Meritocrazia e concorrenza sono sorelle gemelle e viaggiano insieme. Una consapevolezza che speriamo davvero diventi propria anche del presidente del consiglio Giorgia Meloni, che dispone di tutta la forza per frenare le iniziative dei suoi gruppi parlamentari educando man mano il suo partito a questi due valori

Ho scritto spesso anche da queste colonne che l’Italia da lungo tempo soffre oltre che di “mal di crescita”, anche di “mal di merito” e “mal di concorrenza”. È noto che siamo stati sostanzialmente negli ultimi 25 anni circa, il Paese che ha avuto la crescita media del Pil più bassa di tutti i paesi Ocse nonostante i recenti rimbalzi.

Un po’ meno noto è che due tra i vari fattori che contribuiscono a questo “mal di crescita”, sono guarda caso il “mal di merito” e il “mal di concorrenza”. C’è poi un piccolo aspetto poco considerato. Da sempre ritengo che merito e concorrenza siano sorelle gemelle, perché non ci può essere una sana meritocrazia senza una sana concorrenza e viceversa. Ebbene, quanto alla concorrenza sono noti i gravissimi ritardi del Paese ed è ben noto come una parte molto ampia della classe politica non è che abbia mostrato sin qui di andarne matta (oltre che per il merito).

È indubbiamente un fatto positivo che il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, sin dal suo discorso di insediamento alle Camere, abbia sollevato la bandiera del merito e abbia deciso di aggiungere la parola “merito” alla denominazione di un ministero cruciale come quello della Pubblica istruzione. Vedremo cosa avverrà quanto al merito, ma, appunto, merito e concorrenza sono sorelle gemelle e in questi giorni si è riacceso il dibattito su quest’ultima. Mi ha sempre stupito molto che nel caso delle troppo poche leggi annuali sulla concorrenza sin qui avviate, ma rilanciate dal presidente del consiglio Mario Draghi (il ripristino della legge annuale sulla concorrenza, dovrebbe valere per ognuno degli anni dell’attuazione del Pnrr), sembrava che ai vari gruppi parlamentari interessasse ben poco.

Ebbene, già mi colpiva molto il fatto che in ognuna delle troppo poche leggi annuali sulla concorrenza la cosa principale che interessava alla Lega di Salvini e a Fratelli d’Italia di Meloni, era la difesa dei taxisti e dei balneari (non che la sinistra abbia mai mostrato un approccio troppo diverso). Ma in questi giorni ritorna la questione dei balneari con un emendamento presentato, guarda caso, da Fratelli d’Italia, per prorogare le concessioni balneari in essere, sospendendo fino ad una nuova possibile riforma la scadenza del 31 dicembre 2023 (fissata da una recente sentenza del Consiglio di Stato) per la messa a gara delle concessioni.

Eppure il governo Draghi aveva scelto una linea attenta ed equilibrata, tutelando qualche aspetto delle imprese balneari in atto, ma nel contempo avviando qualche forma di concorrenza e di lenta e progressiva messa a gara delle concessioni balneari. A questo proposito si pone il profilo problema che la legge sulla concorrenza è collegata al Pnrr, e che la sua effettiva implementazione avviene sotto l’attenta ed occhiuta verifica di Bruxelles. Per quello che posso, amo verificare le gravi questioni in atto nel Paese anche alla luce di esperienze dirette, vissute dal basso. Sono da tempo volentieri ospite di vari tipi di concessionari balneari, ho frequentato, in varie spiagge italiane, alcuni lidi in cui fra l’altro non vedevo emettere scontrini. Tanto è che ad esempio a Sabaudia, dove passo non poco tempo come ospite di concessioni balneari (non avendo certo il livello di impegni del presidente del Consiglio Meloni) ho dovuto trovare volentieri rifugio sul lido del più grande albergo sulla spiaggia dove la mia sostanziale “etica dello scontrino” ha trovato soddisfazione. Scontrini fiscali o meno, l’Italia è piena di coste, di spiagge e di balneari tanti dei quali, buone imprese familiari che durano da tempo e mi pare che la normativa varata dal governo Draghi fosse così equilibrata da tutelare in qualche modo anche questi aspetti. Per quanto leggo, credo che il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, alla luce della funzione che riveste cominci pian piano ad aver contezza che l’Italia deve aver bisogno di dosi sempre maggiori di concorrenza e meritocrazia.

Sento che qualcuno tende a paragonare per vari aspetti Meloni a Thatcher, ma onestamente la signora Thatcher aveva una sana impronta liberista, e credeva nelle liberalizzazioni.

Come presidente dell’Academy di politica e cultura Giovanni Spadolini, sono tra l’altro impegnato a sostenere la riaffermazione (Spadolini non a caso era figlio di una straordinaria carriera politica e culturale tutta di impronta meritocratica) della meritocrazia, ma nella consapevolezza che per l’appunto meritocrazia e concorrenza sono sorelle gemelle e viaggiano insieme. Una consapevolezza che speriamo davvero diventi propria anche del presidente del consiglio Giorgia Meloni, che dispone di tutta la forza per frenare le iniziative dei suoi gruppi parlamentari educando man mano il suo partito ai valori della meritocrazia e della concorrenza. Valori che sono anche fattori dello sviluppo, perché senza una loro sana, concreta e progressiva riaffermazione sarà molto difficile liberare e sostenere la crescita.

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