“Sarebbe un’operazione di visione che potrebbe consolidare il ruolo di Meloni come leader europea, servirebbe a Berlusconi per rafforzare la prospettiva dalla parte dei popolari e alla Lega per abbandonare la bad company nella quale si trova adesso”. E sulle riforme, Castellani aggiunge: “La priorità è quella di portare avanti quelle che regolano il rapporto fra lo Stato e il mercato (fisco e appalti) e quella della giustizia”

L’idea di costruire un grande partito conservatore su scala europea, che consolidi la leadership di Giorgia Meloni oltre il perimetro dei confini nazionali, esiste da tempo. Ma se a livello comunitario il progetto può funzionare e riuscire in un certo senso a centrale gli obiettivi politici che si pone, in Italia i tempi non sono ancora maturi. La vede così Lorenzo Castellani, politologo e docente di Storia delle istituzioni politiche alla Luiss.

Perché il coservatorismo conviene in Europa, ma non in Italia? C’è un problema di leadership?

Più che di leadership il  rischio che intravedo, nel caso di un unico soggetto che federi FdI, Forza Italia e Lega, in Italia, è quello di una fusione a freddo a forte rischio scissioni dopo poco. O per lo meno nel momento stesso in cui il leader – che allo stato attuale sarebbe Giorgia Meloni – andasse in crisi. Potrebbero beneficiarne gli alleati “minori” – Lega e Forza Italia – perché assieme avrebbero un peso politico (oltre che numerico) senz’altro maggiore. Ma, ripeto. non converrebbe. In Europa, invece, sarebbe un’operazione di visione che potrebbe consolidare il ruolo di Meloni come leader europea, servirebbe a Berlusconi per rafforzare la prospettiva dalla parte dei popolari e alla Lega per abbandonare la bad company nella quale si trova adesso. Un gruppo politico con il quale ormai non ha più nulla in comune.

Dunque tornerebbe l’idea di una federazione tra popolari e conservatori?

Più che una federazione, parlerei di una lista unica con la quale presentarsi alle elezioni europee, che peraltro garantirebbe un ruolo di primo piano al centrodestra nazionale che si presenterebbe compatto. E, fra l’altro, potrebbe giocare un ruolo determinante nell’ambito delle decisioni sugli organismi europei.

Qual è secondo lei la percezione del conservatorismo in Italia?

Non c’è una dottrina politica propriamente conservatrice in Italia. Altro motivo per il quale non conviene pensare a un partito con queste caratteristiche per lo meno nel medio termine, fermo rimanendo che avere tre soggetti distinti permette di allargare lo spettro dell’elettorato e intercettarne più tipologie. C’è un problema di percezione anche di carattere morfologico, nel nostro Paese. Conservatori viene associato, nell’immaginario collettivo, a qualcosa di oscurantista, di bigotto e retrogrado. A Meloni non conviene attingere a questo lessico politico.

A proposito di lessico politico, pare che la premier prediliga la linea della moderazione. 

Certo, perché questa è la linea del partito di governo e di chi ricopre il ruolo di presidente del Consiglio. A Meloni, a ben guardare, conviene attingere al lessico della vecchia Dc, chiaramente della parte più a destra. Diciamo quella andreottiana.

Meloni ha deciso di mettere nero su bianco la roadmap per le riforme. Prevede che si consumeranno degli strappi?

Sull’autonomia sarà una partita che avrà come esito un compromesso. Innanzitutto nel metodo: si ricorrerà a una legislazione ordinaria e non a una legge costituzionale. La sfida è far coesistere le due anime centraliste – che caratterizzano Fratelli d’Italia e Forza Italia e quella nordista tipica della Lega. Il presidenzialismo, è più che altro una riforma di bandiera ma di difficile realizzazione. Però, davanti a Meloni si prospettano mesi molto positivi se ‘sfruttati’ al meglio. La priorità è quella di portare avanti le riforme che regolano il rapporto fra lo Stato e il mercato (fisco e appalti) e quella della giustizia.

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