Da quando la premier si è insediata a Palazzo Chigi, molto raramente il differenziale di rendimento tra titoli italiani e tedeschi è salito oltre i 200 punti base. E ora, con i tassi saldamente sotto il 4%, lo Stato può cominciare a risparmiare qualcosa, pensando alla prossima manovra. E alla partita dei sussidi

L’ammissione è arrivata da chi non è, per tradizione e consuetudine, mai troppo tenero con il governo di turno. Il governatore di Bankitalia Ignazio Visco, pochi giorni fa, ha messo in chiaro un concetto: la prudenza del governo sui conti dimostrata prima, durante e dopo la manovra, sta tenendo a bada lo spread tra Btp e Bund. Che per l’Italia, terzo debito al mondo, rappresenta il termometro della sostenibilità delle proprie finanze e, soprattutto, della propria spesa, dal momento che i mercati prestano a Roma non meno di 400 miliardi di euro all’anno, in cambio di titoli di Stato.

E pensare che, quando Giorgia Meloni aveva già un piede a Palazzo Chigi, per molti osservatori una tempesta perfetta sull’Italia, magari in stile estate 2011 (spread a 560 punti base e lì sì, l’Italia stava fallendo), era pressoché scontata. Per non parlare delle voci su un possibile attacco frontale dal chiaro sapore speculativo da parte degli hedge funds, i fondi artefici (ma non solo loro) della drammatica crisi del debito dell’estate 2011, che portò alla caduta del governo Berlusconi. E invece, nulla di tutto questo. Dalla fine di ottobre ad oggi, complice una manovra mansueta e una certa compiacenza con l’Europa, molto raramente il differenziale di rendimento tra i titoli italiani e quelli tedeschi è salito sopra i 200 punti base, con un tasso sul Btp decennale oltre il 4,2%. L’ultima volta che è accaduto è stato lo scorso 6 gennaio.

Poi, lentamente, lo spread ha cominciato a scendere, portandosi in zona 170 punti base, circa 30 in meno di quando il premier era Mario Draghi (quando l’ex presidente della Bce rassegnò le dimissioni, in seguito al venir meno dell’appoggio del M5S, il differenziale si impennò a 227 punti base). E anche negli ultimi giorni la musica non è cambiata: il 25 gennaio differenziale di rendimento tra il Bund decennale (oggi il titolo teutonico paga il 2,17%) e il pari scadenza italiano ha aperto a 174 punti base dai 176 punti del giorno prima. Di conseguenza, è proseguito il deciso calo del rendimento del Btp decennale, toccando il 3,88% dal 3,92% del 24 gennaio.

Insomma, ad oggi i mercati sembrano non solo tranquilli, ma anche benevoli. Il che comporta i suoi vantaggi, due su tutti. Primo, se lo spread scende o comunque si mantiene sotto i livelli di guardia, finanziare il debito costa meno, dunque lo Stato risparmia, arrivando persino a poter mettere dei soldi da parte. Il che, secondo aspetto, consentirebbe al governo da una parte di accantonare risorse per poter irrobustire la prossima manovra, arricchendo il piatto delle misure (a cominciare dalla tanta agognata riforma fiscale e dal rifinanziamento dei bonus anti-inflazione).

Dall’altra, e qui entra in gioco l’Europa, porrebbe l’esecutivo Meloni nelle condizioni di aiutare le imprese e l’industria qualora, nell’ambito della risposta europea all’Inflation act americano, Bruxelles decidesse di allentare le regole per la concessione di sussidi pubblici all’economia. Il che avvantaggerebbe inevitabilmente Paesi con i conti in ordine e con un rapporto tra debito e Pil basso, come la Germania, i quali potrebbero sbloccare risorse che Roma mai potrebbe, visto lo stato di salute decisamente più cagionevole delle sue finanze. Risparmiare sul debito potrebbe dunque consentire di aumentare la potenza di fuoco sugli aiuti. Un buon programma, ma c’è chi non è d’accordo. Standard&Poor’s, per esempio, si aspetta un rendimento al 5% sul Btp decennale entro il 2024.

 

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