Il bilancio 2022 è complessivamente positivo. Nel 2023, tuttavia, la premier scoprirà quanto la politica estera non possa essere programmatica perché dominata dal non programmato. Gli eventi dettano legge e governare è molto spesso l’arte di come rispondervi. Il nodo centrale resterà l’Ucraina, ma bisogna stare attenti a come evolve il Covid in Cina. Gli scenari dell’ambasciatore Stefanini

Nel 2022 la guerra è tornata nel cuore dell’Europa. La Russia di Vladimir Putin è diventata un nemico. La barbarie di regime contro le donne ha gettato la maschera in Iran e in Afghanistan. La Cina si è avvitata in un corso autoritario leninista. Stretta energetica e inflazione hanno pressoché annullato la ripresa post-Covid. Eppure, in un anno di fortissime discontinuità europee e mondiali, la politica estera italiana ha retto bene al cambio di governo. Anche perché Giorgia Meloni aveva avuto modo di prepararsi agli scenari internazionali che l’attendevano a Palazzo Chigi. Il 2023 sarà diverso, più difficile. Molte partite sono aperte, a cominciare dalla guerra russo-ucraina; altre potrebbero improvvisamente aprirsi, specie in Estremo Oriente dove Pechino gioca pesante su Taiwan e Kim Jong-un sperimenta missili in grado di colpire il Giappone.

In poco più di due mesi di rodaggio internazionale la Presidente del Consiglio si è guadagnata sufficiente credibilità debuttando in fori impegnativi – G20 e Consiglio europeo – senza rete di sicurezza. A Bali ha rotto il ghiaccio con i “grandi”, a cominciare da Joe Biden e Xi Jinping. Ha rassicurato il primo e incuriosito il secondo. A Bruxelles ha incassato il cap al prezzo del gas, obiettivo che il suo predecessore inseguiva da maggio. Più un freno d’emergenza che un tetto ma come ha detto lei stessa una ‘vittoria italiana”. Giorgia Meloni ne ha dato giustamente atto a Mario Draghi, ma il merito di averla condotta in porto le va riconosciuto.

Resta il dissidio con la Francia per una causa – i migranti e le navi delle Ong – che non vale la candela del rapporto con Parigi, diventato strategico negli attuali equilibri europei e internazionali, critico anche per “far qualcosa” in Libia. Ma il bilancio è complessivamente positivo. Nel 2023, tuttavia, la premier scoprirà quanto la politica estera non possa essere programmatica perché dominata dal non programmato.  A chi gli chiedeva quale fosse la maggior sfida per chi governa Harold Macmillan rispose lapidariamente Events, my dear boy, events. Si ha un bel programmare, gli eventi dettano legge. Governare è molto spesso l’arte di come rispondervi. Questo è ancor più vero in politica estera dove il grado di controllo sulle forze che li determinano è minimo, specie per una media potenza come l’Italia.

Il rovescio della medaglia è che lo statista emerge, spesso insospettatamente, proprio dalla risposta agli eventi, basta pensare a Volodymyr Zelensky o a Nelson Mandela. Le sfide che attendono Giorgia Meloni non sono fortunatamente paragonabili ad una guerra per difendere l’esistenza della propria nazione o allo smantellamento dell’apartheid ma sono rilevanti ai fini della collocazione e credibilità internazionale dell’Italia e del peso che il nostro Paese può avere nei processi decisionali Ue, Nato e G7/G20.

Basta una dose di sano realismo per rendersi conto che iniziative nazionali sull’Ucraina, o sui rapporti con la Russia, per non parlare dell’Indo Pacifico, sarebbero puramente velleitarie. Persino Emmanuel Macron che ha perseguito a lungo il dialogo con Vladimir Putin sembra rendersene conto. E comunque lo faceva ammantandosi di un vago ruolo europeo. Se alleati di governo vagheggiano estemporanee fuoruscite – in nome della pace, beninteso – Meloni farebbe bene a dissuaderli energicamente. In ogni caso, la politica estera la fa lei. O i suoi Ministri, su suo indirizzo. Niente battitori liberi.

Nel 2023 il nodo centrale della politica estera, europea e atlantica non solo italiana, rimarrà l’Ucraina. O perché la guerra continua o perché si entra in una fase negoziale. Oggi difficile da immaginare ma tutte le guerre finiscono in trattative. Prima o poi. Se la guerra continua, l’Italia non può che continuare a sostenere Kiev – anche con armi perché le buone parole non fermano i razzi russi. Se si apre uno spiraglio negoziale, lo scenario si fa più complesso. È fuori discussione che la primogenitura del negoziato spetti agli ucraini. Niente formule Minsk. Ma gli alleati avranno sicuramente un ruolo e un peso, ed è perfettamente normale che ci siano differenze di opinioni e approcci.

Qui sarà cruciale la nostra capacità di interloquire bilateralmente con gli altri principali partner, in primis con gli americani, e di “pesare” nei dibattiti interni Ue, Nato e G7. Il rischio sarà quello consueto, di formati ristretti che ci escludano. Contro le quali non ci sono contro-assicurazioni blindate. L’esperienza è di diffidare dell’ospitalità dei partner europei. Oltre gli Usa, ci può aiutare la sponda ucraina. Conclusione: Washington e Kiev sono sicuramente due viaggi prioritari da mettere nel calendario della Presidente del Consiglio.

Un secondo esempio di eventi che possono mandare a carte quarantotto qualsiasi pianificazione di politica estera è il rischio di ritorno di Covid. Se associato ad una variante importata dalla Cina, entrerebbe a gamba tesa nei già complessi rapporti con Pechino. Le iniziali precauzioni prese dall’Italia sono giustificate, tant’è che molti altri ne hanno prontamente adottate di simili. Sono del tutto infondate le lamentele di discriminazione da parte di Pechino, che per tre anni ha mantenuto misure ben più draconiane e lascia molto a desiderare in trasparenza sin dall’apparizione del “virus di Wuhan”. Se si rivela un falso allarme, tanto meglio, ben vengano i turisti cinesi. Se malauguratamente si rendessero necessari interventi più rigorosi e, specificamente, blocco di ingressi, limitazioni della circolazione attraverso le frontiere, è indispensabile un coordinamento dell’area Schengen e, possibilmente, con i principali alleati come Usa e Uk. L’errore, nostro e altrui, “ognuno per se” fu umano nel 2020; sarebbe diabolico nel 2023. Anche Bruxelles, finora passiva, è avvertita.

Questo non significa che l’Italia non abbia specifici interessi nazionali che richiedano una politica estera ad hoc, nel Mediterraneo, nei Balcani o anche “fuori area” come dimostra l’accordo con Giappone e Uk su Tempest. Significa semplicemente che Giorgia Meloni deve essere pronta a rispondere a “eventi” che oggi non può mettere in conto. Per farlo avrà bisogno di tre cose: una squadra interna di cui fidarsi – evidentemente i Ministri chiave sono Antonio Tajani, Guido Crosetto, Giancarlo Giorgetti; di un rapporto costruttivo con gli altri leader, in ambito Ue, anche con geometrie variabili, e con una forte rete G7; di una rotta segnata dai valori non dalle ideologie. Questa la discriminante nei confronti della Russia, dell’Iran, della Corea del Nord, delle autocrazie. Dove cercarli? Non c’è bisogno di andare molto lontano: sono tutti nella Carta delle Nazioni Unite.

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