La Serbia è riuscita a risolvere il problema dell’autonomia, stabilizzare la situazione politica interna a scapito della centralizzazione politica, far fronte al Covid-19 e posizionarsi come centro delle comunicazioni regionali, e questo ha assicurato un afflusso di investimenti in infrastrutture su larga scala e progetti industriali. L’analisi di Giancarlo Elia Valori

Per tutta una serie di circostanze sfavorevoli avutesi nell’ultimo lasso del sec. XX, la situazione della Serbia in campo internazionale e della diplomazia è un vero e proprio stallo.

Se consideriamo l’enorme patrimonio accumulato da Belgrado negli anni di Tito e del post-Tito (1945-1980, 1980-1991) nell’ambito del mondo afro-asiatico, latino-americano, dei Paesi in Via di Sviluppo e nel Movimento dei Paesi Non-Allineati, ci rendiamo conto come la crisi del Kosovo, prima di tutto, abbia dissipato le simpatie e gli appoggi internazionali di molti di questi Stati.

Sin dalla guerra fredda le tre “B” erano quelle da dove passavano le soluzioni a problemi internazionali e dove i “servizi” giungevano a mediazioni, compromessi e accordi: Berlino, Belgrado e Bisanzio (Istanbul), con la socialista, ma “neutrale”, Jugoslavia al centro degli interessi di scenario. Però, il crollo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, e l’“inutilità” della Jugoslavia per gli Stati Uniti d’America, iniziarono a scalfire il prestigio jugoslavo accumulato in decenni di paziente ed acuto lavoro diplomatico. Inoltre la crisi del Kossovo – manifestatasi nell’indipendenza di questo Paese, proclamata il 17 febbraio 2008 – ha visto, ad oggi, ben 43 Paesi afro-asiatici e latino-americani – oltre e Washington, Londra, Parigi (questi tre presenti nel Consiglio di Sicurezza dell’Organizzazione delle Nazioni Unite), Roma, Berlino, ecc. – appoggiare l’iniziativa di Prishtinë a detrimento degli interessi di Belgrado. Non sostengono l’indipendenza del Kossovo, fra i Paesi dell’Unione Europea (che nemmeno qui trova unità): Cipro, Grecia, Romania, Slovacchia e Spagna.

Se poi aggiungiamo che la Serbia ha il sostegno degli attuali “cattivi” Federazione della Russia e Repubblica Popolare della Cina, ci rendiamo conto che per la benpensante e amorfa Unione Europea al carro degli Stati Uniti d’America, la Serbia è un elemento fastidioso e imbarazzante da accantonare. Per cui Belgrado – dalle trascorse memorie di ago della bilancia delle questioni di grande politica estera (1948-1989) – miri oggi essenzialmente ad una visione di sicurezza regionale, in quanto sembra che le condizioni per la manovra di politica estera globale stiano diventando meno favorevoli. D’altra parte, negli ultimi anni, nonostante la complessità della posizione della Serbia nella struttura delle relazioni nella regione balcanica, lo Stato serbo è riuscito a trovare un certo modello di esistenza e persino a trarne benefici politici ed economici di fronte alle turbolenze. Comunque la Storia mira a dimostrare che il modello di bilanciamento serbo (pure della Serbia pre-jugoslava) ha una certa radice di solidità.

All’inizio del 2022, con tutte le riserve, lo Stato serbo, principalmente negli sforzi economici, ha agito con sicurezza. Un certo indicatore è il fatto che il debito pubblico del governo serbo nel 2020-2022 è rimasto al livello del 51-53% del Pil, mentre la media dei Paesi della zona euro è del 98,3%. In generale, la Serbia è riuscita a risolvere il problema dell’autonomia, stabilizzare la situazione politica interna a scapito della centralizzazione politica, far fronte al Covid-19 e posizionarsi come centro delle comunicazioni regionali, e questo ha assicurato un afflusso di investimenti in infrastrutture su larga scala e progetti industriali.

I costi di questa strategia sono la conservazione del livello medio dei salari in Serbia, rispetto ai Paesi vicini nella regione. È inferiore a Slovenia, Croazia, Romania e Bulgaria, ma superiore a Montenegro, Bosnia ed Erzegovina, Albania e Macedonia del Nord (fino al 17 giugno 2018: Ex Repubblica Jugoslava della Macedonia).

Una circostanza importante da segnalare è la significativa presenza di imprese tedesche nel Paese. Come ha sottolineato il presidente serbo Aleksandar Vučić in una conferenza stampa, 77mila cittadini serbi sono impiegati in aziende tedesche in Serbia (nel 2014 erano 17mila). Si noti che la quota delle esportazioni serbe verso la Germania (circa 2,74 miliardi di euro) rivendica uno status di parità (42,1%) nella struttura del commercio bilaterale (6,51 miliardi di euro), ma questo è più vero per l’Italia (44%), l’Ungheria (47,5 %) e la Polonia (44,3%).

Pertanto, dal punto di vista economico, la Serbia si sente molto a suo agio nel sistema dei rapporti economici continentali, però alcuni Stati europei sono poco interessati alla perdita del mercato e delle sedi serbe.

D’altra parte, ci sono molti punti di pressione sulla leadership della Serbia. La decisione della Fiat-Chrysler Corporation di spostare parte della produzione dalla città di Kragujevac (Serbia centrale) in Slovacchia ha provocato le proteste dei lavoratori e un’ondata di rivendicazioni contro lo Stato serbo, che detiene il 33% delle azioni della società. Allo stesso tempo, la leadership serba ha ancora il diritto di contare sull’attrattiva degli investimenti nel suo Stato, in quanto la partenza di un’impresa potrebbe essere sostituita dall’arrivo di imprese da Francia, Turchia o da altri Paesi interessati alle comunicazioni serbe e alla manodopera a basso costo.

Va sottolineato che il primo discorso sull’intenzione della Serbia di abbandonare il gas russo risale al 2015, ma solo ora la questione sta diventando seria. Eppure ci sono due aspetti che ostacolano la limitazione delle forniture russe. Il primo aspetto è che anche nelle condizioni attuali il prezzo del gas serbo (riesportato) sarà uno dei più bassi d’Europa. Il secondo aspetto è legato al rischio che in configurazioni alternative di trasporto del gas, la Serbia sia destinata ad una posizione periferica. D’altra parte, un aumento del livello nelle trattative sui prezzi del gas, e l’emergere di sempre nuove richieste indicheranno due cose: o che la Serbia si è finalmente trovata in nuove configurazioni regionali “alternative” in merito gas, o che i costi della cooperazione con la Russia hanno cominciato a superare i benefici.

Vale la pena prestare attenzione alle dichiarazioni del giugno 2022 del primo ministro croato Andrej Plenković, che ha proclamato che “ora non è il momento di sedersi su due sedie” e la Serbia “deve stare molto attenta e decidere quale parte scegliere e sostenere”. Un altro tema è collegato alla letteratura emergente sui diritti della minoranza nazionale croata in Serbia, portata avanti dall’Accademia Croata delle Scienze e dal partito al governo della Croazia, l’Unione Democratica Croata (Hrvatska demokratska zajednica). Pertanto, la questione dell’adesione della Serbia all’Ue corre il rischio di acquisire un nuovo problema – che va unito a quello della diatriba riguardante il predetto Kossovo: può sorgere la prospettiva di un veto croato all’entrata della Serbia nell’Ue.

Parlando della posizione della Croazia, è bene sottolineare il fatto che la dimensione del contingente croato nella missione Kfor (Kosovo Force) in Kossovo è aumentata di 3,5 volte (da 40 a 150 persone); per cui Zagabria sta espandendo la sua presenza in questo punto nodale della regione. Questa decisione è stata presa nel corso del 2021, cioè molto prima dell’escalation ucraina e fa preoccupare per la situazione nei Balcani. La concentrazione di truppe straniere nelle missioni Eufor-BiH (Operazione Militare dell’Unione Europea in Bosnia ed Erzegovina) e Kfor è una realtà con cui Belgrado dovrà fare i conti. Si noti che stiamo parlando di contingenti principalmente di Paesi dell’Europa continentale (Austria, Croazia, Germania, Grecia, Italia, Polonia, Ungheria), Turchia, oltre che del Regno Unito, che sembra aver deciso di tornare sulla sua decisione del 2019 di ridurre la presenza del suo esercito nella predetta Eufor-BiH.

Potremmo affermare vi sia una chiara probabilità di uno scenario di controllo diretto nei confronti di Belgrado e degli interessi serbi nella regione. Il problema è che questa azione mirata non farà che moltiplicare i problemi, e l’ovvia assenza dell’alleata Russia al tavolo dei negoziati non garantirà un equilibrio tra le altre potenze interessate alle questioni fondamentali per una nuova riorganizzazione regionale.

Non è da escludere una situazione estremamente insidiosa, quando tentativi abbastanza sinceri di integrazione europea da parte serba incontreranno un veto croato (o altro) e stimoleranno la crescita dell’euroscetticismo nel Paese. Il paradosso sta nel fatto che, senza subire un eccesso di illusioni europee, la dirigenza serba comunque appoggia consapevolmente iniziative concrete di integrazione.

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