La riapertura ai viaggi cinesi preoccupa l’Oms. Mentre per le economie (legate al turismo) è un potenziale beneficio, i rischi di propagazione globale dell’epidemia Covid che sta esplodendo in Cina sono affrontati dai vari Paesi, compresa l’Ue

La possibilità per i cinesi di viaggiare liberamente dopo più o meno tre anni — libertà che riparte ufficialmente da oggi, domenica 8 gennaio 2023 — apre a una serie di scenari. Se da un lato c’è l’entusiasmo dell’industria turistica globale per il ritorno ai viaggi di un’aliquota importante di clienti, dall’altro c’è il rischio propagazione virale — visto come e quanto si diffonde il Covid in Cina.

Per dare una misura, con un dato, sull’importanza della riapertura cinese: “Nella mattinata del 27 dicembre, Trip.com Group, fornitore leader di servizi di viaggio a livello globale, ha registrato uno sbalorditivo aumento del 254% delle prenotazioni di voli in uscita dalla Cina continentale rispetto al giorno precedente”, scrive Travel Daily News Asia. Singapore, Corea del Sud, Hong Kong, Giappone e Tailandia guidano questa impennata turistica. Ma anche Europa e Africa

Il calo della sorveglianza globale del coronavirus, l’incompletezza dei dati provenienti dalla Cina e l’aumento dei decessi per Covid in tutto il mondo sono preoccupanti, ha dichiarato questa settimana Maria Van Kerkhove, responsabile tecnico dell’Oms per la pandemia, durante una conferenza stampa. “Non si tratta solo di sapere quali varianti sono in circolazione. Abbiamo bisogno che la comunità globale le valuti, che esamini mutazione per mutazione per determinare se si tratta di nuove varianti in circolazione”.

Mike Ryan, direttore esecutivo del programma di emergenza sanitaria dell’Organizzazione mondiale per la Sanità, intervenuto alla stessa conferenza stampa, ha dichiarato di aver incontrato i funzionari sanitari cinesi la scorsa settimana e di aver ribadito le sue preoccupazioni riguardo ai dati della Cina, compresa la definizione di morte da Covid, che a suo avviso è troppo ristretta.

“Riteniamo che i dati attualmente pubblicati dalla Cina non rappresentino il vero impatto della malattia in termini di ricoveri ospedalieri, di ricoveri in terapia intensiva e soprattutto di decessi”, ha detto Ryan. Queste dichiarazioni seguono le perplessità sulla trasparenza cinese già espresse dal direttore generale dell’organizzazione sanitaria mondiale, Tedros Adhanom Ghebreyesus.

Il punto è questo: i nuovi criteri decisi dal Partito/Stato per definire ciò che la Cina considera un decesso legato al Covid sono frustranti per i funzionari sanitari del resto del mondo, i quali cercano di prepararsi a potenziali mutazioni dovute all grande epidemia cinese. L’esperienza di come fu trattato l’inizio dell’epidemia tre anni fa da Pechino aumenta il sospetto.

È molto probabile che il numero ufficiale di decessi e di infezioni in Cina (che ancora è il Paese più popoloso del mondo) sia piuttosto sottostimato e sottovalutato. Ed è probabile che sia tutto volontario, per evitare danni di immagine.

Ora queste nuove attenzioni arrivano da un angolo più tecnico. Secondo l’Oms, a dicembre la Cina ha registrato almeno 120.000 nuovi casi settimanali o più. Il numero di decessi settimanali è oscillato tra i 240 e i 440 nello stesso periodo, secondo questi stessi dati, che però sono molto alterati. E le segnalazioni, arrivate anche tramite documenti video, di reparti ospedalieri, pompe funebri e forni crematori stracolmi fanno pensare il contrario (ci sono varie ricostruzioni che parlano di numeri di ordini di grandezza clamorosamente superiori).

L’Associated Press ha riportato che nei conteggi ufficiali della Cina sono stati inseriti solo i decessi per polmonite o insufficienza respiratoria. Le autorità cinesi hanno anche smesso di tenere traccia dei casi asintomatici, secondo quanto riportato dal Washington Post.

È alla luce di certe perplessità che mercoledì sera, i Paesi dell’Ue hanno concordato un “approccio precauzionale coordinato” in risposta alla crisi del Covid in Cina, dopo che si erano evidenziate divisioni (per esempio con la risposta negativa agli inviti del governo italiano sui test per i cinesi in ingresso e alla successiva decisione di alcuni Paesi di eseguire tamponi).

Bruxelles si è trovata davanti alla necessità di agire per due ragioni: la mancanza di dati affidabili sulla situazione cinese (numeri del contagio ed eventuali nuovi variante già rilevate e non rivelate) e l’allentamento delle restrizioni ai viaggi da parte di Pechino l’8 gennaio.

La Cina non ha ancora identificato pubblicamente alcuna nuova variante del coronavirus responsabile della pandemia, ha confermato sempre mercoledì l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Tuttavia, il direttore Tedros aveva avvertito che la condivisione delle informazioni da parte di Pechino non è particolarmente affidabile. Era stata una posizione da registrare, seguita poi dalle analisi più tecniche nella successiva conferenza stampa degli specialisti, anche perché Tedros in passato è stato accusato di aver protetto e coperto le magagne cinesi nella gestione delle prime settimane di epidemia (fine 2019 – inizio 2020).

Al momento non c’è una risposta definitiva da parte dell’Ue e le discussioni sono tutt’altro che lineari. La riunione di mercoledì 4 gennaio si è protratta per diverse ore e la formulazione della direttiva si è limitata a “incoraggiare” alcune misure piuttosto che raccomandarle, suggerendo che non c’è stato un pieno consenso da parte di tutti. Però ci sono diverse misure che vanno anche oltre a quanto imposto unilateralmente da Paesi come Italia, Francia e Spagna.

I Paesi dell’Ue hanno semplicemente concordato di “raccomandare” l’uso di mascherine di alta qualità sui voli da e per la Cina e di fornire consigli di igiene personale e sanitaria ai viaggiatori. Nel frattempo, tutti i membri  sono “fortemente incoraggiati” a richiedere un test negativo prima della partenza (48 ore prima di lasciare la Cina). Inoltre sono “incoraggiati a integrare queste misure” con test casuali sui passeggeri in arrivo dalla Cina e a sequenziare tutti i risultati positivi; a testare e sequenziare le acque reflue provenienti dagli aeroporti con voli dalla Cina e dagli aerei (che secondo gli americani è più funzionale dei tamponi per scovare eventuali varianti); a continuare a promuovere la condivisione dei vaccini e l’immunizzazione.

La Cina ha già minacciato di rispondere a qualsiasi misura imposta ai suoi cittadini, dicendo che è “inaccettabile” — e anche tale minaccia influisce sulle posizioni degli europei. In questo momento è anche in corso una campagna di infowar da parte di Pechino per alterare al punto di stravolgere la situazione. Per esempio, il commentatore del Global Times Hu Xijin — voce propagandistica internazionale del Partito/Stato — scrive su Twitter (dove ha oltre mezzo milione di follower) che i cinesi hanno paura della variante americana XBB.1.5 perché temono che se si introdurrà in Cina ci sarà “una nuova ondata epidemica”.

Martedì, durante un briefing, la portavoce del ministero degli Esteri, Mao Ning, ha dichiarato ai giornalisti a Pechino di essere “disposta a migliorare la comunicazione con il mondo” sul Covid, ma di essere “fermamente contraria ai tentativi di manipolare le misure di prevenzione e controllo dell’epidemia per scopi politici”, aggiungendo che “prenderà contromisure […] secondo il principio di reciprocità”.

La linea cinese è piuttosto politica e scollegata dalla realtà (sia sanitaria che logica). Fino a poche settimane fa, era Pechino a ordinare delle regole strettissime di controllo a chiunque: sia ai residenti, sia a chi voleva recarsi in Cina. Quando le applica la Cina è prevenzione, quando le applicano gli altri è sinofobia?

Ora che le restrizioni del Covid sono state abolite, Pechino spera di poter portare avanti un approccio più efficace nel conquistare gli europei, soprattutto a causa dell’acuirsi delle tensioni con Washington.

Le questioni dei viaggi e delle regole collegate si abbina a una serie di visite di alto livello Europa-Cina che devono servire per spingere quell’approccio programmato. Per esempio, il presidente francese, Emmanuel Macron, ha in programma di visitare la Cina all’inizio di quest’anno e di incontrare il leader Xi Jinping. Suggerisce Politico: Vedremo se la visita rischierà di essere ostacolata dalla paura dell’Europa per l’epidemia di coronavirus in Cina”. Inoltre c’è in ballo il vertice Ue-Cina che dovrebbe tenersi in forma fisica per la prima volta dall’inizio della pandemia.

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