arte, aprendo occasioni di dialogo con pubblicazioni, mostre e committenze pionieristiche a livello internazionale”. Gli stessi materiali utilizzati e i temi affrontati “rappresentano di fatto possibili soluzioni e punti di vista inusuali per proporre nuove forme creative legate alle sfide del futuro”.

I frammenti di antiche vetrate presentate con nuova veste da Ruth Beraha rappresentano l’uroboro, il serpente che si morde la coda, che “simboleggia la ciclicità della vita”, “l’eterno ritorno alchemico della trasformazione della materia”, l’energia che si consuma e rigenera all’infinito. Lo “strumento di misurazione” in ottone di Veronica Bisesti propone una simbologia che “tenta di ridefinire il nostro rapporto con il mondo naturale”: un’aloe viene fusa in metallo e il ciclo della nascita e della decomposizione naturale si arresta in un tentativo di “cristallizzare i processi naturali e dominate la materia”. La foglia di aloe, scelta per le sue connaturate proprietà benefiche, diventa la base per “la costruzione di una comunità futura, incentrata sulla cura e la tutela del Pianeta”.

Con il recupero dell’argilla scartata, Lucia Cantò presenta dei calchi di antichi ex voto, trovati in diverse località d’Italia. I calchi sono inseriti all’interno di un perimetro di colore arancio, simbolo di pericolo nella società contemporanea. L’argilla conserva sempre una delle modalità del riciclo, il suo riutilizzo: l’idratazione la rende sempre una materia malleabile riportandola a nuova vita. Lo “scarto digitale” è, invece, il tema della pittura di Federica Di Pietrantonio che raccoglie “frammenti di vita digitale di youtuber” per porre l’attenzione ai rischi futuri a partire dall’eccessiva produzione visiva digitale. L’artista intercetta l’uso dei dispositivi digitali che ci proiettano in uno spazio virtuale, “effimero e intoccabile”, in una società in continua evoluzione.

Sulle spiagge pugliesi Antonio Fiorentino ricerca e raccoglie frammenti di metallo, plastica e reti da pesca dalle forme antropomorfe per ricavarne, attraverso una stratificazione di resina e fuoco, delle vere e proprie maschere.  Il risultato sono sculture che “aspirano a generare nuove iconografie dalla temporalità paradossale”. Il racconto della conservazione di una foresta ad opera di Valentina Furlan attraverso un “diorama” conservato nel Museo di Storia Naturale di Milano, ripropone la rappresentazione “scultorea” della foresta stessa in un “gioco di riferimenti” che mette in evidenza le differenze tra le azioni dell’uomo e “la potenza originaria della natura”.

Materiali come PVC, nylon e alluminio diventano per James Hillman “una riflessione sulla vita consequenziale della materia in un mondo in cui essa viene spostata e trasformata, ma mai del tutto distrutta”. Mentre l’approccio all’arte di Lucas Memmola ricorda quello dell’alchimista, dove gli elementi della natura (terra, fuoco, oro, carne…) “possono dialogare tra loro, generando delle metafore visive che sono specchio di determinate condizioni dell’animo umano”.

Le opere di Francis Hoffman sono tele dai contorni irregolari dipinte con fondi di caffè e collage di carta e cartone recuperati da confezioni di pane o scatole di scarpe che “entrano nella composizione come fossero strappi o ferite”. Composizioni astratte che riportano ad un mondo lontano: la sua Africa e i suoi costumi. Il modo di trattare i materiali di recupero di Serena Vestrucci ci arriva attraverso un modo di guardare i materiali da un’altra prospettiva, “concedendo loro nuove possibilità”. Vediamo degli occhi che ci guardano attraverso una tela, “in un gioco di sguardi che, incrociandosi, si sovrappongono” e la vista dello spettatore penetra ed è penetrata all’interno dell’opera.

L’iniziativa del Conai, oltre alla mostra, si concretizza con il “Premio Conai” che prevede l’acquisto dell’opera, scelta da una giuria, che risponda a criteri di sostenibilità e circolarità. Per questa edizione il riconoscimento è andato a “The neverending story” di Ruth Beraha. Come ha detto il presidente Ruini, “le risposte alla sfide del futuro, in un momento così complesso, passano anche attraverso le strade più inaspettate: oggi abbiamo bisogno di percorsi alternativi per raccontare la circolarità, anche con nuove visioni, come quelle suggerite da questi artisti”.

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