“Le otto montagne” (2022) di Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeeersch tratto dall’omonimo romanzo di Paolo Cognetti, ci parla della forte amicizia tra due bambini, di padri distratti, dell’amore adulto. Tutto accade alla presenza della montagna, discreta amica. La fusione tra documentario con echi alla Dovženko e alla Plicka, e fiction, seppur a volte meccanica, non pregiudica la poesia del film

Sia i moviegoer che gli appassionati della montagna, a vari livelli (dagli accaniti dello sci alpino o di fondo, del trekking, del climbing e del bouldering, ai semplici amanti delle libere passeggiate), si sono ritrovati insieme, durante il periodo natalizio, in cui tutti sognano la neve, nelle sale per godere del poetico “Le otto montagne” (2022) di Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch.

L’opera è declinabile sotto vari generi, in quanto li abbraccia caparbiamente: film-diario, film lirico, film documentario, film di finzione. Il racconto, tratto dall’omonimo romanzo (2016) di Paolo Cognetti, è quello dell’amicizia tra due bambini, Bruno e Pietro, poi ragazzi, infine giovani adulti. Si parte con il bambino Pietro, che con il padre (Giovanni) e la madre (Francesca) scoprono, negli anni Ottanta, la montagna valdostana, in un villaggio ai piedi del Monte Rosa, d’estate, per sfuggire alla calura di Torino, e se ne innamorano. È lì che Pietro, dodici anni, conosce il riservato, coetaneo, Bruno.

L’affetto tra i due ragazzi cresce tra i giochi, le corse, le sfide nella natura. Poi, dopo un periodo di separazione in gioventù, il rapporto riprende da adulti. Con il lavoro: costruire insieme una baita in pietra e assi di legno. Ora siamo nell’epoca dell’amicizia matura; se da un lato questa si solidifica, dall’altro deve  affrontare, rispettivamente, i diversi bivi della vita: amori, lavoro, crisi, e viaggi (questi ultimi di Pietro, divenuto scrittore).

Un rapporto amicale, come tanti altri, che registra incrinature ma ogni volta si ricuce, anche grazie a quel mastice che tutto risana, ossia a quell’amore per la montagna chiamato a fare da transfert a un amore paterno, assente, per Bruno, o presente in forma baluginante per Pietro sin dall’infanzia. “Le otto montagne” è anche un diario parallelo del formarsi di due giovani uomini, del perdersi di vista per anni, del ritrovarsi.

Le soluzioni stilistiche di regia sono, a momenti, estremamente coinvolgenti. Alcune inquadrature delle vette o degli ammassi di altocumuli o di nembostrati, in campo lunghissimo, ci richiamano alla memoria le indimenticabili sequenze di Alexander Dovženko o quelle di Karel Plicka sui Tatra. Qui, ovviamente, abbiamo in più i mezzi che oggi il cinema ci offre rispetto agli anni Trenta: riprese con i droni in prolungati carrelli (con uno, interminabile, a seguire il personaggio tra il prato o le rocce); plongée in diagonale sulle vallate legati con back travelling lunghissimi; panoramiche dalle lunghe focali.  E se poi, i registi, non si fanno mancare qualche scavalcamento di campo, è per ricordarci che nel cinema d’autore la sintassi va violata. La fotografia nitida e ben contrastata di Ruben Impens nobilita il formato 4:3, tipico del documentario.

Lo sviluppo narrativo della crisi tra Pietro e suo padre Giovanni, i momenti di tensione tra Bruno e Pietro, sono ben sceneggiati nel rispetto dell’evoluzione dei caratteri. Quello che convince di meno è l’insistita fusione tra documentario e fiction, non tra montagna e Torino, che è logica, quanto quella della seconda parte, con l’inserzione dei viaggi di Pietro in Nepal.

Questo montaggio alternato tra Alpi italiane e altopiani nepalesi, soluzione che nel romanzo di Cognetti mantiene il suo fascino figurativo “impressionando” tali immagini sulla mente-schermo del lettore, nel cinema, dove la “prepotenza” irrefrenabile dell’immagine cinematografica detta legge, rischia, se ripetuto, di innescare inevitabili comparazioni visive e sonore tra i due scenari-continenti, col rischio di colorare il tutto da guida turistica.

“Le otto montagne” (come anche “Fabelmans” di Steven Spielberg) è un racconto sulla scelta di scegliere: ognuno di noi deve decidere, nella propria vita, se amare “qualcosa” più della famiglia (per il ragazzo Spielberg era il cinema): qui, per Bruno, è la montagna, tanto che lascerà Lara e la loro figlia in città, sino ad eleggerla come sua bianca tomba. Pietro, invece, riesce a sfuggire al falso ricatto esistenzialista, alla Camus o alla Sartre, ancorato al nostro io che domina sul noi, e segue l’amore per una donna, Asmi, e per i bambini di una scuola elementare, in cui la ragazza insegna, anche se si tratta di riprogettare la propria vita in Nepal (qui la chiusa declina verso un romanticismo terzomondista hollywoodiano).

Van Groeningen e Vandermeersch, tramite questa confessione-diario, ci parlano dell’amicizia vera, di padri distratti, della fine di un amore tra un uomo e una donna (Bruno e Lara), dello sbocciare di un nuovo amore (Pietro e Asmi). Soprattutto, i due registi hanno a cuore l’amore per ciò che è fuori dall’essere umano ma che, a loro giudizio, lo completa: ossia i pascoli, le bestie, le piante, i fiori, il vento, il cielo, le rocce. Persino il fascino dell’alpeggio.

Ecco, in “Le otto montagne”, i personaggi, che siano aggrappati alla montagna per tutta la vita (Bruno), che se ne innamorino follemente per alcuni anni (Lara), che ci tornino quando ne hanno bisogno per rigenerarsi (Giovanni, Francesca, Pietro), essa, la montagna, è genitrice di serenità.

Sempre più il cinema neo-post-moderno si fa ecologista, ecosostenibile, naturista, panico. Il cinema post-covid-19, ci parla frequentemente della madre natura come “qualcuno” che ci protegge, ci tranquillizza, ci rasserena. Che dobbiamo rispettare. Ed è sacrosanto. Ed è un primo passo, importante. Molti autori, purtroppo, evitano di andare oltre, di compiere il secondo passo. Di cercare dentro di sé il noi. Basterebbe (ri)leggere Francesco Petrarca o Sant’Agostino. Van Groeningen e Vandermeersch, in “Le otto montagne”, hanno compiuto quel secondo passo. Affidandolo a Pietro.

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