Negli anni della scalata al Credito Romagnolo di De Benedetti il primo incontro di Pier Ferdinando Casini con Gianni Agnelli. Ecco il suo ricordo, a venti anni dalla morte dell’Avvocato, nell’estratto del libro appena pubblicato per Piemme, C’era una volta la politica. Parla l’ultimo democristiano

L’avvocato Gianni Agnelli è stato l’Italia per decenni: un uomo di grande carisma e fascino che simboleggiava il nostro Paese anche nel jet set internazionale. Lo conobbi abbastanza bene mentre Carlo De Benedetti stava organizzando la scalata al Credito Romagnolo, la storica banca della mia città, con l’aiuto di importanti famiglie come i Seragnoli e con la supervisione di un suo allora giovane collaboratore, Corrado Passera, che avrei ritrovato successivamente a più riprese nella mia vita fino all’assunzione della carica di pluriministro tecnico nel governo Monti.

In quell’occasione un gruppo importante di industriali emiliano-romagnoli, dal cavalier Achille Maramotti a Guido Barilla, da Luigi Deserti a Giuseppe Gazzoni Frascara, con la regia di Piero Gnudi, inimitabile re dei commercialisti bolognesi, cercò di organizzare una controcordata in grado di conservare nella nostra Regione il baricentro di questo istituto di credito così importante.

Ero molto coinvolto e convinto, come i fatti hanno successivamente dimostrato, che con la vittoria di De Benedetti si sarebbe perso un asset importante per la città e che la politica, pur nell’ambito proprio, avrebbe dovuto impegnarsi a fianco degli industriali locali. Chiesi un coinvolgimento diretto a nostro supporto a Cesare Romiti, allora magna pars della Fiat, che conoscevo bene fin dai tempi di Bisaglia. Romiti è stato per me un uomo di grande capacità di ascolto e particolarmente attento a ciò che di nuovo si muoveva in politica. Non aveva certo bisogno di un giovane parlamentare come me, considerando l’illimitato potere della Fiat di allora, ma, dopo alcuni giorni da questo mio sos, inaspettatamente mi chiese se fossi disponibile ad andare a spiegare bene all’avvocato Agnelli questa situazione, che si presentava già come compromessa vista l’estemporaneità della nostra controreazione. Fu così che, un po’ agitato, mi recai a Villar Perosa dove ero stato invitato a pranzo dall’avvocato Agnelli.

La colazione durò non più di un’ora. Mi bombardò di domande e parlò poco. Non credo che fosse molto interessato al Credito Romagnolo, ma sicuramente era incuriosito da ciò che capitava tra De Benedetti e gli industriali bolognesi. Con qualche accenno alle questioni politiche. La cosa che ricordo con più precisione è il pranzo: qualche scampo bollito, un piattino di riso con verdura e un minuscolo gelato al limone. Posso dimenticare qualcosa, ma non molto. Certamente non dimentico che, uscito da casa Agnelli, mi fermai al primo bar e mangiai un panino farcito, per finire con una fantastica brioche alla crema. Ciò che mi aveva generosamente offerto l’Avvocato, lo consideravo solo un aperitivo…

Da allora l’ho visto diverse volte, anche dopo la nomina a senatore a vita, e ciò che mi ha sempre impressionato di più è stata la curiosità nell’approfondire ogni aspetto della politica e anche della vita privata dei protagonisti. Verso i leader della Dc aveva rispetto con diversi gradi di calore. Verso Berlusconi, successivamente, un misto di apprezzamento e di insofferenza. Per lui si trattava comunque di un parvenu.

Pubblicato per Piemme da Mondadori Libri S.p.A.
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