Recuperare e rilanciare la memoria di uomini di cultura e di stato come Giovanni Spadolini, simbolo dell’esatto opposto del divorzio tra politica e cultura, del dilettantismo e del presentismo può essere un piccolo, ma significativo contributo ad una nuova “Italia della ragione”. L’intervento di Luigi Tivelli, presidente dell’Academy di politica e cultura Giovanni Spadolini

Sul messaggio di Capodanno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sono giustamente fiorite tante analisi, interpretazioni, sottolineature, “letture” dei tipi più svariati. Credo di poter dire però che l’aspetto più significativo e originale di questo messaggio del Presidente Mattarella sta nella seconda parte, quella relativa in qualche modo al senso di cittadinanza, quello che in Francia si definirebbe “esprit republicain” quella secondo cui, con giuste e misurate parole, la Repubblica (e quindi anche il senso della Repubblica) si articola in tanti organi, dai comuni anche più piccoli fino alle regioni e alle tante articolazioni del sistema dei poteri territoriali.

Fra le tante esperienze politiche, amministrative, istituzionali, che mi è capitato di vivere, una di quelle a cui sono più legato è l’intuizione che portò oltre trenta anni fa alla fondazione di una associazione dal titolo “Noi cittadini”. Ricordo benissimo che l’esordio dell’associazione avvenne con un editoriale sul Corriere della Sera dei 4 soci fondatori Alberto Ronchey, Jas Gawronski (che era il presidente), Gaetano Afeltra ed io (che ero il segretario generale). Tre grandi personalità, tutte nettamente più anziane e autorevoli di me, che insieme a me avevano compreso che il risanamento della politica non poteva che ripartire dai cittadini. Un tema e una questione fondamentale per l’Italia su cui avevo discusso e mi ero confrontato molto, tra gli altri, con il caro, attento, intelligente e rigoroso Giovanni Moro, già fondatore di “Cittadinanza attiva”.

Il cuore di quell’editoriale era l’allarme per il rischio (tra l’altro già avvenuto da tempo nella Repubblica) che man mano che lo Stato, con le sue varie diramazioni, mostrava di perdere il senso dei cittadini, i cittadini perdessero man mano il senso dello Stato. Mi pare, che, detto tra parentesi, a Giorgia Meloni piaccia di più la parola Nazione che la parola Stato: anche a me piace, e credo di essere un po’ più mazziniano di lei, il concetto e la parola Nazione, ma non dimentico mai l’altra parola e il suo concetto, Stato. Mi sembra che purtroppo questa spirale degenerativa sia avanzata nel tempo. Uno degli obiettivi di “Noi cittadini” era quello di diffondere la consapevolezza, non solo di agire il giorno delle elezioni, ma di essere cittadini, con il proprio bagaglio di doveri e di diritti, tutti i giorni. Ora mi sembra che, quanto al giorno delle elezioni, da trent’anni a questa parte sia molto diminuita la percentuale dei cittadini che si recano alle urne. Certo abbiamo passato anni davanti ad una politica, ad una classe politica (che man mano peggiorava) che non è che sia stata il meglio per incitare i cittadini a recarsi alle urne… Quanto poi al senso della cittadinanza e al senso di sentirsi cittadini, mi pare che Grillo e altri invitassero ad autodefinirsi “cittadini” eletti e similari dei cinquestelle. Onestamente non mi sembra abbiano dimostrato tutto questo senso della cittadinanza e ancora meno la consapevolezza di cosa possa significare essere cittadini…

Ma sia l’aumento del numero degli astenuti, sia la caduta del senso della cittadinanza credo di poter dire che siano dovuti in gran parte a quel tipo di divorzio avvenuto tra politica e cultura in atto da molti anni e nettamente aggravatosi nell’ultimo decennio con l’avvento dal 2013 al quasi potere e dal 2018 al potere dei cinquestelle. Un divorzio che mostrava le vesti fosforescenti del “dilettantismo”, un dilettantismo non solo nei curricula, non solo ampiamente praticato, ma anche teorizzato con una delle (chiamiamola così), sintesi teorica che più danni ha fatto nella storia della Repubblica: “l’uno vale uno”.

Sono alle prese proprio in questi giorni con una profonda riflessione su quello che ha significato (un tema su cui tornerò) il divorzio tra politica e cultura, proprio mentre tra l’altro ristudio e analizzo la personalità, che a suo tempo credo abbia incarnato il massimo possibile di matrimonio felice tra politica e cultura di tutti gli anni della Repubblica, Giovanni Spadolini. Credo che, collegata in qualche modo al divorzio tra politica e cultura ci sia anche la progressiva perdita di memoria storica (Spadolini è stato anche un grande professore, studioso e saggista di storia contemporanea), diffusa per non poco nelle classi politiche, ma anche in tanti ambiti del vivere associato. Da tempo purtroppo invece domina a non pochi livelli, e anche in seno a larga parte della classe politica, un’altra malattia, non meno grave del divorzio tra politica e cultura e del dilettantismo: il “presentismo” spesso richiamato, magari in termini indiretti dal presidente Mattarella.

Ritengo che sia davvero importante, anche per offrire ai giovani qualche più solido sentimento di appartenenza alla Repubblica, per risvegliare un senso di cittadinanza, che credo sia parzialmente assopito, e quel senso di appartenenza alla Repubblica, come ha richiamato il Presidente Mattarella, fare tutto il possibile per recuperare quella memoria storica smarrita e ripartire dai “grandi padri” per parlare ai figli e ai nipoti. In quella sorta di start-up in fase avanzata, che è l’Academy di politica e cultura Giovanni Spadolini, in cui sono coinvolti autorevoli membri del comitato tecnico-scientifico e molti autorevoli docenti, espressione della migliore cultura laica, liberaldemocratica e repubblicana, ho incontrato e sto incontrando giovani e anche giovanissimi di grande talento. Mi accorgo però che anche nei migliori di essi manca un po’ di senso della memoria storica e sono stati costretti a crescere sostanzialmente senza maestri.

Il Presidente della Repubblica, che credo proprio abbia piena consapevolezza dell’esigenza di ricongiungere il più possibile la cultura con la politica (abbiamo provato ad offrire un piccolo stimolo in più per capire il senso profondo del messaggio del capodanno del 2022 senza aggiungerci al già vasto coro degli applausi) è un importante faro in questo lento e difficile cammino. Un cammino in cui dobbiamo smetterla di considerare che solo agli altri, magari a quelli più autorevoli, spetti accendere la luce. Solo se e quando man mano, centinaia, migliaia e milioni di cittadini accenderanno la loro candela o accumuleranno delle torce come singoli o nei vari gruppi associativi, si potrà passare dal buio del divorzio tra politica e cultura, dal buio del dilettantismo, dal buio del presentismo, fino alla luce, magari con una classe politica rinvigorita da cittadini consapevoli sì di essere tali il giorno delle elezioni, ma anche di esserlo tutti gli altri giorni.

Recuperare e rilanciare la memoria di uomini di cultura e di stato come Giovanni Spadolini, simbolo dell’esatto opposto del divorzio tra politica e cultura, del dilettantismo e del presentismo può essere un piccolo, ma significativo contributo ad una nuova “Italia della ragione”, così come l’Academy Spadolini, rivolta soprattutto, ma non solo, ai giovani, si accinge a fare.

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