È stato presentato questa mattina il volume curato da Giuseppe Nisticò “Riccardo Misasi. Un tributo”, edito da Rubbettino. Formiche.net ne ha parlato con Franco Cimino, democristiano da sempre e docente di Filosofia, intervenuto all’evento insieme all’autore, e ai figli dell’ex ministro democristiano e il senatore Maurizio Gasparri

Non è un semplice esercizio di memoria. Ma un “tributo” a un grande politico, a una visione, alla storia gloriosa della pietra angolare della Prima Repubblica: la Democrazia Cristiana. Il libro di Giuseppe Nisticò (edito da Rubbettino), già presidente della Regione e sottosegretario di Stato alla Sanità, dedicato alla memoria dell’ex ministro democristiano Riccardo Misasi è un condensato di politica. Ma quella con la P maiuscola, come sottolinea a più riprese Franco Cimino, democristiano da sempre e docente di filosofia, in occasione della presentazione del volume questa mattina in Senato. Oltre all’autore, sono intervenuti anche il senatore Maurizio Gasparri e i tre figli dell’ex ministro. Cimino traccia il quadro dell’eredità politica di Misasi.

Partiamo dal libro. Su quali aspetti dell’ex ministro si concentra?

La valenza dell’opera è duplice. Da un lato rendere il “tributo” a Misasi e alla sua grande storia politica. Dall’altro c’è una sorta di “recupero” dall’oblio di una figura fondamentale per la vita repubblicana e della Democrazia Cristiana. Il fatto poi di aver organizzato un convegno in Senato, in un luogo delle istituzione, dà a tutta questa operazione una valenza ancora più importante.

Un segno di attenzione della politica e del governo attuali verso i padri nobili della Prima Repubblica?

Di certo chi ha voluto promuovere questi ricordi (di Misasi e di Marcora alla Camera), pone all’attenzione della nuova politica personalità che rappresentano una parte fondamentale della storia di questo Paese. Questo mi fa ben sperare. Auspico che  questo ritorno, anche impetuoso di personalità del calibro di Misasi e Marcora, possa riattivare un circuito positivo in cui la politica sia fatta di pensiero e di azione. Un punto di ispirazione per impostare atti di governo che prevedano una progettualità alta.

Cosa lascia in eredità dal punto di vista della mentalità e della metodologia politica, Misasi?

Misasi ci ha insegnato che la persona, intesa nel solco dei dettami costituzionali, deve essere al centro di tutto. Non solo, ci ha insegnato il senso profondo delle istituzioni. La crisi della politica di questi ultimi anni ci ha portato a un allentamento del senso delle istituzioni. Che, ovviamente, non sono appannaggio di chi vince le elezioni. Chiaramente per un democristiano, questa concezione, è del tutto irricevibile. Così come lo è per tutti coloro che hanno costruito la Prima Repubblica.

Che legami vede tra la visione di Misasi e l’attualità della politica attuale?

Il pensiero di Misasi si fonda su un principio di estrema attualità: per ripristinare il valore della politica occorre una corretta partecipazione, che può avvenire solo se le persone si ritrovano all’interno di uno spazio valoriale nel quale si possono identificare.

I partiti?

Certo, dalla crisi della politica si esce solo con la ricostruzione dei partiti. Più moderni, meno ingessati. Ma sicuramente non liquidi come quelli che popolano la scena oggi. La prima vera dialettica democratica nasce proprio in seno ai partiti. Misasi diceva sempre: quando si interrompe il filo che collega gli interessi ai fini, la politica diventa affare. Ed è l’affarismo, a ben guardare, che sta distruggendo il modo di fare politica al giorno d’oggi.

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