Mercoledì in Parlamento verranno ricordati il partigiano cattolico (poi ministro) Albertino Marcora e lo statista Riccardo Misasi, con molti esponenti della destra. Tabacci, che lavorò con Marcora e visse da protagonista quegli anni, racconta queste due figure della sinistra Dc

“Quella classe dirigente non si cancella – dice a Formiche.net Bruno Tabacci – ma resta alla base delle grandi intuizioni”. Il riferimento del parlamentare democristiano, già sottosegretario nel governo Draghi e figura esperta del panorama politico del Paese, è al ricordo che Camera e Senato si apprestano a fare mercoledì prossimo del partigiano cattolico Albertino Marcora e dello statista Riccardo Misasi. Un modo per le attuali istituzioni (e per la classe dirigente di destra) di confrontarsi con i padri della Repubblica.

Giovanni “Albertino” Marcora

Quale l’eredità e l’attualità di Giovanni “Albertino” Marcora?

La sua eredità è che può essere annoverato tra uno dei padri della Repubblica, perché nell’aprile 1945 era in prima fila in piazza del Duomo al Comitato di liberazione nazionale. Era un’Italia “alta”, composta da personalità del calibro di Mattei, Longo, Terracini. Il futuro capo dell’Eni era il leader dei partigiani cristiani ed era lì in rappresentanza della Dc. Poi, in seconda fila, c’era questo giovane, che aveva poco più di 22 anni, protagonista della Repubblica della Val d’Ossola. Era uno dei giovani che avevano messo in gioco la propria vita per far nascere la Repubblica da cui emerge la Costituzione: ovvero le regole del gioco a cui dovremmo uniformarci tutti.

Di lui Indro Montanelli scrisse: “Apparteneva alla razza di quelli da contarsi sulle dita di una sola mano, che volevano fare”.

Dopo essere stato eletto al Senato, fu il protagonista della legge sull’obiezione di coscienza che prende il nome da lui: la dice la dice lunga sulla qualità dell’uomo che aveva imbracciato il fucile, ma che aveva questa coscienza tutt’altro che militaresca, certo nella migliore tradizione cristiana. In seguito il suo impegno al Governo si concretizzò in sette anni all’agricoltura e poi al ministero dell’Industria, che lo fece emergere come un uomo straordinariamente concreto che tra l’altro si impose anche in Ue. Vorrei citare un bel ricordo scritto dall’allora corrispondente da Bruxelles per il Messaggero, Pietro Calabrese, che aveva fatto una bellissima ricostruzione del prestigio che Albertino si era guadagnato nelle lunghe e difficili maratone agricole e nei confronti degli altri leader dell’agricoltura europea.

Ovvero?

Soprattutto si era guadagnato il rispetto degli agricoltori italiani, dei coltivatori diretti e delle associazioni di categoria, tutti letteralmente innamorati di lui perché esempio di ministro competente e amato. Inoltre era un uomo che sapeva usare anche le parole giuste perché, avendo visto la violenza più feroce, coltivava l’impegno quotidiano per la democrazia e per la tolleranza. Quindi un uomo italiano ed europeo, contadino tra i contadini, leader tra i leader e poi uno che si dedicava a far crescere i giovani. Allora c’era un’attenzione nei confronti dei giovani e non c’era il giovanilismo: venivano fatti crescere insomma. Prima di entrare in Parlamento le assicuro che avevano già fatto tutto quello che dovevano fare, dall’amministratore comunale a quello regionale, passando poi per gli impegni nei ministeri, a studiare le carte.

L’idea delle cooperative e il suo ricordo personale visto che lavorò con lui nel 1981.

L’idea delle cooperative è una cosa bellissima: lui si diceva addolorato nel vedere che la cassa integrazione era l’anticamera del licenziamento e soprattutto della liquidazione delle aziende. Il riferimento era alle piccole e medie aziende, che erano andate in crisi e che erano irrecuperabili. Lui era intollerante alle iniziative assistenziali che non fossero dovute a ragioni di forza maggiore, quindi pensò a come recuperare lo spazio per il lavoro. Da lì nacque una forma di cogestione tramite lo strumento delle cooperative formate da lavoratori che rilevavano la loro azienda attraverso un meccanismo: impegnavano la liquidazione e lo Stato metteva tre volte tanto così da aiutare a capitalizzare. Alcune di queste mercoledì prossimo prenderanno la parola in occasione dell’evento alla Camera. Questa legge è legata al nome di Marcora e trovò la sua approvazione definitiva il 27 febbraio dell’85. Oggi sono centinaia le aziende che sono passate attraverso questo percorso e quindi ci sono migliaia di lavoratori che hanno creduto nel proprio dovere, sostituendosi addirittura agli imprenditori che si sono rivelati incapaci, inadeguati o, comunque, sfortunati.

Riccardo Misasi e Sergio Mattarella

Secondo Pierluigi Castagnetti la destra scopre i grandi politici della sinistra Dc, visto che dopo Marcora sempre mercoledì in Senato verrà ricordato lo statista Riccardo Misasi. Che ne pensa?

Quella classe dirigente non si cancella, ma resta alla base delle grandi intuizioni. Non per nulla erano attratti fortemente da Aldo Moro e quando Aldo Moro ruppe con i dorotei e fece nascere quella piccola corrente al congresso del 1969, si collegò appunto con le due correnti della sinistra che erano quella più politica che aveva la leadership di Marcora di cui faceva parte Ciriaco De Mita e quella di forze nuove che faceva capo ad una categoria con Giovanni Galloni a Luigi Granelli e Riccardo Misasi. Quest’ultimo era un calabrese che aveva studiato alla Cattolica con molti di quelli che ho citato. Allora con la nascita della corrente di base nacquero anche delle riviste di grande importanza politica, come quelle dirette da Pistelli a Firenze e poi il quindicinale con Galloni. Per cui questa è una storia che si intreccia con la storia della Repubblica.

Il versante sinistro dell’attuale politica italiana è in una grave difficoltà e molti analisti sostengono che, con il Pd in questo stato, la destra potrà governare per anni. É così?

Io mi auguro che quando la destra si riferisce ad una convinzione intima profonda, come ad esempio questa idea della politica per l’Africa, non vada a giorni alterni: insomma ogni giorno si fa la faccia feroce nei confronti delle Ong e poi si riscopre Mattei che aveva una visione molto critica nei confronti del colonialismo e aveva intrecciato rapporti molto intensi sia con i Paesi del Nord Africa sia con i Paesi del Medioriente. Ragionava di petrolio e non solo, anche di autonomia. Mi auguro che questi riferimenti siano solidi.

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