Secondo il docente della Cattolica, partiti, sindacati e categorie “dovrebbero operare non solo come legittimi portatori di interessi frazionali, ma allargare l’orizzonte della loro azione”. La disintermediazione negli anni ha “aumentato la distanza tra governanti e governati” anziché ridurla. Il governo Meloni? “Sta riservando una certa attenzione ai corpi intermedi”

 

La disintermediazione non è solo un fenomeno che ha portato all’esasperazione dell’anti-politica. Ma è qualcosa che rischia di minare l’architrave di un sistema democratico parlamentare come quello italiano. Nel suo “La distanza democratica. Corpi intermedi e rappresentanza politica” (Vita e Pensiero), il docente dell’Università Cattolica Antonio Campati contestualizza e analizza nel profondo questo fenomeno, fornendo anche alcune coordinate importanti (specie per chi governa) finalizzate a trovare una strada efficace per la costruzione di nuove politiche pubbliche. Partendo, tuttavia, da un assunto: “La distanza tra chi governa e chi è governato è insito nella democrazia”.

Professor Campati, nel suo libro emerge che la distanza tra rappresentati e rappresentanti è sempre più ampia, anche a causa di un lungo periodo che ha alternato anti-politica a disintermediazione. È un vuoto colmabile oppure è un processo reversibile?

Quello che cerco di spiegare nel libro è che una certa distanza tra chi governa e chi è governato è insita nella democrazia perché consente al sistema della rappresentanza politica di funzionare. Allo stesso tempo, sottolineo come sia comunque necessaria una certa vicinanza, ossia un rapporto il più possibile immediato. In breve, analizzo uno dei classici (e indispensabili) equilibri che governano la democrazia, quello tra mediazione e immediatezza. Negli ultimi anni, alcune dinamiche legate ai processi di disintermediazione, nonostante avessero l’intento di ridurre tale distanza, l’hanno effettivamente aumentata. Il rapporto si è dunque sbilanciato e occorre provare a rimetterlo in equilibrio, pena un ulteriore indebolimento del sistema democratico.

Qual è lo stato di salute dei partiti, dei corpi intermedi e delle associazioni di categoria?

Proprio le dinamiche di disintermediazione alle quali ho accennato inducono a pensare che la democrazia possa fare a meno dei corpi intermedi. Come la realtà si incarica di dimostrare, ciò non è possibile perché gli enti intermedi sono infrastrutture essenziali per una società democratica. Certamente, però, si sono trasformati in modo radicale. I partiti e i sindacati non sono più quelli di un tempo. Eppure, talvolta, i leader che ne determinano le strategie sembrano non avere contezza del loro ruolo nevralgico per il buon funzionamento della democrazia e tendono piuttosto a rinchiudersi in logiche corporative e di corto respiro. Atteggiamenti simili non fanno altro che accentuare quella che ormai siamo soliti chiamare crisi dei corpi intermedi.

Il nuovo governo sembra aver restituito una centralità alle associazioni datoriali in particolare. È un segnale di un ritorno forte della politica, che ha sostituito la “tecnica” dopo lungo tempo?

Sì, anche se è ancora troppo presto per capire se questa propensione all’ascolto delle parti sociali si rivelerà significativa nel processo di elaborazione legislativo. Il dato da rilevare è che, per quanti sforzi si possano fare, è pur vero che alcune tendenze – ruolo dei leader, prevalenza dell’esecutivo sul legislativo, comunicazione immediata – sono ormai fortemente impresse dentro la vita delle democrazie. Mi sento di ribadire che occorre trovare una nuova sintesi anche per quanto riguarda la costruzione delle politiche pubbliche.

Il volume affronta anche il tema della democrazia immediata. In questo senso si è pensato che la tecnologia fosse un buon viatico per allontanarsi dalla rappresentanza intesa in senso originario. Qualcosa, però, sembra essere andato storto, non crede?

Indubbiamente, la pretesa di instaurare un contatto permanente tra eletti ed elettori attraverso le tecnologie informatiche ha mostrato dei limiti. È vero che il rapporto tra eletti ed elettori è più veloce e immediato, ma ciò non ha determinato necessariamente la diminuzione del livello di sfiducia che colpisce la classe politica. Nel libro ricostruisco la genesi dell’espressione “democrazia immediata” perché penso possa aiutare molto a comprendere alcune contraddizioni presenti nel dibattito odierno sul tema.

La forma del partito e del sindacato novecentesco può essere attualizzata oppure è tempo di pensare a un nuovo paradigma per garantire una maggiore rappresentatività?

Come ricordavo, i partiti e i sindacati hanno subìto molti cambiamenti. Oggi dovrebbero cogliere la sfida di ripensarsi dentro una situazione interna (e internazionale) dai contorni inediti. Per superare la permanente crisi della rappresentanza politica e sociale, dovrebbero operare non solo come legittimi portatori di interessi frazionali, ma allargare l’orizzonte della loro azione. Devono sforzarsi di proporre un pensiero articolato.

Della gloriosa stagione della Prima Repubblica, della Dc e del Pentapartito, è immaginabile recuperare qualche aspetto? Cosa potrebbe mutuare la politica attuale da quella passata?

Possono apparire retorici, ma credo che due aspetti di quella stagione politica dovrebbero essere ripresi. Il primo è un certo “spirito di servizio” che accompagnava molti politici di quel tempo. Ciò non significa che oggi non ci siano politici validi e di qualità. Ma sembra che per non pochi di loro, anche quelli animati dalle più nobili intenzioni, il fare politica non significhi offrire un servizio al Paese, alla sua collettività. Manca, per così dire, una certa sensibilità che un tempo veniva forse educata nei luoghi deputati alla formazione sociale e politica. Il secondo aspetto è tornare a pensare la politica, ossia a confrontarsi su alcune idee di fondo ben strutturate e chiare perché solo progetti articolati e di lungo periodo possono essere alla base di seri programmi alternativi che si contendono il consenso dei cittadini.

(La copertina del libro) 
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