Taipei condanna le attività militari cinesi attorno a Taiwan (nuove esercitazioni anche in questi giorni), ma mantiene un profilo controllato. La resilienza è frutto di una capacità di gestione della crisi perenne e dell’adattamento allo status quo modificato da Pechino

Taiwan ha condannato la Cina per una nuova esercitazione militare intorno all’isola — la seconda in meno di un mese — avvenuta tra l’altro mentre un gruppo di parlamentari tedeschi era in visita a Taipei.

“Vogliamo anche dimostrarvi che la nostra visita qui è un gesto di sostegno”, ha detto Johannes Vogel, un noto legislatore dei liberali dell’Fdp, parlando con il presidente del parlamento taiwanese, You Si-kun. Nelle stesse ore, il ministero della Difesa di Taipei dichiarava di aver individuato 57 aerei cinesi volare tra i cieli dell’isola.

Tra questi, 28 velivoli hanno volato lungo la zona di difesa aerea di Taiwan. Alcuni hanno attraversato la linea mediana dello Stretto di Taiwan, area che fa da cuscinetto non ufficiale tra le due parti. Caccia Su-30 e J-16 sono stati usati nei blitz rapidi a ovest, mentre due bombardieri H-6 a capacità nucleare hanno volato a sud di Taiwan. Contemporaneamente quattro navi della marina della Repubblica popolare sono entrate nelle acque taiwanesi. Il 31 dicembre 2022 erano stati 43 gli aerei cinesi a violare lo spazio aereo di Taipei.

“Si tratta di un aumento quantitativo ma anche nell’intensità, la linea mediana era considerata dagli analisti un confine invalicabile mentre in pochi mesi sia l’opinione pubblica mondiale sia la popolazione di Taiwan si è rapidamente abituata a questo tipo di incursioni”, spiega Stefano Pelaggi, docente della Sapienza e tra i massimi esperti italiani del contesto taiwanese. Per Pelaggi, Pechino sta definendo una “nuova normalità” all’interno delle relazioni nello Stretto di Taiwan, ma anche la scelta di Taipei di estendere la coscrizione di leva obbligatoria a dodici mesi “rappresenta un segnale importante”.

La Cina considera Taiwan, governata democraticamente dall’esecutivo della presidente Tsai Ing-wen, come proprio territorio — una provincia ribelle da ricongiungere al mainland. Pechino ha intensificato le pressioni militari, politiche ed economiche per portare a termine tali rivendicazioni. Per l’ex consigliere per la Sicurezza nazionale statunitense HR McMaster, generale molto esperto e normalizzatore della presidenza Trump, ci sono molti segnali che la Cina si stia preparando alla guerra — nonostante la linea resti ferma sul privilegiare la “riannessione pacifica” predicata dal Partito.

Il Comando del Teatro Orientale dell’Esercito Popolare di Liberazione ha dichiarato che le forze controllate si sono esercitare in “pattuglie congiunte” attraverso cui testare la “prontezza al combattimento” con “esercitazioni di combattimento effettivo” nel mare e nello spazio aereo intorno a Taiwan. Operazioni che i cinesi dicono incentrate su attacchi terrestri e assalti in acqua e anfibi.

L’obiettivo era quello di testare le capacità di combattimento congiunte e “contrastare con determinazione le azioni provocatorie delle forze esterne e delle forze separatiste indipendentiste di Taiwan”, ha aggiunto in una breve dichiarazione rilasciata domenica. Forse il riferimento è anche al passaggio di un cacciatorpediniere statunitense lungo lo stretto (transito avvenuto il 5 gennaio, in quelle che Washington sottolinea essere acque internazionali). Pechino abbina alle necessità tecniche degli wargame (con cui addestrare un esercito che potrebbe obiettivamente essere ancora impreparato alla battaglia), la volontà di mandare segnali e messaggi politici sulla propria convinzione riguardo al tema “Taiwan”.

L’ufficio presidenziale di Taipei ha dichiarato che la Cina ha lanciato “accuse infondate” e ha condannato fermamente le esercitazioni, affermando che la pace e la stabilità dello Stretto di Taiwan e della regione sono “responsabilità comuni” dei due Paesi (da ricordare che la Cina non riconosce l’esistenza di Taiwan e dunque per essa non è accettabile condividere il contesto securitario).

La posizione di Taiwan è molto chiara e nota: Taipei comunica che non intende né inasprire i conflitti né provocare dispute, ma difendere con fermezza la propria sovranità e sicurezza: “Le forze armate della nazione hanno una stretta conoscenza della situazione nello Stretto di Taiwan e dell’area circostante, e rispondono con calma. Il nostro popolo può stare tranquillo”.

Questo genere di attività cinesi, per quanto preoccupanti e provocatorie, vengono in effetti gestite ormai come “business as usual” da Taipei — anche se non lo sono, e l’attenzione è sempre altissima. Risposte ammortizzate e controllate. Tanto che il mercato azionario taiwanese ha ignorato le ultime tensioni, con l’indice di riferimento che ha chiuso lunedì in rialzo del 2,6% nonostante i ruggiti guerreschi cinesi. Tutto è frutto della capacità di gestione politica di una crisi ormai costante, skill acquisita dalla presidenza Tsai.

Ma tutto è anche frutto di una modifica allo status quo che Pechino ha ormai indotto e su cui Tapei si adatta con resilienza. La Cina ha alzato l’asticella delle attività militari cogliendo come pretesto la visita fatta questa estate da Nancy Pelosi (ai tempi Speaker della Camera). “Taiwan non è estranea alle difficoltà”, ha detto la presidente Tsai su Time: “La nostra resilienza deriva dalla nostra volontà di unirci per superare anche gli ostacoli più difficili”.

“Il futuro della democrazia dipende da partenariati inclusivi tra democrazie e parti interessate che la pensano allo stesso modo. Con la sua governance digitale avanzata, l’impegno per un governo inclusivo e trasparente e la resilienza di fronte all’aggressione, Taiwan fornisce preziose lezioni su come affrontare le sfide che le democrazie devono affrontare oggi”, hanno scritto Zoe Leung e Alan Yang in un’analisi su The Diplomat.

Il Partito/Stato non ha mai rinunciato all’uso della forza per riportare l’isola sotto il proprio controllo, e negli ultimi tre anni ha compiuto regolari incursioni militari nelle acque e nello spazio aereo vicino a Taiwan. Un ritmo che è però cresciuto negli ultimi mesi.

Pechino mal sopporta visite a Taipei come quella di Pelosi o della delegazione tedesca, perché conferiscono a Taiwan uno status e una rappresentanza internazionale che per il Partito/Stato non ha ragione di esistere. La Cina in queste settimane è stata inoltre particolarmente irritata dal sostegno degli Stati Uniti a Taiwan esplicitato anche attraverso l’approvazione di una nuova legislazione che permette la vendita di armi.

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