Per gentile concessione dell’Editore e dell’Autore, pubblichiamo un breve estratto del libro “Capitalismo Stellare. Come la nuova corsa allo Spazio cambia la Terra” dell’ingegnere ed esperto aerospaziale Marcello Spagnulo (Rubbettino Editore, 2022)

Elon Musk, Peter Thiel, Jeff Bezos, Richard Branson sono la prima generazione di imprenditori che fa dello Spazio un terreno da dominare per creare nuovi business globali. Sono i nuovi capitalisti digitali e materiali del terzo millennio. Io li definisco capitalisti stellari. Ma le stelle non sono sinonimo di eccellenza come nelle valutazioni della guida Michelin. In questo caso fanno riferimento al fatto che il Cosmo popolato di astri rappresenta per questi capitalisti del nuovo millennio quel territorio vergine dove assicurarsi risorse uniche e pregiate funzionali alla loro crescita aziendale.

La loro corsa allo Spazio è in piena accelerazione anche perché, purtroppo, le regole internazionali e condivise per occupare le orbite intorno al nostro pianeta, semplicemente non ci sono. Non a caso la Francia, vera superpotenza spaziale europea, guarda con preoccupazione a questa nuova situazione al punto che il quotidiano Le Monde la definisce come un far west nello Spazio. Saranno loro, i capitalisti stellari, a costruire quella “iper-democrazia planetaria” immaginata e descritta dall’economista francese Jacques Attali nel suo libro Breve storia del futuro? Sarà una democrazia con una forma politica cui siamo abituati, oppure avrà una diversa struttura che oggi a malapena percepiamo, avvezzi come siamo alle forme consolidate degli ultimi decenni?

I capitalisti stellari si sono lanciati in quella che viene, con enfasi forse eccessiva, chiamata la nuova corsa allo Spazio, non per esplorare o far avanzare la conoscenza scientifica, ma per monopolizzare e commerciare, cioè per meglio sfruttare le risorse extra-terrestri e creare business globali sulla Terra. La corsa allo Spazio degli anni Sessanta del secolo scorso è pressoché sconosciuta alle nuove generazioni millennial. Quando Neil Armstrong camminava sulla Luna, Peter Thiel aveva due anni ed Elon Musk non era ancora nato. Il tempo della “Nuova Frontiera” del Presidente Kennedy che spingeva gli Stati Uniti verso l’obiettivo lunare deve sembrar loro un passato remoto nel bianco e nero delle incerte e tremolanti immagini televisive di quella lontana passeggiata sulla Luna

Oggi c’è bisogno di una nuova frontiera, che sostituisca nell’immaginario collettivo quella del secolo scorso, e non sono i capi di governo a propugnarla ma imprenditori di tendenza, nuovi influencer planetari del business. I capitalisti stellari appunto. A loro sta riuscendo quello che non riuscì a Bill Gates negli anni Novanta del secolo scorso. In quegli anni, il fondatore di Microsoft voleva lanciare nello Spazio una costellazione da 300 satelliti in orbita bassa per portare Internet in tutto il pianeta. Il progetto, davvero visionario per l’epoca, si chiamava Teledesic ma si arrestò perché la tecnologia per realizzare satelliti e razzi con produzioni di massa aveva ancora dei costi proibitivi.

Ma l’idea era vincente – tutto sommato Bill Gates non è proprio un passante – e infatti i capitalisti stellari del nuovo secolo l’hanno ripresa e la stanno portando a compimento. Oggi, nel loro modello economico, lo Spazio oltre la Terra è un territorio vergine di immense risorse e opportunità, non è ancora regolamentato e chi per primo lo colonizzerà ne trarrà i vantaggi da monopolista assoluto. Da zero a uno, come recita il titolo del libro di Peter Thiel.

Certo l’economia dello Spazio non è una completa novità, da circa una trentina d’anni i satelliti di telecomunicazioni e di osservazione hanno favorito l’emergere di un mercato importante sulla Terra. Ma oggi le cose sono diverse perché i nuovi imprenditori statunitensi realizzano razzi e astronavi con i loro capitali e con quelli dei fondi speculativi dei loro sodali, e usano i satelliti per plasmare un nuovo modello economico. Certo, beneficiano anche di contratti delle agenzie governative ma senza dipendere da esse per sopravvivere.

E qui sta una grossa differenza con il passato. Un po’ troppo fideisticamente, le élite dirigenziali europee magnificano l’idea che questa nuova corsa allo Spazio porti con sé un innovativo modello di mercato, la cosiddetta New Space Economy, che rappresenta un’enorme e provvidenziale sorgente di economia reale sul pianeta. Questa postura ideologica tende a sottovalutare le tesi geopolitiche e commerciali più realiste che sottendono davvero alla nuova corsa spaziale, soprattutto in termini di rivoluzione tecnologica, sociale e capitalistica.

E così quest’approccio fideistico sembra dar per scontato che un nuovo modello economico cada direttamente sulla Terra quasi per un effetto di trascinamento di quanto fatto sinora, come una conseguenza naturale del passato e non invece a seguito di un corposo breakthorugh tecnologico, industriale e sociale che può essere molto traumatico, per alcuni, rispetto al passato. Non sembra che ci si ponga criticamente la domanda di come il mutamento in atto di questo modello economico e industriale prenda, per esempio, difficilmente piede al di fuori degli Stati Uniti e soprattutto di come esso stia introducendo conseguenze anche rischiose in ambiti disparati, da quello geopolitico a quello sociale e finanche ambientale. In altre parole, siamo consapevoli dei rischi e dei benefici che il nuovo modello capitalistico spaziale sta portando con sé all’alba del nuovo secolo?

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