La creazione di investimenti in cultura deve essere condotta tenendo in considerazione che tali investimenti andranno a generare sui conti pubblici un incremento dei costi correnti, e che tali costi correnti potranno trovare un supporto di sostenibilità o nella riduzione di altre spese o dall’incremento dei ricavi potenziali. I risultati di una ricerca scandinava sugli investimenti culturali nell’intervento di Stefano Monti, partner di Monti&Taft

Una recente ricerca condotta in ambito scandinavo, ha esaminato gli effetti, in termini di spesa pubblica e occupazione, generati dalla creazione di “case della cultura”, vale a dire edifici, “spesso costruite secondo criteri architettonici spettacolari” (o spettacolistici?) all’interno di differenti contesti urbani.

La ricerca evidenzia differenti implicazioni, tra le quali si ritiene due di esse meritino una specifica riflessione: la prima è l’incremento delle spese correnti per finanziare il funzionamento della “casa della cultura”, e la seconda è l’incremento di una professionalizzazione (numero di lavoratori, e di imprese collegate alle attività culturali).

Centrale, nell’analisi, è altresì un’altra considerazione contenuta nell’articolo: secondo gli autori della ricerca è infatti possibile che, a fronte dell’onerosità della costruzione e della gestione di questi luoghi della cultura, nei casi approfonditi il settore pubblico abbia maturato l’esigenza di incrementare gli introiti derivanti dalle attività in esse espresse.

Unendo tali spunti è possibile definire una riflessione di tipo più ampio, legata soprattutto ad una logica di sviluppo urbano.

Più nel dettaglio, quanto emerso dalla ricerca, può essere inquadrato come segue: la creazione di investimenti in cultura, e specificamente la realizzazione di investimenti in conto capitale, deve essere condotta tenendo in considerazione che tali investimenti andranno a generare sui conti pubblici un incremento dei costi correnti, e che tali costi correnti potranno trovare un supporto di sostenibilità o nella riduzione di altre spese o dall’incremento dei ricavi potenziali.

Per farla semplice, quindi, la questione diviene questa: quando si realizza un nuovo edificio (sia che lo si costruisca, sia che ne si vari la destinazione d’uso), oltre agli investimenti iniziali è necessario “mettere a budget” anche i costi di gestione di tale struttura. Fin qui sarebbe semplice al limite del banale se non fosse che il nostro Paese ha impiegato decenni a capire che i “nuovi spazi modulari” realizzati con i Fondi Ue avrebbero comunque gravato sulle risorse pubbliche.

A rendere più significativa questa evidenza ormai riconosciuta, è anche la considerazione che le spese per gestire lo spazio dovranno essere “importanti” soprattutto nelle prime fasi di attività, perché sarà necessario proporre una programmazione interessante e densa affinché lo spazio si affermi come luogo di fruizione culturale e venga quindi abitualmente frequentato dai cittadini.

E questo porta all’ultimo decennio degli investimenti culturali italiani: le maggiori spese condotte per sostenere “il nuovo spazio”, andranno necessariamente ad incidere nei bilanci pubblici, che dovranno in ogni caso “quadrare”. Condizione che a sua volta porterà l’ente a ridurre parte delle proprie uscite sul medesimo capitolo di spesa, riducendo quindi le erogazioni per offerte culturali amatoriali o per attività che non possano essere inserite all’interno di tale spazio, andando ad incidere negativamente sull’intera offerta culturale cittadina.

Ma non è tutto: come i nostri conti pubblici insegnano, non è affatto detto che “i tagli” alle altre voci di spesa culturale si rivelino sufficienti. Con il risultato che l’Ente, proprio come anticipato dagli autori della ricerca, si troverà costretto a cercare nuove forme di entrate per tenere “attivo” il nuovo spazio costruito. E sarà proprio in questo momento che lo Spazio inizierà ad ospitare eventi a pagamento che si presume possano portare nuovi ricavi.

Se tutto funziona, questo tenderà a generare una nuova economia sul territorio: per portare eventi a pagamento che riscuotano un discreto successo, sarà infatti necessario rivolgersi a professionisti che possano quindi rappresentare un’offerta per cui i cittadini ritengano giusto pagare (autori di libri per firma-copie, mostre a pagamento per attirare visitatori, musicisti e cantanti di media popolarità, ecc.).

Questo farà sì che il nuovo spazio possa incentivare l’incremento delle spese culturali all’interno del territorio, a sua volta collegato ad un incremento del livello di offerta di prodotti e servizi culturali, che nella migliore delle ipotesi potrà creare una condizione di sviluppo culturale, sociale ed economico.

Il problema, però, è che non solo è raro che questo “circolo virtuoso” si autodetermini. Il problema è che, anche quando ciò si verifichi, si verrà a consolidare una sorta di contraddizione in termini, perché il successo dello spazio dipenderà tendenzialmente dal “fallimento” delle aspettative iniziali.

Questo passaggio è un po’ meno intuitivo ed è forse utile approfondirlo: se la volontà dell’Ente fosse stata quella di creare uno spazio auto sostenibile, non avrebbe agito realizzando un investimento di sole risorse pubbliche, ma avrebbe probabilmente coinvolto anche soggetti privati. O in ogni caso avrebbe dovuto farlo. Ciò implica quindi che l’Ente, almeno inizialmente, aveva inteso progettare lo spazio come uno spazio aggiuntivo per la cultura del territorio, e che soltanto a seguito del peso della gestione sul bilancio, ha dovuto fare ricorso ai privati, che hanno sì determinato un successo dell’iniziativa, ma ne hanno allo stesso tempo mutato le condizioni iniziali.

A questo punto, ed è qui forse il punto rilevante dell’intera vicenda, sarebbe più opportuno definire, nelle fasi iniziali della progettazione, un’idea di spazio culturale che, dal principio, sia basato sul concetto di autofinanziamento, e che preveda, già dalle prima fasi di elaborazione dell’idea, una partecipazione diretta da parte di investitori privati che potrebbero essere interessati a partecipare a tale operazione per i più svariati motivi: dall’esigenza di ridurre l’aggravio fiscale delle società di loro proprietà, alla volontà di partecipare attivamente allo sviluppo del proprio territorio, fino all’interesse a prendere parte attiva nella gestione dello spazio, e quindi a poter beneficiare dei successivi ricavi.

Coinvolgendo i privati già dalle fasi primordiali dell’iniziativa, l’Ente si troverebbe dunque a giovare di differenti condizioni di vantaggio: la prima, di natura prettamente economico-monetaria, potrebbe essere rappresentata dai canoni che un potenziale soggetto privato potrebbe corrispondere a fronte della gestione dello Spazio in sé; la seconda, di natura “culturale”, è che tali flussi di ricavi potrebbero quindi fornire all’Ente le disponibilità finanziarie per poter garantire sussidi e finanziamenti ad iniziative culturali anche al di fuori dello spazio.

La terza, infine, riguarderebbe invece la natura dell’offerta culturale rivolta ai cittadini: la necessità di doversi autofinanziare, porterebbe da subito lo spazio a fornire quella tipologia di offerta in grado di attirare quante più persone possibile, andando a lavorare tanto sulle offerte “mainstream”, quanto sulle nicchie di mercato, portando quindi un’offerta culturale prima potenzialmente meno diffusa sul territorio.

Il coinvolgimento dei privati, quindi, si rivelerebbe essere socialmente più desiderabile rispetto alla “prima soluzione”: nel primo caso, infatti, la professionalizzazione dell’offerta culturale emerge come processo sostitutivo dell’offerta amatoriale o dell’offerta culturale “fuori dalla casa della cultura”. Nel secondo, invece, tale offerta andrebbe ad integrarsi, fornendo una maggiore scelta culturale, e favorendo quindi l’espressione di differenti tipologie di beni e servizi culturali all’interno del territorio.

In buona sostanza, quindi, tenendo conto che le risorse pubbliche sono limitate, e questo è vero in qualsiasi luogo del mondo, è importante considerare che la gestione di spazi culturali “flagship” comporta, a causa dei costi che tale gestione implica, quasi sempre una riflessione di sostenibilità di natura “imprenditoriale” (anche quando lo Spazio è gestito direttamente dal Settore Pubblico).

Ed essendo una riflessione di natura “imprenditoriale”, sarebbe bene che, a condurla, fossero le organizzazioni che sono più titolate a realizzare tale riflessione: lasciare agli imprenditori l’imprenditoria, e al settore pubblico il finanziamento di ciò che è “out-market”.

Una riflessione che se fosse stata fatta un po’ di tempo fa, avrebbe risparmiato ai contribuenti italiani una buona manciata di milioni di euro e che, a giudicare dagli indirizzi che in molti territori si stanno affermando, sarà ben opportuno ribadire, per evitare che altri potenziali “investimenti” si trasformino, inesorabilmente, in mere voci di “spesa”.

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