“L’energia è un potenziale che ci permette per la prima volta di offrire qualcosa”, spiega la direttrice dello Iai a Formiche.net. “Noi a differenza della Germania abbiamo comunque un accesso più diretto ad altre fonti energetiche nel nord Africa, nell’Africa subsahariana, nel Mediterraneo orientale e in Azerbaigian”

Negli ultimi vent’anni ci siamo ritrovati in Europa ad essere costantemente nella condizione di chiedere maggiore flessibilità sulle politiche fiscali o aiuti sull’immigrazione: adesso l’Italia può pensare anche di provare a proporre qualcosa, così da avere una spinta negoziale. Questo il pensiero che Nathalie Tocci, direttrice dello IAI, (e autrice del volume “A Green and Global Europe”) affida a Formiche.net all’interno di un più complesso ragionamento tarato, da un lato, sul macro tema della transizione ecologica e, dall’altro, sulle prospettive di Palazzo Chigi nei rapporti con l’Ue.

È possibile lavorare su una transizione green che sia pragmatica e sorda alle pulsioni utra idoelogiche?

Parto da due premesse. Primo, la transizione ci sarà. Nel senso che non è la prima e non sarà l’ultima: c’è stata la transizione dal carbone al petrolio, quindi dico che la decarbonizzazione ci sarà perché ha senso farla da un punto di vista tecnologico e di mercato. In secondo luogo, questa transizione, a differenza di tutte le altre, ci deve essere perché comunque è dettata anche dalla crisi climatica: sarà molto più veloce per gestire un mondo più complesso e rischia di essere molto più traumatica nel senso che è una transizione che quasi si avvicina a una rivoluzione.

Come affrontarla?

Diciamo che un’economia verde può essere un’economia più innovativa a più alto contenuto tecnologico in un sistema “più democratico”, nel senso che chiaramente le risorse rinnovabili sono distribuite globalmente in maniera più equa rispetto ai fossili: quindi ci può essere tra virgolette una democratizzazione dell’energia più vicina alle esigenze dei cittadini. Penso soprattutto alle nuove generazioni che, comunque, vedono nel tema della crisi climatica la minaccia più grande per quella che poi sarà la loro di vita.

Ci sono rischi?

Dipende da quanto siamo bravi nella transizione perché in sé essendo, ripeto, qualcosa che si avvicina quasi a una rivoluzione, se mal gestita, può essere estremamente traumatica, ossia può aumentare sia le diseguaglianze all’interno dei Paesi sia le diseguaglianze tra i Paesi. E questo naturalmente può poi non causare nuove forme di conflittualità che possono essere interne, socio socioeconomiche, che poi hanno dei risvolti politici, come il populismo, e con risvolti poi internazionali. Il tema è non scadere nell’ideologia verde. Per cui è una transizione che deve tener conto non solo delle politiche energetiche o ambientali, ma deve essere messa al centro delle politiche sociali, economiche e della politica estera.

La transizione può essere terreno di una fase construens diversa anche nelle relazioni fra Stati europei? Per l’Italia c’è la prospettiva di un accordo di cooperazione rafforzata con la Germania che potrebbe anche bilanciare il Patto del Quirinale?

Il problema dell’Italia in Europa è nato anche per via delle debolezze strutturali del nostro Paese, penso soprattutto a quelle di natura economica come i livelli del debito. Negli ultimi 20 anni ci siamo ritrovati in Europa ad essere costantemente nella condizione di chiedere, ad esempio, maggiore flessibilità sulle politiche fiscali. Noi chiediamo più fondi europei e solidarietà sulla migrazione. Ora potremmo avere il potenziale di avere un’ottima posizione negoziale visto che l’Europa è sempre frutto di compromessi e sostanzialmente l’integrazione europea è questa.

Ovvero?

Se uno Stato arriva ad un tavolo negoziale soltanto per chiedere, generalmente ritorna a casa con un pugno di mosche in mano. L’energia è un potenziale diverso perché per la prima volta abbiamo un ambito in cui possiamo anche dare qualcosa. Noi a differenza della Germania abbiamo comunque un accesso più diretto ad altre fonti energetiche nel nord Africa, nell’Africa subsahariana, nel Mediterraneo orientale e in Azerbaigian. Tutto ciò accelera la diversificazione che è uno dei pilastri fondanti della sicurezza energetica, adesso relativa chiaramente al fattore russo. Per cui anche per un fattore geografico campioni nazionali come l’Eni fanno sì che l’Italia possa avere un ruolo. Questo è un potenziale che, poi, richiede per essere utilizzato un governo, una classe politica e un sistema Paese.

@FDepalo

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