La visione dei passi lunghi si era dimostrata fallace. Meglio allora promettere oggi, senza pensare al domani. Una prassi, quest’ultima, destinata ad essere contraddetta da quella novità rappresentata dalla storia di Fratelli d’Italia. Che con la sua lunga maratona sta cambiando i paradigmi della politica italiana

Le baruffe che hanno caratterizzato il varo del decreto legge sulle accise della benzina saranno anche state una tempesta in un bicchier d’acqua, subito placata. Ma quei segnali non vanno sottovalutati. Sebbene una certa conflittualità sia caratteristica costante dei governi di colazione, sul nervosismo italiano più recente stanno incidendo cause diverse. Prima fra tutte la pressione esercitata dalle ormai imminenti elezioni regionali. Le presidenze della Lombardia e del Lazio, per il loro significato non solo simbolico, hanno un valore segnaletico, che va anche oltre il pur importante risultato regionale.

I relativi esiti segneranno, infatti, il trend di medio periodo delle future relazioni politiche. Diranno se il vento in poppa di FdI, certificato dai sondaggi più recenti, sarà tale da ridimensionare ulteriormente le speranze di Matteo Salvini e di Silvio Berlusconi. Con conseguenze difficilmente prevedibili sulla leadership dei due diversi partiti. E se il caos, che regna sul fronte delle opposizioni, non si sarà ormai trasformato in una crisi più o meno irreversibile.

La simmetria tra le due opposte situazioni è, al tempo stesso, evidente e logica. Tale da rappresentare un nesso non casuale tra i giocatori di questa strana partita. Se l’opposizione non è in grado di esercitare il ruolo da cane da guardia nei confronti della maggioranza, è più facile per quest’ultima disarticolarsi, non avendo più di fronte un avversario da cui guardarsi. Venuto meno il pungolo di un’opposizione, in grado di rappresentare una credibile alternativa, il gioco del “liberi tutti” è destinato a prendere il sopravvento. E l’interesse di partito a prevalere su quello di coalizione.

Angelo Panebianco, in un suo editoriale di qualche giorno fa su Il Corriere della sera, aveva descritto con efficacia le contraddizioni di un simile meccanismo. La “tirannia del breve termine” – questa la sua tesi – era destinata a prendere il sopravvento, spingendo i singoli protagonisti della vita politica italiana a confinarsi in un cono d’ombra sempre più piccolo. Segnato dal prevalere degli interessi più immediati e quindi da un posizionamento sempre più stressante ed esasperante. Con il risultato di condannare la politica stessa all’inconcludenza. E ridurre i singoli partiti ad improbabili attori di una commedia, sempre più lontana dagli interessi reali dei propri rappresentati.

Contraddizioni inevitabili: è la politica, bellezza! Si potrebbe dire. Nulla di più fallace. Se fosse questa l’unica soluzione possibile, l’impazzimento collettivo sarebbe inevitabile. E con esso l’idea, che pure in parte si sta affermato, secondo la quale i regimi illiberali siano meglio posizionati per gestire la modernizzazione del proprio Paese. Il consenso, seppure limitato, che circonda la figura di Vladimir Putin, nonostante i crimini terribili contro il popolo ucraino, dovrebbe far riflettere.

Per incidere, in qualche modo, sulle cause di fondo che possono favorire il disarticolarsi del tessuto democratico, qualcosa non solo si deve, ma si può fare. Evitando, innanzitutto, il disordinato susseguirsi delle scadenze elettorali, la cui eccessiva e disordinata frequenza ha un inevitabile effetto destabilizzante. Si prenda ad esempio la XIX legislatura che si è appena aperta, (13 ottobre 2022). Il governo si era appena costituito ed ecco la prima scadenza elettorale di metà febbraio, con l’elezione dei presidenti del Lazio e della Lombardia.

Nei mesi successivi sarà la volta del Friuli Venezia Giulia e di qualche amministrazione comunale. Il prossimo anno a dominare la scena saranno le elezioni europee. Con la scia di elezioni amministrative che si trascineranno, anno dopo anno, fino al 2027. Per poi tornare alla madre di tutte le battaglie. Vale a dire alle politiche, sempre che la legislatura duri i fatidici cinque anni. Una frammentazione così spinta non può che accentuare l’instabilità complessiva dell’intero sistema. Facendo impazzire la maionese, ormai prigioniera di un tatticismo elettoralistico fuori controllo.

Porre rimedio a questo stato di cose, non sarà facile. Anche se sarebbe interesse di tutte le forze politiche – sia quelle maggioranza che di opposizione (sempre pro-tempore) – ridurre la frammentazione del confronto elettorale, prevedendo, per quanto possibile, date fisse ed inderogabili. Con l’eventuale nomina di commissari, qualora, a livello del territorio, non fosse possibile rispettare le scadenze canoniche. In vista delle prossime riforme di carattere costituzionale – ben venga la scelta di un qualche presidenzialismo – bisognerebbe pensare anche a regolare diversamente i rami più bassi del sistema elettorale.

Basterà? Ne dubitiamo. C’è un dato culturale – antropologico che non può essere trascurato. Fino a qualche anno fa si poteva pensare che solo quelle – il tatticismo esasperato – fossero le regole effettive della politica. Del resto la lunga storia del fallimento comunista ne suonava a conferma. La visione dei passi lunghi si era dimostrata fallace di fronte all’imprevedibilità dell’effettivo decorso storico. Meglio allora ragionare giorno per giorno. Promettere oggi, senza pensare al domani.

Una prassi, quest’ultima, destinata, tuttavia, ad essere contraddetta da quella novità rappresentata dalla storia di Fratelli d’Italia. Che con la sua lunga maratona sta cambiando i paradigmi della politica italiana. Quando l’esperimento fu avviato, FdI era poco più di una scommessa. Un gruppetto di temerari che univa le proprie forze nel tentativo, che a molti dei loro stessi “compatrioti” (come ha avuto modo di riconoscere, con onestà, lo stesso Gianfranco Fini) sembrava quasi disperato. Ed invece quella coerenza è stata la goccia che, alla fine, ha scavato la dura pietra della politica nazionale.

Facendo emergere, per sedimentazione progressiva, la maggiore forza politica italiana. Certo a quel successo hanno contribuito anche gli errori altrui. La dissipazione del consenso da parte della Lega di Matteo Salvini. Il progressivo esaurimento di ogni forza propulsiva in capo a Forza Italia. Lo sbandamento programmatico dei 5 Stelle, incapaci di tradurre la dote elettorale nelle concrete proposte di governo. Ed infine, last but not least, la crisi forse ancora più profonda del Pd. Negli anni, dopo il crollo del muro di Berlino, sempre più partito del potere per il potere. Incapace di riflettere fino in fondo sul fallimento della propria storia.

Comunque sia, la coerenza ha premiato il tentativo, di FdI. Ed ora gli outsider della vecchia politica italiana (dieci anni di opposizione) hanno dimostrato quanto fosse possibile trovare una nuova rotta, senza doversi necessariamente arrendersi alla “tirannia del breve periodo”. C’è voluto coraggio, come ha riconosciuto recentemente Giorgia Meloni? Indubbiamente. Ma a monte di tutto ciò è stata necessaria una lunga sintonia con la storia più profonda del Paese. O della Nazione, come è solita ripetere la stessa Meloni. La saldezza delle proprie convinzioni politiche. La consapevolezza di poter cambiare un vecchio paradigma.

Mi auguro – ha scritto recentemente in un post su Facebook– “di non farmi ammaliare dalle sirene del potere, di non farmi convincere da un sistema che non condivido. Mi auguro di essere audace, concreta, veloce e coraggiosa. Di guardare sempre a quello che è giusto per l’Italia. In breve, mi auguro di non deludere chi ha creduto in me, e nella possibilità che l’Italia tornasse la grande Nazione che merita di essere. E non lo farò, costi quel che costi”. Retorica? Sarà questo il giudizio di qualche anima bella. Non solo ingeneroso, ma sbagliato. La nascita di un partito politico, come del resto per gli umani, lascia sempre un segno indelebile, che poi è impossibile cancellare. A maggior ragione se gli avvenimenti successivi lo rendono ancora più visibile.

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